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Piccolo Famedio di Milano

Piccolo Famedio di Milano. Nelle adiacenze del bellissimo immobile “Casa del sordoparlante: Mons. Giovanni Terruzzi”, a Milano, di proprietà dell’ENS, donato dallo storico Pio Istituto dei Sordomuti nell’indimenticabile giornata del 5 marzo 2002, con atto firmato tra il Presidente dell’Istituto sig. Romano Gaspari e il Presidente dell’ENS Comm. Ida Collu, sito in Via Boscovich, 38, costruito con le mani dei volonterosi sordomuti, che aiutavano i muratori attorno agli anni venti sul terreno dove era ubicato l’antichissimo cimitero milanese di San Gregorio fino al secolo XIX.

Durante gli scavi di fondazione della sede si era scoperti numerosi resti umani e raccolti dagli stessi sordomuti per depositarli in un luogo… come anche quelli della costruzione dell’Istituto femminile (Via Settembrini), sorto molto prima di quello della sede ENS (1908).

Chiesa di San Gregorio
Chiesa di San Gregorio

La costruzione della chiesa parrocchiale di San Gregorio, ubicata nella stessa zona della sede ENS, era situata nel medesimo territorio del soppresso cimitero. I resti umani raccolti sarebbero stati tra le 200/300 mila persone di cui gran parte morti appestati nei due grandi cicli di epidemia tra i secoli XV e XVII ed una parte del suddetto terreno cimiteriale era vicino allo storico ex ospedale “lazzaretto” per la raccolta degli ammalati di peste.

La cripta della Chiesa ospita tantissime lapidi di pregiata manifattura artistica degli illustri defunti, appunto del “piccolo famedio di Milano”, che furono traslate con cura dal cimitero soppresso, alla suddetta cripta per ordine del Municipio di Milano nel 1909, dove è stato eretto un grande muro recintato sotterraneo che contiene i resti umani raccolti e depositati.

Al di sopra di questo sorge l’altare centrale della chiesa costruita nel 1903 e nel giorno memorabile di tutti i Santi (1° novembre) è stato commemorato il centenario della costruzione con una celebrazione officiata dal Card. Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano. Una preghiera davanti alla Prima Pietra nella cripta di San Gregorio, dove è stato sepolto uno dei pionieri dell’educazione dei sordi: Mons. Luigi Casanova (1859-1911) che può essere visitata dal pubblico. Desideriamo far conoscere ai nostri affezionati lettori un po’ di storia del passato che lega anche il mondo dei sordi dell’epoca e di oggi.

Forse non tutti sanno che per una scala, posta al lato sinistro del presbiterio (altare), si discende nella cripta (inaugurata il 2 novembre 1909) dove sono ancora conservate le suddette lapidi. Col passare degli anni alle lapidi sopraccitate, se ne sono aggiunte altre con i nomi dei milanesi caduti della 1° guerra mondiale (1916-1918) e di tantissimi iscritti alla “Compagnia del Suffragio” della parrocchia con continui aggiornamenti che risalgono a tutt’oggi. Appena scesi dalla scala, a destra, si trova una lapide in memoria di Pietro Nicolini, morto nel 1862: di fronte, quella del pittore Mauro Conconi, morto nel 1860. Avanzando verso l’altare, sulla destra, in corrispondenza della parte centrale della cripta, c’è un muro che chiude l’ampia cavità (denominata piccolo famedio), sotto l’attuale altare maggiore, dove vennero riunite le ossa umane rinvenute durante i lavori di scavo per la costruzione sia della chiesa che degli edifici circostanti (compresi l’Istituto femminile di Via Settembrini e la Casa del Sordoparlante di Via Boscovich). Altre ossa sono conservate in un sacello nei pressi del campanile, che costituiva fino a pochi anni fa una specie di repertorio didattico per gli studenti di medicina. Sul muro sono infisse le lapidi di alcuni degli uomini più celebri sepolti nel cimitero di San Gregorio: al centro, in alto, il pittore Giuseppe Appiani, morto il 18 luglio 1812; sotto, quella del più famoso fratello Andrea, morto il 6 novembre 1817; alla destra di questa è infissa quella del poeta dialettale Carlo Porta, morto il 5 gennaio 1821, sopra la quale è collocata quella di Antonio Caccianino, morto 20 febbraio 1828.Vicino a queste ultime due, il Comune di Milano ha posto una lapide con la seguente iscrizione: “Queste lapidi – proprietà del Comune di Milano – già collocate nel cimitero – detto di San Gregorio – la Rappresentanza Municipale – qui volle raccolte – nel tempio ed ossario – costruii sull’area – del soppresso cimitero – riconoscente omaggio – ai cittadini – dei quali serbano il nome”.

Alla sinistra della lapide di Andrea Appiani, è murata quella del poeta Vincenzo Monti, morto il 13 ottobre 1828, ed al di sopra quella di Gaspare nobile De Ghirlanda, morto il 23 aprile 1831. Alla sinistra si vede la lapide del pittore Giovanni Migliora, morto il 18 aprile 1837. In corrispondenza dei quattro angoli della parte centrale della cripta sono dipinti quattro angeli che reggono altrettante pergamene, con gli altri nomi delle memorande persone sepolte nell’antico cimitero distintesi per santità di vita, opere di carità, dignità e cariche, lettere scienze e arti (di quest’ultima, l’umidità ha completamente cancellato ogni traccia; possiamo, però, recuperare i nomi da alcuni documenti presenti nell’archivio parrocchiale).

Esattamente di fronte alle lapidi dei fratelli Appiani, è il pilone che un tempo sosteneva il vecchio altare maggiore, quale è incorporata la Prima Pietra lì posta il primo novembre 1903, come ricorda l’iscrizione. L’altare, completamente rifatto e completato nell’aprile 1953, fu disegnato dall’architetto Luigi Brambilla; sullo sfondo, una vetrata, opera del pittore Saponaro, rappresenta la Pietà (Maria che ha tra le braccia il Cristo Morto); fa da cornice un riquadro in marmo nero, sul quale sono in rilievo gli emblemi della Passione.

Notiamo la particolarità di questo altare costruito in modo che il celebrante sia rivolto verso il popolo, secondo l’antico rito ambrosiano (vedi, ad esempio, l’altare della basilica di Sant’Ambrogio), anticipando così, di gran lunga, la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Il precedente altare è ora conservato nella cappella della risurrezione, di cui parleremo in seguito, sulle pareti ai lati del vecchio altare erano collocate due tavole di marmo, dipinte dal Morgari (1929-1921), raffiguranti Gesù Principe della pace e Maria Regina della pace. Di queste non si ha più alcuna traccia. Dietro i piloni si aprono tre vani: uno centrale molto grande, e due laterali più piccoli. Nel primo piccolo vano, quello più vicino all’altare, trova posto la “cappella” della Madonna del Suffragio con parecchie lapidi in memoria dei defunti. Da notare il quadro di una Madonna con Bambino privo di documentazione e di cui non si conosce l’autore.

Facendo un’ipotesi di stile sembra possa essere un’imitazione del leonardeschi (Luini e Solari, che imitavano a loro volta Leonardo da Vinci), ma richiama anche per certi aspetti (i pomelli rossi della Madonna) il Parmigianino, che dipingeva Madonne con il collo lungo. Il santo alla sinistra di Maria sembra addirittura di un’altra mano, di uno stile molto rozzo.

Nel seguente vano centrale è collocato un grande altorilievo in marmo rappresentante San Carlo (alto due metri e mezzo) che distribuisce la Comunione agli appestati, opera dello scultore Vittorio Nesti. Quello che vediamo è solamente la parte centrale di un triplice gruppo che avrebbe dovuto essere collocato sul frontone triangolare della chiesa di San Carlo al Corso in Milano. Tutto il gruppo, e specialmente le due belle figure femminili risentono della scuola neoclassica di cui il Nesti, che lavorò dal 1825 al 1844, fu il continuatore.

Sull’artista, la sua opera e come sia finita a San Gregorio, vale la pena di riportare questa testimonianza. Lo scultore Vittorio Nesti, nativo a Firenze, viveva a Milano, e si era fatto un buon nome nell’arte sua col gruppo della Carità, eseguito nel 1842 per commissione dell’imperatore Ferdinando, che ancora si ammira nell’Istituto Fatebenesorelle. Il presidente della Accademia di Belle Arti di Brera, Londonio, con suo atto del 13 novembre 1844, dichiara che il gruppo venne eseguito “con tale perizia d’arte e finezza di lavoro da meritarsi le più ampie lodi della commissione accademica delegata a giudicarlo”.

Il Nesti sul principio del 1845, si presentò al preposto parroco di San Carlo al Corso don Giacinto Amati, per ottenere qualche lavoro di scultura per il nuovo tempio. Gli fu risposto che restava da allogare soltanto l’altorilievo che avrebbe dovuto rappresentare San Carlo che comunica gli appestati; e presentasse una proposta, considerando però che per allora la fabbriceria non era in grado di sostenere spese. Il Nesti, con lettera 3 gennaio 1845, si offrì di eseguire il lavoro per la sola spesa del marmo; ma gli fu risposto che neppure questo si poteva concedere; e gli si dava però l’autorizzazione di eseguire il lavoro cercando nelle offerte dei cittadini i mezzi necessari.

Il Nesti su questo bel fondamento si accinse al lavoro; e presentò il disegno che fu approvato da don Amati, dall’architetto Amati, dal prof. Sabatelli, e da altri; e fece il modello del gruppo centrale. Formato di dieci figure, e di altri due gruppi di tre figure ciascuno. Tutto fu approvato, ma al Nesti si disse e ripeté (come risulta da un memoriale da lui scritto, e che si conserva nella canonica di San Gregorio) (ora scomparso – N.d.A.) che alle spese avrebbe dovuto pensare egli stesso.

Lo scultore allora si trasformo in incisore; incise e fece stampare i suoi gruppi; ed aprì una sottoscrizione di cent. 50 per anni quattro, offrendo ai sottoscrittori le dette quattro tavole; ma l’ingenuo tentativo non solo non fu appoggiato, ma venne intralciato. Egli allora, non sapendo più che fare, ed avendo gia dato fondo a tutti i suoi risparmi, ottenne di esporre a San Carlo un grande disegno (che si conserva nella sacrestia di San Gregorio) (ora scomparso – N.d.A.), sperando che i visitatori avrebbero dato il loro obolo per le spese del marmo e del lavoro; ma per i nuovi malintesi, nessun frutto egli ritrasse dal lavoro “ad eccezione di una terribile costipazione” presa nell’eseguirlo.

Non scoraggiato ancora del tutto, diede commissione di un blocco di marmo, e cominciò a lavorare su di esso. Lungo sarebbe il narrare tutte le peripezie a cui la sottoscrizione andò soggetta, e tutti i dolori che procurò al povero artista; finché il 4 febbraio 1849 si venne fra il preposto e l’artista, ad una convenzione, la quale non poté però evitare varie truffe commesse da persone che andavano a riscuotere senza autorizzazione.

Le sottoscrizioni giunsero al numero di 850 (e ne sarebbero occorse almeno mille); ma vennero le Cinque Giornate, che lasciavano poco tempo per pensare alle sculture: e solo 360 sottoscrittori versarono le loro quote. Il povero Nesti (che lavorava a Porta Tosa, nella corte della chiesa di Santa Prassede, n. 117). Era ridotto in miseria; eppure continuò a lavorare, fidando… nel futuro; ed intanto riuscì a far pubblicare, nel numero 12 agosto 1850 del periodico “L’Era Nuova”, un articolo con cui varie egregie persone dichiaravano che l’opera era molto avanzata ed eccitavano il pubblico a venir in soccorso dell’artista per compierla; ma nulla ottenne. Morto il parroco Amati, gli successe don Marzurati; ma neppure da lui il Nesti venne aiutato.

Nell’autunno del 1851 l’imperatore Francesco Giuseppe, e quando egli si recò a visitare San Carlo, il Nesti riuscì a presentargli una petizione per avere soccorso nell’opera sua; e l’imperatore si impegnò di versare, ad opera compiuta, 1000 fiorini; ed allora l’amministrazione del tempio nominò una commissione di artisti la quale giudicò… che i modelli erano belli, ma che il lavoro eseguito aveva dei difetti. A richiesta del Nesti, nel luglio 1856, gli scultori fraccaroli, Pandiani, Manfredini, Labus, Puttinati, Mottelli, Seleroni e Miglioretti, giudicarono il lavoro “ben condotto e suscettibilissimo di esser terminato con lode”; ma nulla valse; ed il lavoro restò com’era. Vittorio Nesti, ridotto in condizioni lacrimevoli, morì il 6 dicembre 1874 nell’Istituto San Giuseppe a San Vittore ove era stato ricoverato per la generosità della duchessa Barbara Scotti. Lasciò una figlia, Matilde, vedova Monti, la quale ereditò quanto aveva lasciato il padre, cioè quel gruppo, che fu per molti anni ricoverato nella casa dei Somaschi, presso la chiesa dell’Incoronata, a Porta Garibaldi; finché la poveretta, dopo aver invano battuto a varie porte, nel 1902 batté anche a quella di don Luigi Casanova, che fece trasportare il marmo a San Gregorio, assicurando alla povera vedova una pensione a vita di una lira al giorno. Matilde Nesti morì nel 1904”.

Pensiamo che l’opera s’intoni bene con questo luogo, dove certamente San Carlo esercitò tra gli appestati del vicino Lazzaretto il ministero della carità, forse varrebbe la pena di valorizzarla maggiormente. Le decorazioni sui muri di questo vano sono opera del Morgari e sono gli unici dipinti rimasti nella cripta dopo i lavori il risanamento dei muri mal ridotti dall’umidità. La decorazione rivela che si è nel revival ma anche nell’epoca del Liberty: arcate dipinte con oro, che a prima vista potrebbero sembrare mosaici; anche il gruppo marmoreo con al centro San Carlo, sopra il quale è dipinto il suo simbolo Humilitas, è contornato da elementi floreali, oro e ghirigori a linee curve inflesse.Sempre in questo vano, era collocato, il modello originale in gesso della statua di San Gregorio, che abbiamo precedentemente visto in chiesa, di cui ora non abbiamo più traccia. Nel vano successivo, verso l’uscita, è la “cappella” del fondatore, perché dal 25 maggio 1952 nel muro di fondo sono stati collocati i resti delle spoglie mortali di Mons. Luigi Casanova, traslati solennemente dal Cimitero Monumentale.

Il trittico di lapidi marmoree è stato realizzato in epoca successiva e inaugurato il 27 settembre 1959. Riporta tre medaglioni di bronzo con altrettante iscrizioni: quello centrale raffigurante Mons. Luigi Casanova, fondatore della Chiesa; quello a destra (di chi guarda) don Carlo Torrioni, quello a sinistra Mons. Bargiggia, suoi primi due collaboratori a San Gregorio.

Ai lati di questi ultimi sono state aggiunte successivamente due lapidi: a destra quella di Madre Teresa Bosisio, canossiana (Educatrice dei sordi e superiora della sezione femminile del Pio Istituto nei vari periodi: 1926, 1947 e 1956, morì nel 1964 di 81 anni); a sinistra quella di Mons. Giovan Battista Pasetti (1873-1948), anch’essi collaboratori di Mons. Casanova per la realizzazione delle Opere di Carità di San Gregorio. Il medesimo Mons. Pasetti è succeduto a Mons. Casanova alla direzione del Pio Istituto Sordomuti.

Nelle pareti laterali di questa cappella sono state sistemate le lapidi dei caduti della prima guerra mondiale, prima sparse in ogni angolo della cripta. Dalla parete sinistra di quest’ultimo vano, attraverso un piccolo arco, si accede alla cappella della Resurrezione (febbraio 1953), l’unica che possiamo definire veramente tale. In questa cappella è collocato il vecchio altare della cripta in pietra di Saltrio martellinata, sovrastato da un trittico dipinto su marmo dal Morgari (1918), dai toni cupi e con molto oro di gusto Liberty.

Al centro è rappresentato Cristo che risorge dal sepolcro, con un bel movimento dal basso verso l’alto e, sempre con una visuale dal basso in alto, ci sono Santa Felicita Martire, con la palma del martirio (a sinistra di chi guarda), e Santa Giovanna d’Arco in armatura. È insolita la raffigurazione, per di più accanto ad un Cristo risorto, di queste due sante poco presenti nella nostra zona milanese, tuttavia ne possiamo dare una spiegazione: Santa Felicita è patrona delle domestiche, e sappiamo dalle fonti che a San Gregorio era presente un forte gruppo di queste; a Santa Giovanna d’Arco era invece dedicato il circolo giovanile femminile. Anche questa cappella è tappezzata di lapidi “alla memoria”, tra cui una con i nomi di alcuni dei sacerdoti defunti della famiglia degli Oblati vicari e diocesani e dei parroci di San Gregorio; Al termine della guerra 1915-18 la cripta divenne meta di pii pellegrinaggi in suffragio dei caduti nella grande guerra, di cui sono ricordati più di 1600 nomi in lapidi singole e collettive.

Dopo il bombardamento del 13 agosto 1943, che colpì anche il tetto della nostra chiesa, la cripta rimase per parecchio tempo, fino all’aprile 1944, l’unico luogo al “coperto” per le celebrazioni eucaristiche. Nel marzo del 1951 si iniziarono i lavori di ristrutturazione, grazie anche all’intervento del Comune di Milano che, come abbiamo già ricordato, è proprietario delle lapidi provenienti dall’ex cimitero. Venne così rinnovata e inaugurata il 14 ottobre 1951 alla presenza delle pubbliche autorità e denominata “Piccolo Famedio di Milano”.

MONS. LUIGI CASANOVA (1859-1911)
Fu il secondo Rettore del Pio Istituto per i Sordomuti poveri di Campagna di Milano dal 1889 al 1911 e già Vice Rettore all’epoca di Giulio Tarra, primo educatore del suddetto Pio Istituto, dal 1880. Contribuì alla fondazione del nuovo Istituto per sordomuti a Como e fondò l’Associazione dei Sordoparlanti “Benefica” provenienti degli ex alunni del medesimo Istituto per educarli cristianamente ed insegnare loro a socializzare nella società (famiglia e lavoro), costituì anche l’Istituto per l’istruzione dei deficienti (San Vincenzo) nel 1904 e la nuova sezione femminile del Pio in Via Settembrini trasferitovi da Via Chiusa nel 1907. Sotto il suo Rettorato veniva pubblicata l’importante rivista “Pedagogica Emendatrice per l’educazione dei sordomuti e degli anormali affini” diretta da Picozzi (maestro nel medesimo Istituto) fino alla cessazione della pubblicazione che avveniva nel 1922. Istituì anche la casa lavoro per sordomute, l’associazione nazionale fra Educatori ed Amici dei Sordomuti ed il Comitato per diffondere l’educazione dei sordomuti.

Il suo lavoro svolto nella fede e nell’umiltà gli permise di realizzare le sue opere per cui scrisse nel frontale del palazzo scolastico “Studio e Lavoro”: Studio perché il sordomuto senza lo studio non riesce neppure nel lavoro e Lavoro perché il lavoro permette al sordomuto di essere alla pari con gli altri nella Società”. Il primo numero della rivista “Giulio Tarra” era indirizzata agli ex alunni per mantenere stretti i legami con il Pio Istituto fu voluta da lui stesso nel 1892 e si pubblica ancora oggi dopo ben 111 annate!, diretta dall’attuale direttore Mons. Emilio Puricelli (1930). Dopo la breve malattia spirò nella devozione di Dio l’8 febbraio 1911.

Nel 1952 i suoi resti mortali traslati nella Chiesa di S. Gregorio costruita da lui dove venivano seppelliti i morti appestati nell’ex cimitero annesso al lazzaretto, che egli stesso aveva raccolto durante i lavori della nuova sezione femminile del Pio nel 1889. Con la traslazione fu eseguita la sua volontà espressa nel testamento, dopo 41 anni. In suo onore è stata intitolata la strada accanto alla Via Giulio Tarra nei pressi della Stazione Centrale, dove sorgeva lo storico Istituto dei Sordomuti (Via Galvani) sotto la direzione di Tarra mentre lui era appunto Vice Rettore.

IL CENTENARIO…DELLA POSA DELLA PRIMA PIETRA
(1903-2003)

Un po’ di storia. A cura di Franz da Comunità Insieme. Diamo una descrizione degli avvenimenti di quella giornata, secondo quanto riportato dal “Giulio Tarradel 7 novembre 1903 (Bollettino del Pio Istituto Sordomuti poveri in campagna di Milano):“…Domenica 1 novembre il cielo si mantenne calmo, il sole di quando in quando, con occhio divino, metteva fuori il capo dalle nuvole sparse qua e là e con suoi raggi scendeva a baciare le ossa dei poveri morti in parte ancora scoperchiate, e che si può dire, facevano guardia d’onore al posto da loro ceduto per la Prima Pietra della casa del loro Signore.

Sono le 14, il concorso dei cittadini va crescendo, poveri, ricchi, piccoli, grandi, sordomuti, sordomute, deficienti, altre istituzioni di carità formavano un popolo stragrande di gente che si accalca, si pigia e porta sopra quel campo di morte la nota di trasformazione in campo di vita… Alle ore 15 arrivò S.E. il Cardinale Ferrari, entra nella Chiesa provvisoria, al suono della musica si aggiunge il canto sacro e si prova nell’animo l’esultanza della Chiesa trionfante, militante e purgante. Sua Eminenza cogli abiti pontificali, preceduto da numeroso clero, da alcuni padri Cappuccini, che richiamavano alla mente i giorni storici di P. Felice, di P. Michele descritti dal Manzoni, processionalmente si avvia al luogo destinato per la posa della Prima Pietra.

Sopra elegante pergamena che ricorda l’avvenimento e che deve chiudersi in apposito tubo da collocare in seno alla Pietra, sua Eminenza vi mise il suo nome, seguito poi dalla firma dell’Architetto Ingegnere Cav. Francesco Solmi, quella dell’impresa dei lavori A.Brambilla e quella di numerosi padrini e madrine. Sull’artistica pergamena si leggeva la seguente dedica: “In nome di Dio – Padre – Figliolo – Spirito Santo – invocando – la protezione di san Gregorio titolare di questo tempio ed unite Opere di Carità – di Maria Santissima Addolorata – di Santa Chiara compatrona e di tutti i Santi – essendo – SS. Pio X (Giuseppe Sarto) Pontefice Massimo – S.M. Vittorio Emanuele II Re d’Italia – Andrea Carlo Ferrari Card. Del titolo di S.Anastasia. Arcivescovo di Milano – oggi 1 novembre 1903, ricorrendo il 50° anno di vita del provvido Istituto per sordomuti della Provincia di Milano, in questo luogo già Cimitero di San Gregorio, santificato dal dolore dei padri nostri e dalle opere del glorioso San Carlo Borromeo, il Cardinale Arcivescovo, col concorso di numerosissimi cittadini, pone la Prima Pietra di questo Tempio ed unite Opere di Carità, cioè: Istituto per sordomute povere; Scuole di Carità; Oratorio festivo femminile; monumento di pietà cittadina, a perenne ricordo di tempi calamitosi, a redenzione civile e cristiana di figlie del popolo”.

Chiusa la pergamena nel tubo, Sua Eminenza, del clero e col seguito di distinte persone discese a deporre il tubo di vetro nella cavità praticata nel centro della pietra stessa, fece le croci di ritiro sulla pietra che doveva servire di coperchio, vi mise in giro cemento e calce e chiuse il tubo vetro nella cavità.
Sulla pietra di coperchio erano incise le seguenti parole: “Andreas – C.Card. Ferrari – Arch.- Med. – Die 1 Novembris – An. D.mi MCMIII – Rite Ponebat”. Sua Eminenza poi processionalmente, a mala pena facendo largo tra la folla, benedì le fondamenta della nuova Chiesa e il terreno dove sorgeranno le opere di Carità.

Il Beato Card.Ferrari sigillò la prima pietra
Il Beato Card.Ferrari sigillò la prima pietra

Compiuta la sacra funzione l’Avv. A. Degli Occhi con brevi, ma concise parole disse dell’alto significato che in quel luogo santo vengano ad avere il Tempio dedicato a San Gregorio e le Opere di Carità… Dopo le parole del suddetto Avvocato, Sua Eminenza impartì la benedizione di chiusura e si avviò alla chiesa (provvisoria in legno), ed entrato salì sul pergamo e tenne il discorso d’occasione all’affollato popolo… Alle ore 18 l’Arcivescovo si accomiatava benedicendo, mentre il popolo acclamava a lui. Sulla facciata della Chiesa provvisoria molto bene addobbata, in bianco e nero spiccava un cartellone con la seguente scritta. “Qui – San Carlo – pianse – confortò i suoi figli nel dolore – li soccorse nei momenti estremi – qui il suo successore Card. Andrea C. Ferrari – benedice le loro spoglie mortali – e con rito solenne pone – la Prima Pietra – del tempio di San Gregorio ed unite Opere di Carità – monumento di pietra cittadina”.

Avvenimento sì lieto non poteva compiersi con maggiore solennità ed esultanza comune. Si è cominciato bene e tutti ci fa presagire bene anche per l’avvenire. È pegno sicuro la benedizione che il Santo Padre Pio X (Giuseppe Sarto 1835-1914), nella solenne circostanza della posa della Prima Pietra, mandò sabato sera al Cardinale Arcivescovo per i benefattori del Tempio e delle opere di Carità in San Gregorio. La benedizione del Pontefice, è benedizione di Dio che in modo speciale rassicura ed esprime il beneplacito divino. L’interessamento cittadino fu generale e la stampa d’ogni colore diede relazione della solenne cerimonia che preludia il lieto avvenire delle opere in San Gregorio”.
Franco Zatini – ns002 (2003)

PER SAPERE DI PIU’
Beato Andrea Carlo Ferrari

Storia dei sordi

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«La storia non è utile perché in essa si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire» (M.D’Azeglio)
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“Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità”, ideato, fondato e diretto da Franco Zatini