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Giuseppe Cottolengo. Detti e pensieri, a cura di Lino Piano

Gli insegnamenti di san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), che forse furono più incisivi sugli appartenenti alla Piccola Casa della Divina Provvidenza da lui fondata, sono probabilmente i 345 suoi detti pubblicati nel 1892 in un volumetto dal titolo Fiori e Profumi, secondo la redazione del suo primo biografo, il Padre Pietro Paolo Gastaldi. I medesimi detti e pensieri – di carattere meditativo – vengono riproposti nella presente edizione, accompagnati da puntuali osservazioni critiche sulle fonti documentarie da cui essi sono desunti.

Il curatore: Lino Piano, sacerdote della Società dei sacerdoti di san Giuseppe Cottolengo, è stato docente di storia ecclesiastica moderna presso la Federazione Interreligiosa per gli studi teologici (FIST) di Torino. Negli anni 1988-99 è stato al servizio della Santa Sede, dapprima come Officiale della Congregazione per l’Educazione Cattolica e poi come Sottosegretario della Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa. È autore di numerose pubblicazioni; in particolare è da segnalare l’edizione critica del Carteggio di san Giuseppe Cottolengo in due volumi e la biografia del Santo, entrambi pubblicati dalla Piccola Casa.

Cenni biografici di san Giuseppe Benedetto Cottolengo
Giuseppe Agostino Benedetto Cottolengo nacque a Bra (Cuneo) il 3 maggio 1786 e morì a Chieri, in casa di suo fratello canonico, il 30 aprile 1842. Primogenito di dodici figli, di cui sei morirono in tenera età, apparteneva a una famiglia della media borghesia; un suo fratello, Luigi, divenne pure sacerdote e canonico nella Collegiata di Chieri, mentre un altro fratello, Ignazio, entrò tra i domenicani, assumendo il nome di fra Alberto.

Nel considerare la vita del Cottolengo si può ricordare che appena cinque giorni dopo la sua nascita, nella vicina Francia, nei pressi di Lione, vide la luce Giovanni Maria Vianney, il santo curato d’Ars, che morirà poi nel 1859. Questi fu un modello di azione pastorale, il Cottolengo fu un modello di attività caritativa verso chi è sofferente e abbandonato. I due santi hanno interpretato, nella stessa epoca, due aspetti fondamentali e complementari della vita della Chiesa. Si può anche ricordare don Bosco che inizierà la sua incisiva attività educativa tra i giovani a pochi passi dalla Piccola Casa, a Torino, poco dopo la morte del Cottolengo.

Dopo aver compiuto gli studi ecclesiastici, in parte a Bra e in parte nel seminario di Asti, il Cottolengo fu ordinato sacerdote nel 1811 e nel marzo del 1816 conseguì la laurea in teologia presso la Regia Università di Torino.

Trasferitosi a Torino nel 1818, perché cooptato tra i canonici addetti alla chiesa del Corpus Domini, per un decennio svolse la sua attività pastorale e spirituale, analogamente a tanti sacerdoti torinesi. Nel frattempo, però, si faceva strada in lui l’esigenza di vivere in modo più significativo la propria vita sacerdotale. Voleva entrare tra i Filippini, fondati da san Filippo Neri e presenti a Torino, ma ne fu dissuaso dal suo confessore il Padre Fontana.

Il 2 settembre 1827 si verificò la svolta fondamentale della sua vita. Fu chiamato al capezzale di una donna, madre di tre bambini, non accolta negli ospedali cittadini e fu spettatore della sua morte.

Fortemente colpito dal triste episodio e dopo una particolare preghiera nella chiesa del Corpus Domini a Torino davanti al quadro della Madonna delle Grazie, decise di dare inizio a una piccola infermeria per evitare il ripetersi di simili casi.

Il 17 gennaio 1828 aprì in Torino, via Palazzo di Città, il “Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini”, nel quale ricoverò ammalati che non trovavano accoglienza negli ospedali cittadini.

Nel settembre del 1831, a causa del colera che serpeggiava a Torino, dovette chiudere la piccola infermeria per disposizione della pubblica autorità. In tale occasione il Cottolengo, con fine umorismo illuminato dalla fede, disse o fece capire «che i cavoli trapiantati riescono meglio».1

Infatti, alcuni mesi dopo, il 27 aprile 1832, riaprì in Borgo Dora la sua attività caritativa sotto il nome di Piccola Casa della Divina Provvidenza sotto gli auspici di San Vincenzo de’ Paoli, in seguito comunemente detta “Il Cottolengo”.

In tale istituzione diede vita a varie forme di assistenza: malati esclusi dagli altri ospedali, persone disabili, epilettici, sordomuti, invalidi, scuola d’infanzia, attività educativa a favore di ragazzi particolarmente bisognosi.

Contrariamente agli altri istituti assistenziali contemporanei, il Cottolengo intraprese e sostenne la sua Opera fidando unicamente nella Divina Provvidenza la quale, come egli scrisse al Re, “per lo più adopra mezzi umani”, cioè la carità dei benefattori.

Per l’attività educativa e assistenziale verso le varie categorie di persone accolte nella Piccola Casa, dapprima si avvalse di volontari, per lo più donne, poi nell’estate del 1830 fondò una congregazione di suore; verso la fine del 1833 diede inizio a una comunità di religiosi laici, i Fratelli, e successivamente, nel 1839, diede vita a una comunità di sacerdoti. Queste tre comunità ebbero lo scopo di coadiuvarlo e di continuare nel tempo a realizzare il suo ideale di carità, da lui considerato e vissuto come una grazia della Divina Provvidenza e di Maria Santissima.

Circa l’anelito alla carità da parte del Cottolengo, a modo di sintesi, si può riportare quanto scrisse Silvio Pellico pochi giorni dopo la sua morte: “Poche volte mi trovai a parlare coll’ottimo Cottolengo e sempre la carità mi sfavillava dai suoi occhi e dalle sue parole”.2 Essa era quindi diventata il suo tratto caratteristico.

Negli ultimi anni della sua vita, tra il febbraio 1840 e il giugno 1841, fondò anche cinque monasteri di vita contemplativa, di cui quattro femminili e uno maschile (quest’ultimo durò solo dieci anni). La fondazione di questi monasteri fu una visibile espressione istituzionale del primato di Dio costantemente vissuto e inculcato dal Cottolengo.

Il Cottolengo alla sua morte lasciò un complesso assistenziale di circa 1300 persone, con molte suore al servizio di ospedali e di altre istituzioni caritative del Regno di Sardegna.
Come motto della Piccola Casa pose la frase di San Paolo “Caritas Christi urget nos” (“l’amore di Cristo ci spinge”)(2 Cor 5,14).

La morte lo colse a 56 anni, dopo quattordici anni di dedizione intensa e instancabile al soccorso di persone malate, bisognose e abbandonate, “per incamminarle – come egli scrisse al Re – nella via di lavoro e di salute”, offrendo loro “una stanza di educazione santa”. La vita quotidiana del Cottolengo era meno idillica di quanto poteva apparire ai curiosi visitatori che sovente si recavano nella Piccola Casa. Difficoltà finanziarie, debiti ingenti, lamentele dei creditori non resero agevole la vita del Cottolengo, il quale peraltro si sentiva interiormente spinto a proseguire nelle sue opere di carità. Egli sperimentò la solitudine dell’uomo di Dio e dissimulava angustie e difficoltà mediante facezie di ogni genere.

Il Cottolengo non lasciò scritti particolari se non le lettere inviate per lo più alle suore dislocate nel Regno di Sardegna,3 le poche regole scritte per le comunità religiose da lui fondate4 e molte prediche. I testimoni dei processi di canonizzazione tramandarono molti suoi detti che vennero poi raccolti dal primo biografo del Cottolengo, il Padre Pietro Paolo Gastaldi degli Oblati di Maria Vergine.

La fama di santità, di cui godette dopo la morte, ottenne il riconoscimento della Chiesa che lo proclamò “santo” nel 1934.5

L’esempio di carità del Cottolengo fu di ispirazione anche per altri fondatori, per esempio il beato Luigi Guanella (1842-1915) e san Luigi Orione (1872-1940).

NOTE
1 Questo detto era noto a Torino, perché lo riporta L. CIBRARIO, Storia di Torino, II, Torino 1846, p. 102. La frase è riferita da più testimoni nel processo ordinario, cf. Luigi Cottolengo: «I cavoli di Bra perché facciano buona riuscita bisogna che siano trapiantati» (PO, sess. 113: ASV, FR, vol. 3909, f. 701); G. Costamagna: «I cavoli di Bra hanno bisogno d’essere trapiantati per prosperare» (PO, sess. 171: ASV, FR, vol. 3910, f. 948); Alberto Cottolengo, PO, sess. 138: ASV, FR, vol. 3909, f. 811; L. Renaldi, PO, sess. 41: ASV, FR, vol. 3908, f. 364; suor Clara Massola: «Correva voce che celiando abbia detto coi suoi colleghi che i cavoli di Bra hanno bisogno di essere trapiantati per prosperare» (PO, sess. 445: ASV, FR, vol. 3912, f. 2307).
2 Lettera dell’11 maggio 1842: Lettere di Silvio Pellico a Giorgio Briano, Firenze 1861, p. 33, n. 25.
3 Le lettere sono raccolte in Carteggio di san Giuseppe Benedetto Cottolengo, a cura di Lino Piano, Piccola Casa della Divina Provvidenza, 2 voll., Torino 1989-90.
4 Cf. Raccolta delle regole delle Famiglie Religiose della Piccola Casa della Divina Provvidenza anteriori all’approvazione pontificia, Piccola Casa della Divina Provvidenza, Torino 2000.
5 Per notizie più ampie sulla vita del Cottolengo, cf. LINO PIANO, San Giuseppe Benedetto Cottolengo, Fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza sotto gli auspici di San Vincenzo de’ Paoli (1786-1842), Torino 1996, 847 pp. Dal volume Giuseppe Cottolengo. Detti e pensieri, a cura di Lino Piano, © Edilibri 2005

Giuseppe Cottolengo. Detti e pensieri, a cura di Lino Piano. © Edilibri 2005, Milano, pp.176. Per informazioni rivolgersi alla casa editrice Edilibri srl Milano.
Fonte: edilibri.it – rc069 (2006)

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