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Ignazio Fabra. Un fulgido alloro per l’Italia nella lotta greco-romana.

Ignazio Fabra. Un fulgido alloro per l’Italia nella lotta greco-romana. Quel fascino sottile che esercita la corsa campestre. La corsa campestre mi ha sempre affascinato, forse perché la prima ed unica volta in cui mi cimentai agonisticamente, sul finire degli Anni Cinquanta, non ce la feci a terminare la gara e ne avevo dedotto di non essere portato per quella disciplina sportiva. Devo specificare: avevo meno di venti anni e da tempo praticavo la lotta stile libero.

Nessun sordo milanese si era ancora avvicinato alla lotta, anche se l’Italia sportiva vantava, allora, un sordo campione del mondo C.I.O. proprio in quella misconosciuta, ma olimpica disciplina: il palermitano Ignazio Fabra già medaglia d’argento alle Olimpiadi di Helsinki 1952 e di Melbourne 1956, e poi ancora partecipante ai successivi Giochi Olimpici di Roma 1960 e di Toxio 1964.

In compenso, Milano vantava un’agguerrita schiera di giovani sordi che praticavano l’atletica leggera nelle sue diverse specialità, dalle corse di velocità, di mezzofondo, di fondo o di marcia, ai salti e ai lanci. Le tabelle dei primati italiani FSSI, ed anche di quelli europei e mondiali e del Comité International Sport des Sourds, CISS, annoveravano molti nomi di miei concittadini, ed io ero pertanto orgoglioso di essere milanese anche se poi, nelle lunghe e solitarie trasferte in treno da Milano a Palermo, dove mi ero recato tre volte per partecipare ai campionati italiani “silenziosi” di lotta, avevo il magone e mi dicevo ma che uomini sono i sordi milanesi, che non vogliono praticare la lotta! Così una domenica uggiosa e fredda di un mese di febbraio 1959 freddo e uggioso si svolgevano a Milano i campionati regionali “silenziosi” di corsa campestre ed io volli partecipare per far vedere che uomini sono, invece, i lottatori, ed è forse per quel motivo d’irritazione che non terminai la gara e non pensai più alle corse sin quando, negli Anni Settanta, esplose il “boom” delle corse “non competitive” ed io, che da alcuni anni avevo appeso il costume di lotta al chiodo delle rimembranze, mi accostai a quelle corse per togliermi quel po’ di ruggine accumulatasi per l’inattività sportiva ed è così che cominciai ad amare le corse, anche se di “campestri” competitive non ne disputai più, ma in compenso ho terminato una maratona in 3°30’ ed una Stramilano di 21 Km. in 1°31’, tempi certo non strepitosi, ma che per un tipo com’ero allora io, già oltre i quaranta e che si allenava come poteva, li giudicavo tempi da non buttare.

Quell’anno dunque, era il 1984 ed io ero dirigente sportivo della «Silenziosa» di Milano, ebbi modo di collaborare all’organizzazione del campionato nazionale FSSI di corsa campestre, svoltosi il 25 marzo a Caravaggio (BG). È stata un’esperienza interessante studiare il percorso di gara, misurarlo con l’apposita strumentazione, segnalarlo visivamente per i concorrenti, ricontrollarlo il giorno precedente e ancora prima della partenza del campionato, ricevere gli atleti sordi provenienti dalle diverse Regioni italiane, accompagnarli sul luogo della punzonatura, mentre da un cielo fattosi improvvisamente grigio e carico d’acqua dopo un lungo periodo di siccità, iniziava a cadere una gelida pioggia, poi scaricatasi a catinelle per tutto il tempo in cui è durata la corsa.

Di quella corsa io ho visto poco o nulla, sono rimasto bloccato nella segreteria da campo, sistemata alla meglio sotto il portico di una cascina, tra correnti d’aria che è opportuno non descrivere, ma dove il clima di quella gara, indipendentemente dal vento e dalla pioggia, l’ho vissuto dall’inizio, alla fine ed anche oltre, per cui ho gustato interamente quel fascino sottile, fatto di estrema determinazione dei battistrada, delle rincorse affannose di chi restava distanziato, del ritiro di chi proprio non riusciva a tenere il ritmo che s’era imposto, di tanti piccoli avvenimenti che anch’io avevo provato direttamente tanti anni prima, ed ora potevo capire e anche apprezzare interamente quel fascino sottile che esercita la corsa campestre… ma correrla era un’altra cosa… e vincere è stupendo. Ma chi ha vinto? Importante è stato partecipare! Da

Marco Lue.

Un fulgido alloro per l’Italia nella lotta greco-romana.
Il nostro Fabra Campione del mondo. Negli incontri di finale il piccolo sordomuto palermitano ha battuto i fortissimi Akbas (Turchia) e Garaev (Russia) in 7’20” e 7’30”. Un telegramma al CONI del Presidente CEFS. Grande entusiasmo fra i sordomuti italiani.

Karlsruhe, 24 apile 1955, Alla conclusione dei campionati del mondo di lotta greco-romana ha fatto degna cornice un folto pubblico. Si calcola che abbiamo assistito agli incontri di finale circa 5000 persone che non hanno lesinato applausi ai vincitori ed ai vinti.

L’italiano Ignazio Fabra, il sordomuto palermitano, ha conquistato il titolo, battendo il forte turco Akbas prima del limite, riscuotendo applausi per la brillante tecnica sfoggiata. Successo netto e convincente che premia la costanza ed il valore di un atleta che già nella penultima edizione dei “mondiali” a Napoli aveva dimostrato di avere la classe del grande campione.

Ed ecco la cronaca del primo di finale, che ha vito di scena il  piccolo Ignazio Fabra. I due mosca, col corpo piegato in avanti si studiano per alcuni istanti senza toccarsi poi è Akbas a tentare un primo attacco che però termina fuori del tappeto; Fabra tenta a sua volta una fulminea ancata che però va a vuoto per l’agilità e la prontezza del turco. Praticamente niente di fatto nella ripresa in piedi. Nella posizione prona riesce a rovesciare l’avversario con una cintura. Akbas tenta di salvarsi in ponte ma l’italiano non molla la presa dopo alcuni istanti schiena l’avversario. Grandi applausi della sportivissima folla e giubilio tra gli atleti italiani, i quali issano il vincitore sulle loro spalle e lo portano in trionfo sino agli spogliatoi.

Nell’incontro in cui Fabra si é laureato campione del mondo, seconda finale dei “mosca” l’italiano ha atterrato il russo Garaev con un rapido “arm lock” seguito da una energica presa che ha costretto l’avversario a salvarsi in ponte.

All’atleta sorodmuto sono però accorsi appena altri 15 secondi per rompere il ponte di Garaev e conquistare la vittoria. I circa 4000 sportivi presenti hanno salutato con molti applausi la nuova vittoria del piccolo italiano.

Fabra ha risposto alle ovazioni con diversi inchini nelle varie direzioni del pubblico ed é stato portato per la seconda volta in trionfo negli spogliatoi da sportivi e dirigenti italiani.

La classifica finale é la seguente: Pesi mosca: 1. e campione del mondo Ignazio Fabra (Italia); 2. Nail Garaev (Russia); 3. Huseyn Akbas (Turchia).

Il telegramma del CEFS: Avv. Giulio Onesti.
Presidente CONI Roma. Dirigenti et sportivi sordomuti esultano splendida vittoria titolo mondiale Fabra traggono motivo instancabile perseverenza intenti seguendo esempio finalità raggiumgere nuove mete et contribuire maggiore ascesa sport italiano sotto insegne CONI. Ieralla Commissario governativo ENS Presidente CEFS.

Felicitazioni del Prof. Gedda. Il prof. Gedda, Presidente del CSI informato della luminosa vitoria conseguita dal nostro Fabra a Karlsrube ha così telegrafato: All’Ente Nazionale Sordomuti. Centro Sportivo Italiano esultando magnifica vittoria conquista titolo mondiale atleta Fabra formula vivissimi rallegramenti auspicando C.E.F.S. sempre maggiori fortune. Firmato Gedda Presidente.
Da La Settimana del Sordomuto, 1955 – ps098 (1984)

Il mondo della Lotta piange Ignazio Fabra, un Campionissimo
Genova, 13 aprile 2008. Nel primo pomeriggio di oggi, Ignazio Fabra ci ha lasciato. L’Uomo che per due volte sfiorò il trionfo d’Olimpia conquistando, con due opinabili sconfitte, la fama dell’Invincibile (in carriera non fu mai atterrato); il lottatore italiano che, unico nella nostra storia, si cinse dell’alloro iridato; il Siciliano che visse nel silenzio in cui madre natura lo aveva imprigionato, viene ora salutato dall’applauso commosso e riconoscente di tutti coloro che lo hanno amato e stimato, non solo nella sua adottata Genova ma in tutto l’universo di chi sa cosa sia la Lotta.

Nato a Palermo il 25 aprile del 1930 (avrebbe perciò compiuto 78 anni fra pochi giorni) viene avviato alla pratica della lotta dallo zio Nino Calvaruso che conduce il ragazzo, ricco solo di una numerosa famiglia (nove tra fratelli e sorelle), presso la mitica Accademia Pandolfini affidandolo alle cure del Maestro, quel Vincenzo Scuderi che in seguito avrebbe fondato la Polisportiva che è intitolata al suo nome e che è condotta, con pari passione, dal figlio Elio e del nipote suo omonimo Enzo.

Alternando la greco-romana allo stile libero diviene subito protagonista. Vince il suo primo titolo assoluto non ancora ventenne nel 1950 a Pavia, replica l’anno dopo a Cagliari e nello stesso 1951 si afferma ai Giochi del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Siamo intanto arrivati all’appuntamento olimpico di Helsinki 1952. La sua categoria è quella dei mosca, in cui l’Italia vanta il Campione Olimpico in carica Pietro Lombardi. Il Dt Tecnico della Nazionale Luigi Cardinale punta sul più giovane e schiera Lombardi fra i gallo. Chi in quegli anni segue lo sport con attenzione non può dimenticare la radiocronaca della finale olimpica, quando si affrontano per la medaglia d’oro l’azzurro ed il sovietico Boris Gurovetich. Si alternano al microfono della RAI Vittorio Veltroni e Roberto Bortoluzzi. Fanno vivere da lontano lo sviluppo di un dramma sportivo in cui Ignazio Fabra, in vantaggio, male interpreta un segnale dei suoi tecnici Cardinale e Quaglia, va all’attacco e provoca la reazione dell’avversario che lo pone in ponte e che guadagna quel punto che gli dona la vittoria.

Fabra è però ai vertici del mondo. Continua ad essere protagonista in Patria (a fine carriera 10 titoli tricolori, di cui 7 in greco-romana a 3 in libera gareggiando inizialmente per i Vigili del Fuoco Caramanna di Palermo ed a fine carriera per l’Italsider, la casa di tanti lottatori) ed all’estero. Nel 1955, ai Campionati Mondiali di Karlsruhe, batte sei avversari di fila di cui 5 per atterramento e compie un’impresa mai ripetuta dal suoi pur bravi successori in azzurro, quella di conquistare il titolo iridato.

Si presenta a Melbourne, nel 1956, come grande favorito. Giunge alla finale contro il russo Nikolai Solovyov in vantaggio di punteggio, ma lo tradisce una distorsione al ginocchio che non lo dissuade dal lanciarsi nella lotta ma che ne decreta l’impossibilità di affermarsi.

Per Ignazio Fabra altre due Olimpiadi (quinto a Roma 1960 e quarto a Tokio 1964); ancora due argenti ai Campionati Mondiali nel 1962 (a Toledo, in USA) e nel 1963 ad Helsingborg.

Vince nel 1969 a Belgrado l’”Olimpiade dei Silenziosi” ed, incredibilmente, lotta a mano a mano contro la sua impossibilità di comunicare con gli altri e lo fa con metodica applicazione per meglio seguire, quando si dedica all’insegnamento, i suoi allievi, fra cui c’è Giuseppe Bognanni, anche lui siciliano trapiantato nella accogliente Genova e come lui medagliato olimpico.

Dalla moglie Francesca Patuano ha avuto i figli Giovanni e Ketty; lo piangono insieme ai nipoti Matteo, Gabriel Elias e Ginevra. Lo ricorda tutto il mondo della lotta internazionale ed italiana i cui sentimenti sono espressi da Matteo Pellicone.

“Insieme a Vincenzo Maenza – ricorda il Presidente – Ignazio Fabra è stato il vero simbolo della Lotta a livelli addirittura sublimi. Sul piano tecnico fu un geniale innovatore, esprimendosi sempre con gesti di inimitabile spettacolarità; dal punto di vista tattico il suo unico credo era l’attacco continuo e senza calcoli, sempre battagliero sia che fosse in vantaggio che in svantaggio. È stato un Grande, vero interprete moderno di uno Sport che è antico come l’uomo. Lo ricorderemo sempre così, uno splendido Campionissimo della Lotta, un esempio per tutti noi”.

I funerali furono celebrati martedì 15 aprile 2008 nella Chiesa di S. Margherita in Marassi. La Fijlkam fu rappresentata dal presidente Matteo Pellicone e dal vicepresidente avv. Aldo Albanese.
Fonte: fijlkam.it

In memoria di Luigi Cardinale C.T. del campione del mondo Ignazio Fabra
Il 20 agosto 1978 scomparve, all’età di 92 anni, Luigi Cardinale. Egli era stato Commissario Tecnico della Federazione Italiana di Atletica Pesante (FIAP) per circa 20 anni, e fu decorato del titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti sportivi.

Quando cessò l’attività nella FIAP, accettò la proposta di Francesco Rubino, allora Presidente della Federazione Sportiva dei «silenziosi», di occuparsi dei lottatori sordi della FSSI. Pure dalla FSSI, al termine del suo mandato portato avanti per otto anni, egli fu insignito di un doveroso riconoscimento al merito, il «Lauro d’Onore» della Federazione Sport Silenziosi d’Italia, che gli fu riconoscente per il contributo che diede, come Commissario Tecnico della stessa F.S.S.I. per lo sport della Lotta, dai Giochi Mondiali di Belgrado 1969, a quelli di Malmoe 1973, dove nelle due edizioni di quelle che ora si chiamano «Deaflympic», Olimpiadi dei Sordi, i lottatori azzurri ottennero una medaglia d’oro e tre di bronzo in Jugoslavia, con Fabra, Lucchese, Simonetti e Pampini, e poi due di bronzo ai Giochi svedesi, con Mele e Mercogliano.

Luigi Cardinale fu un validissimo lottatore ai tempi in cui la lotta vantava, anche in Italia, di vasta popolarità e di grandi campioni del mondo, come i fratelli Raicevich e Pampuri, che Cardinale incontrò e sconfisse una volta in un suo memorabile incontro. Luigi Cardinale fu olimpionico alle Olimpiadi di Anversa 1924 e diverse volte campione d’Italia. Dal 1947 al 1966 Cardinale fu Commissario Tecnico della Federazione Italiana Atletica Pesante e fu proprio in quel periodo che egli si dovette occupare del più gran campione che lo sport silenzioso italiano possa vantare, Ignazio Fabra, campione del mondo di lotta greco-romana (pesi “mosca”) ed olimpionico di Helsinki 1952 (argento), Melbourne 1956 (ancora argento), Roma 1960 (5° posto) e Tokio 1964 (4° posto).

Lasciata la FIAP in età avanzata, Cardinale accettò di occuparsi del settore Lotta FSSI, anche se di programmi, con la federazione dei silenziosi, se ne potevano tracciare ben pochi e, salvo un incontro internazionale a squadre disputato nel 1970 a Pavia, si svolgevano ogni anno solo i campionati italiani FSSI, troppo poco per una preparazione adeguata alle gare internazionali di lotta. Dopo la rinuncia, per ragioni di salute dovuti all’età avanzata, a continuare nell’incarico di Commissario Tecnico, Cardinale fu lieto di fornirmi utili indicazioni, quando gli comunicai che il comm. Francesco Rubino, allora Presidente della FSSI, mi aveva scelto come nuovo responsabile tecnico del settore Lotta.

Tra le indicazioni che Luigi Cardinale mi suggerì, ci fu quella di nominare allenatore dei lottatori silenziosi il sordo palermitano Carlo Lucchese, «…poiché é un elemento molto intelligente, e inoltre è tenuto in gran considerazione dai compagni stessi, sapendolo più tecnico di loro…». Cardinale proseguiva – durante la lunga corrispondenza che ebbe con me: oltre un centinaio di lettere tra inviate e ricevute, con opinioni e considerazioni tecniche sui lottatori sordi – indicando Lucchese come un elemento essenziale per la Lotta nell’ambito FSSI, «… poiché lui può farsi intendere meglio di un allenatore che parla e ode…», ed inoltre a quel tempo di grazia per lo sport della Lotta, tale disciplina era soprattutto concentrata a Palermo, ed in Sicilia risiedevano i migliori lottatori sordi italiani.

Purtroppo la FSSI, allora organo dell’ENS, era in una fase cruciale, chi la dirigeva – e non erano i sordi, ma i dipendenti udenti – faceva la voce grossa a sproposito, così la candidatura di Lucchese ad allenatore nazionale fu bocciata e questo, io credo, affrettò il declino di quello sport anche a Palermo, che fino ad allora era stato un serbatoio inesauribile di talenti.

Ho voluto ricordare Luigi Cardinale che, fra tutti i Commissari Tecnici di tutti gli sport “silenziosi” italiani, oltre ad essere quello più qualificato tecnicamente, è stato pure il più vicino, lui udente, al «mondo dei sordi». ss003 003SS/1978
Marco Lué

PER SAPERE DI PIU’

Fijlkam

La Lotta resta fuori dalle Olimpiadi

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«La storia è testimonio dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita» (Cicerone)
«La storia non è utile perché in essa si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire» (M.D’Azeglio)
«Bisogna ricordare il “passato” per costruire bene il “futuro”» (V.Ieralla)
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“Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità”, ideato, fondato e diretto da Franco Zatini.