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Sordità e Antropologia. Alcune linee guida per una disciplina in via di sviluppo (Newsletter della Storia dei Sordi n. 238 del 4 maggio 2007)

Studiando la cultura sorda
In questa sezione si affronterà il tema della sordità secondo una prospettiva antropologica. Tale campo di studi è da tempo avviato in alcuni paesi, in particolar modo negli Stati Uniti, ma risulta pressoché inesistente qui in Italia.

Grazie alle ricerche condotte presso l’Istituto di Psicologia del CNR di Roma (Istituto di scienze e tecnologie della cognizione ISTC, n.d.r.), da più di venti anni sono attivi gli studi sulla LIS, la Lingua dei Segni Italiana, e sui processi di apprendimento del linguaggio da parte del bambino sordo. Ma agli stimoli suscitati da tali studi la comunità antropologica italiana è rimasta per lo più “sorda”, forse più per un ripiegamento a volte incosciente su oggetti d’analisi tradizionali, che per reale disinteresse. Eppure lo studio della sordità, e in particolare di quella fenomenologia cui ci si riferisce con il termine di cultura sorda, può costituire un ottimo laboratorio al fine di testare, confrontare e rielaborare gli strumenti teorici e metodologici dell’antropologia stessa. La sordità comporta un modo differente di essere al mondo e modalità originali di relazione tra l’individuo e la società (udente). Il corpo del sordo rappresenta il nucleo dinamico mediante il quale si realizza la presenza dell’individuo in società, ed il luogo che rende manifesta la peculiarità di tale esperienza nel mondo. La sordità non è solo assenza di udito, ma impone un ripensamento delle norme della comunicazione sociale e dell’utilizzo del corpo in società. Compito principale delle discipline antropologiche è quello di raccogliere la sfida e proseguire, nel confronto con questo “anomalo” oggetto di studio, quel processo di ripensamento e rielaborazione critica delle proprie categorie conoscitive, da tempo inaugurato. Lo studio delle lingue dei segni, linguaggi veicolati attraverso il canale visivo-gestuale e non mediante quello audio-vocale, costituisce il principale laboratorio di ciò che rappresenta il maggiore punto di rottura nelle convenzioni della comunicazione linguistica. Tale studio può fornire nuovi criteri d’indagine e creare categorie originali all’interno della linguistica, e si rivela potenzialmente in grado di porre in discussione i presupposti epistemici stessi di una disciplina che poggia le sue basi prevalentemente sulla certezza della natura vocalica del linguaggio umano. C’è una curiosa analogia tra la linguistica applicata allo studio delle lingue dei segni, l’antropologia contemporanea e gli studi sociali sulla sordità: le indagini sui rispettivi oggetti d’analisi rivelano costantemente l’inadeguatezza degli strumenti categoriali, teorici e metodologici delle rispettive discipline nel loro classico modo di procedere nell’indagine; ma nel momento in cui si tratta di fare i conti con tali inadeguatezze strumentali, al fine di tracciare modelli di interpretazione e tracciare nuove vie di elaborazione teorica, si nota una certa tendenza a non tenere più conto delle scoperte fatte in sede di investigazione critica. La stessa linguistica, con le dovute eccezioni di studiosi che si muovono in direzione opposta, tende ad ignorare le scosse teoriche che gli studi sulle lingue dei segni possono apportare al suo apparato concettuale, mentre risulta già assai più ricettiva nei riguardi di quelle intuizioni fornite dagli studi sulla scrittura e sulle tradizioni orali. Il modello patologico della sordità è stato infatti assimilato anche a livello accademico, ed ha ostacolato lo studio di questa sia in ambito sociale, sia in relazione alla sua manifestazione linguistica.

Due anni fa ha avuto luogo a Trieste il primo convegno nazionale sulla LIS (1997, n.d.r.) e questo segna certamente un momento importante nella storia degli studi, anche se gli echi a livello accademico sono stati di poco peso. Nell’aprile del 1996 è stato organizzato da un gruppo di studenti del Dipartimento di Studi Glottoantropologici e Discipline Musicali dell’Università di Roma “La Sapienza”, il primo convegno che affrontasse in chiave antropologica differenti temi relativi alla sordità, con la volontà di avviare tale campo di studi anche in Italia e con l’idea di “stuzzicare” la stessa comunità antropologica.

Studiare la sordità secondo una prospettiva antropologica significa soprattutto impostare, ma non solo a questo si dovrebbe ridurre un’antropologia della sordità, l’analisi sulla sordità come se essa rappresentasse non un deficit sensoriale, ma una risorsa generatrice di cultura. In altre parole, l’ipotesi di lavoro di partenza comprende una prospettiva che imposti lo studio dei sordi come gruppo sociale, ed investighi la complessa rete di relazioni sociali, di valori e di simboli che tale gruppo sociale crea e mantiene.

Ciò vuol dire applicare le metodologie e gli strumenti conoscitivi propri delle discipline antropologiche all’indagine sociale sui sordi. Vi è già un’ampia letteratura estera su concetti quali cultura sorda, comunità sorda ed etnia sorda, che ha l’intento di inquadrare lo studio sul gruppo dei sordi come se fosse una minoranza etnica e linguistica, e molto feconda appare la recente riflessione che su tali concetti si è sviluppata (Johnson, Erting 1992; Turner 1994 e relative risposte; Wrigley 1996).
Le ricerche etnografiche e la rielaborazione teorica dei dati, in questo particolare campo di studio, sono in grado di fornire nuovi stimoli e preziosi contributi allo sviluppo delle correnti impostazioni teoriche e metodologiche dell’antropologia, e indirettamente, di tutte quelle discipline ad essa collegate. Si auspica inoltre che la riflessione antropologica coinvolga, ed inviti ad un riesame delle proprie istanze conoscitive, le discipline che in differenti campi si occupano di sordità.

Per un’antropologia della sordità
L’espressione antropologia della sordità potrebbe risultare utile per indicare un possibile campo di studi che si occupi di quest’argomento in base ad una prospettiva prevalentemente antropologica. E’ un’espressione non mutuata dalla letteratura in lingua inglese, la quale usa invece espressioni quali Deaf Studies, in cui però la disciplina antropologica non risulta centrale, o si identifica con il proprio oggetto di studio, cioè la cultura sorda. Una disciplina che si occupi della sordità solo in termini di cultura sorda sarebbe però limitata, e non terrebbe conto della profonda varietà individuale che caratterizza la popolazione sorda. Differenti percorsi educativi, culturali e scelte individuali diverse, non comportano sempre l’aderenza e l’identificazione con una cultura sorda. In questo senso l’antropologia deve porre come centro della propria analisi il fattore sordità, e non solo la cultura sorda, in modo da riportarla ai contesti culturali in cui è inserita, all’interno dei quali essa è continuamente pensata, spiegata ed elaborata, ed al fine di identificare quelle relazioni che essa stabilisce con gli altri elementi significativi di un particolare sistema sociale.

Inoltre gli studi sulla cultura sorda sono stati finora orientati da una forte esigenza, da parte di ricercatori sia sordi che udenti, di capovolgere in termini positivi pregiudizi ed immagini stereotipate, che considerano l’individuo sordo incapace di partecipare pienamente ed in modo attivo alla vita sociale, economica e politica della società. I sordi vengono visti in genere unicamente come individui portatori di handicap, cioè persone a cui manchi qualcosa di essenziale secondo le norme comuni, e bisognose quindi d’aiuto o di compassione.

Sono nati così movimenti di rivendicazione (negli Stati Uniti in primo luogo) affiancati a studi, sia linguistici che antropologici, che tendono invece a considerare i sordi come membri di una minoranza etnica e linguistica, e non come disabili fisici. Le persone sorde non vengono così considerate come individui singoli accomunati solo da un’etichetta medica, ma in quanto gruppo sociale con particolari comportamenti, peculiarità culturali e soprattutto una lingua diversa: la lingua dei segni.

Gli studi che si concentrano sulla cultura sorda sono stati però notevolmente influenzati da tale prospettiva di rivendicazione culturale, la quale ha animato la nascita di movimenti volti ad ottenere un maggiore accesso alle risorse sociali, linguistiche, culturali ed educative della società da parte delle persone sorde. E’ legittimo per l’antropologia, se non doveroso, intervenire in contesti in cui è in grado di agire professionalmente, e risulta quindi quanto mai utile il sostenere teorie che possano influenzare positivamente l’immaginario collettivo. L’antropologia può così, demolendo concettualmente pregiudizi ed ampliando la circolazione delle informazioni, facilitare la nascita di servizi che siano in grado di smussare i vari ostacoli che quotidianamente sono costrette ad affrontare le persone sorde. Il problema metodologico sorge quando il ricercatore non si accorge di includere tale volontà di rivendicazione culturale all’interno dei propri modelli interpretativi, ovvero quando non sa più scindere, o non è interessato a farlo, tra il suo appoggio ideologico o politico alla cultura sorda, e lo studio analitico di questa.

È compito quindi della stessa antropologia compiere un’analisi riflessiva dei propri modelli impiegati, dei propri concetti e categorie, e fare di tale autoconsapevolezza interpretativa il punto di forza della propria autorità etnografica. Per questo sarebbe auspicabile la presenza di una disciplina, un’antropologia della sordità appunto, che si occupi degli studi sulla sordità, e nello stesso tempo eserciti tale controllo e verifica sulle proprie modalità conoscitive.

Riferimenti bibliografici:
Caselli, M.C., Corazza, S., (a cura di), 1997, LIS – Studi, esperienze e ricerche sulla Lingua dei Segni in Italia, Edizioni Del Cerro. Atti del 1° Convegno Nazionale sulla Lingua dei Segni, Trieste 13-15 ottobre 1995.

Johnson, R.E., Erting C., 1992, “Ethnicity and Socialization in a Classroom for Deaf Children”, in Lucas, C. (ed), The Sociolinguistics of the Deaf Community, San Diego, Academic Press, pp. 41-83.

Turner, G., 1994, “How is Deaf Culture?”, Sign Language Studies, 83: 103-126.

Wrigley, O., 1996, The Politics of Deafness, Gallaudet University Press, Washington D.C.

Zuccalà, A. (a cura di), 1997, Cultura del gesto e cultura della parola: viaggio antropologico nel mondo dei sordi, Roma, Meltemi Editore.

Fonte: La Sapienza (CISADU) – nw138 (1997-2007)


Newsletter della Storia dei Sordi n. 238 del 4 maggio 2007