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Un giovane scrittore sordo racconta il mondo nel silenzio

Sul numero di saggio del primo “Giulio Tarra”, uscito a Milano il 19 dicembre 1891 su iniziativa di don Luigi Casanova, successore di monsignor Tarra alla Direzione della scuola per sordi di Milano, il primo direttore del più antico periodico di categoria oggi ancora esistente, si chiedeva per bocca di un ipotetico sordomuto:
“Ma cos’è questo foglio col ritratto e il nome dell’ottimo e distinto sacerdote Giulio Tarra?”. Mi è difficile recensire il volumetto di Daniele Regolo per tanti motivi: il primo è che ho visto il «racconto» prendere forma, maturare in una scrittura efficace; il secondo motivo è che il nostro giovane scrittore, confessando se stesso – ossia parlando del suo Silenzio – conferma tutto ciò che andavamo dichiarando, da decenni, nei convegni e negli incontri culturali, sul mondo dei sordi o degli audiolesi. Daniele, senza falsi pudori, smaschera le “misere verità” di quegli «audiolesi», come si definiscono, che affermano che la protesizzazione risolve tutto, stando con gli udenti diventano normali eccetera.

Copertina deli libro
Il messaggio della verità di Daniele Regolo. (Siena, 2001, Edizioni Cantagalli, pp.l04)

Questo racconto, anzi questi cinque racconti che compongono Il messaggio delle onde, con un’introduzione dell’autore e una breve conclusione, è la metafora di una giovane vita, di uno che vive il Silenzio dalla nascita. Ecco gli archetipi: la sordità, la vela (il laser olimpico) e la società. Ciascun capitolo vive di luce propria, che si proietta nell’unità della storia narrativa, legata dalla sordità. Che diventa Messaggio, autoanalisi, spiegazione. Perché Daniele vuole raccontarci di sé, del suo mondo di «onde», del suo laser, delle sue speranze e dei suoi sogni. E poi ci narra la sua storia, la storia di tanti di noi. Per questo motivo il Messaggio di Daniele ci colpisce nell’anima, ci rinverdisce la speranza di un riscatto sociale e culturale che diventa alto insegnamento, anzi missione. La missione del nostro giovane scrittore è di parlare a tutti, ma soprattutto alle mamme, ai genitori. «… il mio laser» come lo definisce, identificato come appendice del proprio corpo, è strumento e mezzo efficace per manifestarsi. «La prua bianca del mio laser boccheggia sulle onde, le manovre emettono un unico e insopportabile cigolio, ma io, di tutti questi suoni, non sento nulla. Così come non riesco a sentire il battere della vela che attende il vento, la tromba della giuria e le urla infernali ai giri di boa.» (pp.11-12). Regolo ci descrive le sue gare di vela, il suo mondo di vita marinara. Ma Daniele ha coraggio, un rapporto intenso col mare, la fatica di governare la vela bianca, la sconfitta anche. «La vela schizza acqua dappertutto; sembra quasi un pianto, un altro emblema della sconfitta.» (pp. 14-15). Lo scrittore “passa” continuamente dalla barca al mondo che l’ha visto crescere «diverso». Ricorda le visita agli otoiatri, l’acquisto della protesi e delle batterie nei negozi specializzati che non sono «come tutti gli altri. Tra sorrisi ostentati dei cartelloni esibiti in vetrina galleggia una pietà impossibile da affondare. (…). Per chi non conosce la sordità, è facile cascarci, farsi abbindolare dal travestimento di quel carnevale povero» (p.17).
Eccoci di fronte ad un Daniele spietato con le parole: «…Dentro ci sarà un tecnico, più o meno capace, più o meno paziente, sicuramente col camice bianco, che si adopererà per risolvere il problema (…) » (p.17). L’osservazione dello scrittore è molto attenta, valida, mettendo a nudo l’ipocrisia della «grande azienda» delle protesi acustiche che, a parte l’atteggiamento esteriore, gli ha negato il contributo per sponsorizzare la bianca vela. Ascoltiamolo. «Quello spazio – scrive – potrebbe essere riempito con un logo: il nome della loro azienda. Il mio Laser, con una simile scritta pubblicitaria, sarebbe la vera alternativa al messaggio lanciato attraverso scontati nonnetti che si disperano perché non sentono la voce dei nipoti. La sordità non sarà più relegata tra le pareti di un anonimo appartamento o destinata a riposare tra il verde ‘scannerizzato’ di giardini inesistenti, ma troverà un luogo nuovo e più vero dove manifestarsi: il mare.» (p.20). Ebbene quei dirigenti, venditori di protesi acustiche, restano «sordi» alla domanda del nostro scrittore e campione. Il giovane prende a poco a poco coscienza della realtà sociale dove, è evidente, la disabilità è monetizzata.
L’amarezza: «Vi sono rimasti dentro come faraoni nelle tombe.» (p.22). Tutti i sordi si ritrovano nelle considerazioni di Daniele Regolo. Eccolo valutare il mondo, discriminare il positivo dalla nullità intellettiva e morale. Con frasi che sembrano assiomi.
«Imparare a guardare sé stessi dal di fuori è una delle operazioni che più procurano male e più possono condurre al bene» (p. 29). Cosciente, compie una verifica, sino a farsi male. «Dentro di me forse mi rendevo conto di essere schiavo dei miei tabù, ma oltre quell’inconsistente riconoscimento non andavo.» (p. 29). La questione diventa via via evidente quando la vita gli chiede di scegliere la strada da percorrere. Prima recitava una parodia dettata dai compagni e coetanei che sperimentavano le relazioni umane nei suoni e nelle parole. «…una mia vecchia specialità, far finta di aver capito ciò che non si era minimamente compreso, neppure una parola, vedersi costretto a rispondere senza sapere dove partire, rischiare di sprofondare in un colloquio sicuro, che potevo sostenere anche senza conoscere…». (p. 30). Regolo porta tanti esempi, rispondendo, indirettamente, a tanti coetanei che si fanno individuare «audiolesi», che respingono la lingua dei segni perché «noi siamo normali», o perché «voi siete sordomuti con i gesti», ancora «io sto con gli udenti, come me, che quasi ci sento». Fermiamoci qui. Costoro recitano una filastrocca. Daniele è da plaudire perché non si presta più al gioco. Alza la voce: «…quando gli altri ridono, tu ridi, senza sapere perché. Se gli altri sorridono, tu non ridi, bensì sorridi. Senza sapere perché. (…) E reciti da solo…». (p. 35). Ancora, ascoltiamolo: «Tu fai tutto quello che fanno gli altri. Senza sapere perché. Poi, dopo tanta gavetta e qualche gaffe su cui si sorvola con savoir faire, diventi un buon allievo di questa autentica disciplina. Impari ad elaborare tanti sorrisi, con gradazioni che vanno dall’affidabile (ideale per le suocere) al sornione (consigliabile per le figlie) o al compiaciuto (per padri un po’ all’antica) per cadere sempre in piedi…». (pp. 35-36).

Ho una copia di questo volumetto, con dedica. Qualche lettore, capita sempre la malalingua, mi taccerà di presunzione, ma non importa. Tutto può essere valido, anche un’offesa ingiusta, purché il tuo pensiero sia compreso dai genitori per aiutare i piccoli sordi. Daniele mi scrive nella dedica personale del libro: «A Renato, che mi ha cambiato la vita…». E’ una dedica intelligente, virile, di scrittore liberato (e libero). Perché questo giovane scrittore farà molto parlare di sé. Garantisco. La grande casa di Daniele è a circa tre miglia in linea d’aria dalla mia, che si posa proprio sull’onda dell’Adriatico, sulle cui onde lui veleggia dal pie’ del monte Cònero sino al porto di San Benedetto del Tronto. Non sapevo nulla di questo giovane navigatore, anche perché, da anni, ogni week-end, sono altrove, per parlare di Silenzio. Ma una primavera di questi ultimi anni mi capitò di leggere una poesia di Daniele Regolo, inviata al Premio di Poesia «Città di Porto Recanati», ogni anno da me organizzato con la collaborazione del comune litoraneo. Quella poesia parlava della sponsorizzazione mancata al suo laser. La vela rimasta bianca, senza logo. La Giuria del premio propose, alla lirica, il premio speciale. Tra noi nacque un sodalizio, uno scambio epistolare via email. Gli detti a leggere opere di linguistica sui sordi, di psicologia, di pedagogia e, Daniele, scoprì se stesso. Ebbe l’umiltà e il coraggio di rimettersi in gioco. Si guardò le mani (queste mani parlano); si guardò gli occhi (questi occhi leggono le parole delle labbra); studiò i suoi amici del Silenzio nei centri sociali (loro sperimentano quel che io sperimento)… Daniele prese coscienza che la vita, sino allora, era stata vissuta a metà. Ecco che, nel libro di Daniele, sortiscono perle che ci fanno riflettere. «Parlare, poi, non se ne… parla. Se non sai quel che si dice, cosa puoi dire di pertinente? Oggi, quando mi ritrovo insieme ad un gruppo
di persone che conversano, la smetto di cercare di entrare per forza nei loro discorsi, come sempre in modo approssimativo.» (p. 36). «Il fatto curioso è che io non parlo tanto al fine di raccontare qualcosa, quanto per impedire all’altro di discorrere troppo…» (p. 37). «Parlare, per me, è come fare un castello di carte. Si procede rigidi, per paura che tutto crolli, seguendo uno schema grammaticale e lessicale già predisposto, senza inventiva, al fine di riuscire a formulare una frase di senso compiuto: è già molto.» (p. 38). Ecco l’apice dell’analisi introspettiva: «Ho sempre rinunciato a combattere per ottenere, mi sono adagiato su una vita molle, molle ma senza colpe, un’ignavia dovuta all’ignoranza. che mi faceva stare in questo mondo senza veramente esserci…».(p. 39). Sono confessioni forti. I genitori di alcuni sordi affermano che i loro figli sono felici di frequentare gli udenti e/o i coetanei che odono, nella realtà non sanno che cosa sia l’integrazione e lo sviluppo psichico nel mondo relazionale. Effettivamente permettono ai figli di vivere a metà. Importante è la verifica degli studi universitari di Daniele. Dice che era presente alle lezioni, ma non poteva afferrare, comprendere, dibattere. Ci dice «…ho studiato la storia sui libri, ma sui libri non basta, ed ho studiato l’economia sugli appunti, ma l’economia va anche ascoltata.» (p. 41). Il giovane scrittore è spietato nell’autoanalisi del passato, di quando gli dicevano d’essere uguale agli altri, di essere normale, invece… rimandavano di prendere coscienza del suo stato. «Non si ha idea di quando si possa falsare sé stessi fino a non capire neppure chi siamo. Io lo so, perché è passato sulla mia pelle. E non sono mai stato così tranquillo come adesso che lo ammetto.» (p. 42). Daniele, nella memoria della narrazione, incontra gli otorini, gli operatori. Sono persone professionalmente oneste. Non ha rancore, ma sa, alla luce, d’oggi che hanno minimizzato. «Tu – gli dice l’otoiatra – sei come tutti gli altri ragazzi…». Eccolo la spietata analisi: «…ma ero abbastanza lucido da domandarmi fino a che punto ci credesse anche lui.» (p. 47). Lo scrittore indaga sulla propria vita e dice: «Mi sono talmente stancato di sentire talmente male che spesso mi tolgo gli apparecchi, per quanto mi hanno logorato.» (p. 51). Sorgono, in me, ricordi ed esperienze con i nostri amici «sordi a metà», dichiaravano che non riuscivano ad essere né sordi né udenti. Dei primi non avevano la padronanza della comunicazione segnica, dei secondi non riuscivano a sviluppare un processo comunicativo sonoro-verbale per controbattere nel dialogo, negli scambi con la lingua verbale. «Credo, senza scherzare, che spesse volte mi sono dovuto inventare le parole degli altri. In affanno sul resto della flotta, ho rimpiazzato a mio modo le parti mancanti. Guardare, guardare, fissare intensamente. (…) Sentire con gli occhi modifica la percezione degli elementi esterni, la loro luce, perfino la loro forma.» (p. 55).

Nel capitolo “Rondinella d’oceano”, il giovane scrittore «scopre» un divenire, dapprima forse questo futuro non gli è esplicito, ma poi, intriso nel colloquio con tutto ciò che lo circonda (la rondinella smarrita dallo stormo emigrante che cerca un appiglio per riposarsi, il timone, la stella boreale, l’onda che batte sulla prua, il tonno che insegue la barca…) Daniele Regolo sa che, rientrato al porto, non sarà più com’era prima. Tutto diventa canto…«perché in fondo è l’amore che muove il mondo» dichiara. E allora il dolore, «ho usato la mia sofferenza come mezzo di conoscenza per sfiorare altre realtà coi miei sensi». (p. 73), diventa la forza che muove il pensiero. La maturità d’uomo s’avvicina. Ecco Daniele incontrare i giovani non udenti che sono immobili nella loro falsa normalità, che evitano i simili. Daniele diventa maestro degli altri, maestro di vita e non solo di vela. Il suo laser continua a solcare le rotte dal Cònero verso il Meridione. Egli sa che ora vive fortemente due culture, ha due lingue, si sente liberato perché è stato aiutato a vedere una mèta accessibile, senza rinnegare il mondo dei suoni e delle voci. Ecco l’interrogativo di tutti gli uomini, di sempre. «Perché ci sono uomini che devono intraprendere un cammino ben più lungo prima di sfiorare la felicità, col rischio di non raggiungerla mai?». (p. 73). Interrogazione alla quale il giovane scrittore civitanovese contrappone una quieta sofferenza, stemperata dalla riflessione e dall’amore che sorge dal «suo mare». Daniele sa che c’è Qualcosa superiore a noi. Ha il dono della fede. Questo bisogna scoprirlo nelle righe, nei periodi del suo Racconto. «Nel silenzio dei sordi, lo spartito da cui provengo, ho trovato il campo libero nel quale far decollare la mia fede. E in ciascuna nota di questo spartito, laddove ogni nota è un piccolo segno, ho appreso un rinnovato linguaggio per comunicare con Dio.» (p.79). E’ stato affermato che tutti i grandi scrittori cercano Dio, il nostro giovane scrittore l’ha individuato attraverso il doloroso esame di una coscienza che l’ha portato, dal mondo artefatto di voci e suoni imprecisi, all’accettazione della propria vita come momento di crescita per raggiungere la maturità. Siamo alla fine di questo stupendo Racconto/confessione. «La mia nuova fede è un giovane impasto di silenzio e segni.» (p. 79). Daniele ha ascoltato con umiltà persone del Silenzio che non hanno compiuto nulla d’importante, ma con delicatezza gli hanno fatto intravedere la nuova realtà. Il giovane scrittore di questa terra di frontiera, dove l’onda croata si mescola al pianto di profughi e donne schiavizzate, ci dà l’ultima perla della sua rinascita con le parole stupende. «Non so quale miracolo sia accaduto ai miei occhi. So solo che oggi questa diversità terrena che divide ed unisce è un nuovo mistero che apre alla luce, anziché alle tenebre.» (p. 80). E qui mi fermo. Ho fatto parlare molto, nel recensire questo libro, allo stesso scrittore affinché i genitori, gli insegnanti, gli operatori sociosanitari leggano questo libro, anzi lo meditino per trovare ne “Il messaggio delle onde” entusiasmo per costruire una comunità di e per tutti dove ciascuno sia apprezzato nel segno della propria intelligenza della lingua con la quale preferisce comunicare. rc020 (2001)