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Vita di Giulio Tarra

La vita di Giulio Tarra spiegata da Carlo Perini

Tutti i sordi di Milano, anzi d’Italia e di altrove conoscono il nome del sacerdote Giulio Tarra (1832-1889), e l’Enciclopedia Treccani dice di lui che è stato «… sacerdote, direttore (dal 1855 alla morte) dell’Istituto dei sordomuti di Milano, seguì prima il metodo dell’abate Ch. M. de l’Épée, il quale si basava sulla trascrizione in lingua scritta della mimica convenzionale, poi il metodo orale»,
ma per capire la personalità del Tarra, e scoprire una storia che nemmeno immaginavo, ho dovuto leggere da cima a fondo, anche con suspense la “Vita di Giulio Tarra”, 207 pagine 19×25, del suo contemporaneo Carlo Perini, pure lui maestro dei sordomuti al Pio Istituto Poveri di Campagna, pubblicato nel 1896, fino a oggi rimasto celato e ora in dotazione alla Biblioteca “Benefica Cardano” di Milano.

Giulio Tarra, nato il 25 aprile 1832, è il terzogenito di sei fratelli. È avviato agli studi nel collegio dei Barnabiti, a Monza, poi giovanetto decide di dedicarsi agli studi filosofici e si iscrive al seminario di San Pietro Martire, sempre a Monza, fa conoscenza con Alessandro Manzoni, dal quale prende il gusto per le belle lettere e con il filosofo-sacerdote Antonio Rosmini, che lo influenza nella decisione  di  consacrarsi a Dio. Inizialmente pensava di diventare missionario, ma poi il caso lo fa incontrare con il conte Paolo Taverna, il quale da poco aveva deciso di aprire a Milano un Istituto per istruire “gli infelici” sordomuti, e questi si è poi rivolto al direttore spirituale del Seminario, don Luigi Biraghi, perché gli indicasse un giovane sacerdote cui affidare la direzione del Pio Istituto de’ Sordomuti, e il Biraghi indicò il Tarra, sapendo il suo amore per le Missioni, e quella verso i sordomuti poteva essere appunto una missione. Tarra fu “attratto dalla veneranda figura dell’illustre Patrizio”, il Taverna, ma per decidere chiede consiglio al sacerdote Pietro Tacconi, di cui conosceva la prudenza e la saggezza e solo dopo aver avuto incoraggiamento, decide di dedicarsi “alla redenzione dei sordomuti”, come richiedeva il conte Taverna.

Nelle scuole italiane de’ sordomuti, allora, si era adottato il linguaggio mimico di cui era stato precursore, un secolo prima in Francia, Charles-Michel de l’Épée, quindi il Tarra decide di apprendere quel linguaggio, mentre il Taverna mette accanto al Tarra il sordomuto Felice Carbonera, per il suo ingegno fra tutti gli allievi usciti dalle scuole governative di Milano, come maestro nell’Istituto.

Intanto Tarra vuole conoscere gli educatori di altre città, col Taverna si reca a Bologna, poi a Modena, a Siena, a Verona e a Brescia, dove già funzionavano Istituti religiosi che educavano i sordomuti, venne così a sapere che a Zurigo si istruiva i sordi con la parola, e Tarra capisce che «se insegnare con la mimica ai sordomuti fu una grande scoperta, fu però un ostacolo a benefici maggiori, perché la mimica fu usata da molti come unico mezzo di insegnamento» e il Tarra, dal 1858, iniziò gradualmente il cambiamento, insegnando pure con la parola, nel Pio Istituto di Milano ed anche il P. Tommaso Pendola, che era il maestro de’ maestri dei sordomuti, e seguiva con interesse i lavori del Tarra, gli scrisse per elogiarlo. Altri personaggi notevoli erano ammirati, fra quelli Massimo D’Azeglio, i principi Umberto ed Amedeo, i ministri De Sanctis e Peruzzi, persino Napoleone III° e tanti altri, che erano andati a visitare l’Istituto di cui si parlava ovunque e iniziarono ad arrivare cospicue donazioni.

La notorietà del lavoro di Tarra fu conosciuta pure da Alessandro Manzoni, che ricevette il diacono e i suoi alunni nella villa di Bruguglio e, rispose agli auguri dei ragazzi con queste parole: «La benedizione di Dio ripiova su voi, cari figlioli, e su’ vostri pazienti istitutori, e su quanti vi amano e vi fanno del bene». Sette mesi dopo,   il 22 maggio 1875, il grande scrittore e drammaturgo italiano moriva a 88 anni.

Sul Congresso internazionale del 1880 a Milano, Perini dedica poche osservazioni, sintetizzate nei seguenti termini:
«Il Congresso, considerando che l’uso simultaneo della parola e dei gesti mimici ha lo svantaggio di nuocere alla parola, alla lettura delle labbra ed alla precisione delle idee, dichiara che il metodo orale-puro deve essere preferito», e anche i rapporti ufficiali e privati fatti dai membri più distinti della Francia, dell’Inghilterra, della Svezia e dell’America, intervenuti al Congresso,  hanno poi contribuito al miglioramento della sorte dei sordomuti.

Nel 1886 l’Istituto Sordomuti di Campagna inaugura la nuova sede fra le vie Galilei e Galvani: “Tutti i sordomuti parlano, nelle scuole del Tarra non si usava più verun gesto e la scrittura era umile ancella della parola…”, assicurava Perini, ma “… eppure c’erano degli uomini che dubitavano del metodo orale puro!”, «… anco dinanzi alla splendida luce del sole», concludeva il capitolo l’autore del libro.

E oggi, un secolo e mezzo dopo, possiamo dire che l’evoluzione dei sordi ha dimostrato senza ombra di dubbio che la parola è certo assai importante, ma per i sordi è indispensabile essere bilingue, come lo stesso Tarra, credeva quando inizialmente aveva cominciato ad occuparsi dei sordi, e non si capisce perché in seguito abbia cambiato idea, e gli stessi dubbi iniziali pare li abbia avuti pure al termine della sua vita, è morto il 10 giugno 1889, e pochi mesi prima aveva abbracciato in Siena il P. Vittorio Bianchi (1841-1916), che sul metodo “orale puro” non era convinto.
Marco Lué – re176

PER SAPERE DI PIU’

Giulio Tarra e Alessandro Manzoni

Pio Istituto Sordomuti Milano

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