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Sordi e stranieri? Non lasciamoli soli.

«Sordi e stranieri? Non lasciamoli soli»,
II dibattito tra esperti ha chiarito la necessita di garantire la giusta «serenità sociale» a tutti

In un mondo che, per dirla con le parole di don Fabio Corazzina, «e sempre pili vecchio e in balia di una enorme solitudine di speranza», essere sordi e stranieri e difficile due volte. Non soltanto perche le parole «ascolto» e «condivisione» rischiano di apparire come qualcosa di terribilmente lontano, ma perche la possibilità di diventare parte di quel mondo sembra ridursi a mera forma, tralasciando la «vera vita» che passa solo dall’integrazione e dall’inclusione sociale.

Ecco perche parlare di minori sordi e stranieri in Italia (circa 2000) e a Brescia (ben 91) non è una semplice questione di numeri: perché nessuno, e tanto meno uno Stato che si professi tale, dovrebbe ignorare quanta la partecipazione costituisca la base dell’essere uomo e del poterlo manifestare.

DI TUTTO QUESTO si e parlato il 19 maggio 2012 durante il convegno «Essere sordi e stranieri» organizzato al President Hotel dalla Fondazione Pio Istituto Pavoni con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Regione Lombardia, Provincia, Comune di Brescia ed Ente nazionale sordi: uno spaccato su un fenomeno «in continua crescita e di respiro nazionale» spiega il presidente della Fondazione Pio Istituto Pavoni Mario Rinaldini.

«Perche – gli fa eco il Urbano Stenta (foto), consulente per le tematiche della disabilità della cooperazione italiana del Ministero degli affari esteri – realizzare l’inclusione dei soggetti cosiddetti disabili non significa solo l’abbattimento delle barriere architettoniche m ail superamento di tutte le altre barriere (culturali, linguistiche e sociali) che relegano una persona all’esclusione». E che, inutile dirlo, ne fauno un disabile per il solo fatto di non possedere adeguati strumenti che gli consentano di «mettersi alla pari».

Del resto, quegli strumenti il nostro Paese li avrebbe (dalla legge 104 del ’92 che indica tra le finalità della scuola «la socializzazione, l’autostima e l’integrazione con gli altri» sino alla convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità approvata nel 2006 e recepita dall’Italia nel 2009) ma per renderli vivi andrebbero applicati e fatti fruttare, partendo dal presupposto che «saper ascoltare e saper dare parola costituisce l’unica via per costruire il futuro» dice don Fabio Corazzina.

E se tutto questa vale per la società, vale doppiamente per la scuola che «0 si mette nell’ottica di andare oltre alla mera dimensione didattica aprendosi a una più ampia contaminazione culturale o si riduce a un semplice istituto di custodia» spiega il direttore dell’ Audiofonetica Lucio Vinetti.

Che, senza timore di smentita, descrive non solo un contesto radicalmente cambiato negli ultimi anni ma anche un sistema scolastico decisamente incapace di far fronte al cambiamento. «Solitamente questi bambini arrivano da noi dopo aver fatto un tentativo di inserimento nella scuola pubblica, e se da un lato questo ci rassicura sul valore del nostro lavoro dall’altro palesa come il sistema scolastico italiano sia assolutamente inadeguato ad accoglierli» continua Vinetti che punta l’accento sull’obbligo dello Stato di fornire educazione a tutti.

Fonte: Bresciaoggi – nw104

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