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E’stato definitivo “il problema invisibile”: é la sordità

E’ stato definito “il problema invisibile”: è la sordità. Perché invisibile? Perché la persona sorda – in apparenza – sembra essere una persona come le altre, una persona “normale”. E quasi tutti coloro che vengono in contatto con un sordo ritengono che essere non udenti non sia poi in fondo così grave. Molti pensano addirittura che essere sordi sia meno grave che essere ciechi.
Eppure, coloro che conoscono bene tutti i problemi causati dalla sordità possono affermare che essere sordi è di gran lunga l’impedimento maggiore.
Per rendersi conto di cosa comporti realmente non essere udenti bisognerebbe sapersi immedesimare davvero in chi non può udire mai (proprio mai) un suono. Ciò significa, tra l’altro, non poter ascoltare un notiziario, non poter ascoltare musica, non poter seguire uno spettacolo, non poter comprendere un film al cinema, non poter seguire un programma televisivo; soprattutto, significa non poter essere indipendenti dagli altri.
Non solo. La sordità inibisce anche la parola. In verità, le persone sorde non sono mute. E’ del tutto sbagliato chiamare sordomuti i non udenti. Il sordo ha infatti l’apparato fonatorio perfettamente funzionante. Se non riesce a parlare è perché – non udendo – non riesce ad imitare i suoni. Chi ode normalmente può infatti credere che sia semplice imparare a parlare. I bambini non crescono forse imparando spontaneamente a parlare? Parlano e basta. Ma non è affatto così semplice. I bambini imparano a parlare per imitazione: riproducono i suoni che sentono, le parole a cui man mano daranno poi un significato. Un bambino sordo che inizia ad andare a scuola ha invece un vocabolario limitatissimo, a differenza dei suoi coetanei udenti che usano già un vasto vocabolario acquisito. Il bimbo sordo conosce solo poche parole che fa tremendamente fatica a pronunciare in modo corretto; ha una scarsissima conoscenza della grammatica e della sintassi; non riesce neppure ad abbinare le lettere ai suoni. Gli ci vorranno anni di fatiche solo per imparare a leggere e a scrivere.
E’ a questo punto della crescita che si sviluppa la tendenza istintiva del sordo ad impiegare i gesti: con la mimica manuale è più semplice per lui cercare di esprimersi. Quella dei gesti diventa così una lingua vera e propria. Coloro che la conoscono riescono a comunicare tra loro comprendendosi appieno. E’ per loro l’unico modo efficace per comunicare. Narra una ragazza sorda: “Da piccola non capivo mai perché mio fratello riuscisse a farsi capire meglio di me. Se io avevo caldo, ad esempio, facevo dei gesti a mio padre, e lui apriva la finestra. Ma se aveva caldo mio fratello, questi faceva dei ‘gesti’ solo con le labbra, e mio padre li capiva!”.
Gli educatori più tradizionalisti (detti “oralisti”) insistono sulla necessità di insegnare ai non udenti il linguaggio parlato, opponendosi decisamente all’uso dei gesti. Essi sostengono che il sordo deve imparare a parlare e a leggere le parole sulle labbra altrui (lettura labiale), senza ricorrere ai gesti. Va detto però che la lettura labiale non è così semplice come potrebbe sembrare. Il sordo medio riesce a riconoscere sulle labbra poco più della metà delle sillabe italiane, per il resto deve andare ad intuizione. E per mantenere tale capacità a quel livello occorre moltissima pratica e concentrazione. In ogni caso, in una conversazione in cui intervengano più persone, il sordo si sentirebbe presto perduto. In ogni caso, la concentrazione dello sguardo sulle labbra non può durare a lungo: ben presto gli occhi si affaticano e si arrossano. Inoltre, le statistiche mostrano che più dei tre quarti dei non udenti non riesce a farsi intendere da persone udenti che non abbiano un orecchio allenato a “decifrare” i suoni con cui i sordi cercano di esprimere le parole. Il grave errore che gli oralisti commettono è quello di voler formare un sordo a immagine e somiglianza dell’udente.
C’è però da osservare che ultimamente anche gli oralisti più rigidi si stanno aprendo all’opportunità di impiegare il linguaggio gestuale. Alla fine, anch’essi hanno compreso che qualsiasi mezzo può essere utile ai non udenti per comunicare, compreso il linguaggio dei gesti. Nell’affermare ciò prendono atto del fatto che la gestualità è una componente importante di tutti i linguaggi parlati.
Il linguaggio gestuale è quindi la soluzione, ma a patto che accompagni quello parlato. In pratica, il sordo terrà lo sguardo fisso sulle labbra di chi parla e, con la coda dell’occhio, vedrà i gesti che lo aiuteranno a interpretare le parole dette.
Il vero problema non è però se accettare o no il linguaggio gestuale, se ritenere il linguaggio parlato come unico vero modello di comunicazione. Dare questa impostazione alla discussione dell’argomento significa partire da un grave pregiudizio. La realtà è infatti che parlare ad alta voce è solo una piccola parte della comunicazione. Questo fatto è compreso raramente e ancor più raramente applicato.
Ed ecco il pregiudizio da parte degli udenti: poiché loro parlano ad alta voce e nella loro mente pensano “udendo” la loro stessa voce nel dialogo interiore, concludono che il sordo debba acquisire e sviluppare questa stessa capacità. Va detto subito, però, che il bambino udente impara prima ad emettere i suoni e a controllarli (imitandoli dagli adulti), e che solo più tardi, crescendo, ne comprende il significato. Nel sordo ciò non avviene. Il grave pregiudizio dell’udente sta quindi nel fatto che tratta il sordo come se fosse una persona che una volta udiva (e che quindi aveva un linguaggio sviluppato) ma che poi è diventata sorda.
L’udente si domanda cosa si provi ad essere sordi. Banalmente può turarsi gli orecchi per alcuni minuti e cercare di immedesimarsi. Ma nel far questo trascura il fatto che egli rimane un udente: continuerà a “udire” e a usare la propria voce quando pensa tra sé nel dialogo interiore. La realtà, invece, è che nel sordo non esiste affatto quella “voce interiore” che l’udente usa per pensare. Nel sordo è presente solo un mondo di assoluto silenzio; i suoi pensieri sono costituiti da simboli: memoria visiva (perfino memoria di movimenti di labbra per significare una parola), ricordo di espressioni facciali e di gesti, odori, memoria di sensazioni. Abbiamo in definitiva due prospettive mentali: quella dell’udente, basata sul linguaggio verbale; quella del non udente, basata sul non verbale.
A questo punto si comprende come la questione implichi aspetti ben più profondi di quelli che potrebbero emergere da una osservazione superficiale. Come abbiamo notato, c’è un pregiudizio da parte dell’udente, e tale pregiudizio nasce dal fatto che egli non sa veramente cosa sia “il mondo del silenzio” in cui vive costantemente il sordo. Questa incomprensione viene ulteriormente aggravata da un atteggiamento che il non udente assume nei confronti degli udenti. Di che si tratta?
Si tratta del comportamento che il sordo assume con l’udente. Il fatto è che il sordo ha tutta una vita di esperienze deludenti, di incomprensioni, di rifiuti, di momenti umilianti in cui gli udenti si spazientiscono. Così cerca di apparire una persona serena e attenta, perfino felice. E lo esprime con il sorriso. Ecco l’arma che usa per difendersi e celare la sua sofferenza: il sorriso. Con il sorriso maschera il proprio imbarazzo, fa capire che tutto va bene, che perfino comprende ogni cosa pronunciata. Da troppo tempo ormai ha capito che quando chiede ad un udente di ripetere una parola o di spiegarsi meglio, questo provoca irritazione e impazienza; e poi sa ormai bene cosa farebbe l’udente: si metterebbe ad alzare la voce, griderebbe, credendo stupidamente che l’altro possa “sentire” meglio; col solo risultato, però, di assumere smorfie facciali poco rassicuranti. Con il sorriso, il sordo tacita ogni cosa. Ma quel sorriso significa delusione. E si crea così un circolo vizioso: l’udente, a sua volta, è rassicurato e perciò non compie uno sforzo ulteriore per farsi comprendere. Ci riferiamo qui, ovviamente, agli udenti che non conoscono il linguaggio gestuale.
Ma c’è dell’altro. L’errore è continuato fino ad investire l’intero sistema pedagogico, poiché tale sistema è basato su quelle stesse reazioni umane che abbiamo preso in considerazione. Come dire: l’udente ha creato un sordo “modello”. E tale modello, ovviamente, deve essere la copia di quello fornito dall’udente.
Questo meccanismo basato sull’errore scatta molto presto. Non appena i genitori scoprono che il loro bimbo o la loro bimba sono nati sordi, faranno di tutto per aiutarli (o costringerli, spesso) ad essere “normali”. Insisteranno con metodi che alla fine li porteranno soltanto a fare un’altra dolorosa scoperta: il solo insegnamento della parola e della lettura labiale non sono sufficienti al sordo per sviluppare un linguaggio completo e una sua adeguata comprensione.
Perché abbiamo permesso che si creasse una situazione di tale sofferenza nell’educazione dei sordi? La risposta è da ricercarsi nell’educazione stessa che tutti abbiamo ricevuto e a cui siamo stati abituati sin da quando, subendone i tormenti, eravamo obbligati a rimanere ancorati ai nostri banchi di scuola, innaturale prigione in cui abbiamo accettato d’essere rinchiusi. Alzarsi per curiosare intorno o comunicare qualcosa ad un compagno vicino era visto come una provocazione all’ordine e al sistema.
In tale situazione è difficile andar oltre i limiti che vengono imposti alla nostra ricerca mentale dalla rigidità del conservatorismo.
Gianni Montefameglio, alla memoria della mia cara amica Gianna Rubino.  Fonte: Libero di scrivere
Ultimo aggiornamento (giovedì 23 febbraio 2006 Da enslomardia.it )

nw065 (2006)


Newsletter della Storia dei Sordi n.66 del 3 luglio 2006