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Paralimpici: l’Italia Sordi in cerca di gloria all’Olimpiadi

Parla Guido Zanecchia, il presidente della Federazione Sport Sordi: “Puntiamo moltissimo sul nuoto, sull’atletica leggera, in particolar modo sul giavellotto e la maratona, sul karate, il judo”

L’obiettivo è di raddoppiare i tesserati nel prossimo quadriennio. L’anno delle Olimpiadi è fondamentale, è il momento di sintesi e, insieme, l’attimo prima di uno slancio per una corsa lunga ed emozionante. È così anche per la Federazione Sport Sordi Italia, guidata dal presidente Guido Zanecchia, già partito per Samsun, in Turchia, insieme a 94 tra atleti e staff, alla volta delle Olimpiadi dei Sordi.

Olimpiadi dei Sordi o Olimpiadi Silenziose?
“L’espressione Olimpiadi Silenziose non si usa più dal 2001. E il motivo è che la traduzione, in tutte le lingue, è letterale e anche l’italiano non fa eccezione: Deaflympics, Olimpiadi dei Sordi. Il termine silenzioso è stato per anni una carineria non richiesta del mondo udente italiano che pensava che “sordo” forse una brutta parola, forse. Ma non è così. Sono le Olimpiadi dei Sordi e basta”.

Perché le gare degli atleti sordi non sono inserite nelle Paralimpiadi?
“È semplicemente una questione anagrafica. Le Olimpiadi dei Sordi esistono dal 1924, quindi, da parecchi anni prima rispetto a Roma 1960, quando nacquero le Paralimpiadi ufficialmente. I nostri atleti, dal punto di vista strettamente fisico, sono normodotati, con una disabilità, invece, di tipo sensoriale. Sarebbe bello trovare una formula che fonda i due eventi, certo, anche se logisticamente sarebbe anche molto impegnativo. Alle Olimpiadi dei Sordi partecipano 5.000 atleti e 90 nazioni: è un evento incredibile”.

Che numeri e che ambizioni porta l’Italia a Samsun?
“L’Italia parte per la Turchia con 13 discipline, 141 persone fra atleti, tecnici, dirigenti, medici, fisioterapisti, interpreti e 17 regioni rappresentate. Puntiamo moltissimo sul nuoto, sull’atletica leggera, in particolar modo sul giavellotto e la maratona, sul karate, il judo, mentre è già più difficile fare previsioni nell’ambito degli sport di squadra dove verranno rappresentati, per la nazionale azzurra, il volley, sia maschile che femminile, il basket femminile e il calcio, che torna a qualificarsi per questo prezioso appuntamento dopo 12 anni di assenza”.

L’Italia che sarà in gara in Turchia
Tanti anni di lontananza per il calcio italiano dalle Olimpiadi. Finalmente, l’Italia c’è: come si è lavorato per arrivare a questo obiettivo?
“Abbiamo lavorato tantissimo, soprattutto sulla ricostruzione della squadra nazionale, andando a cercare e trovando nuovi giocatori. La nostra rappresentativa si è qualificata lo scorso 15 ottobre quando, battendo la Danimarca per 1-0, ha staccato il pass per la Turchia. Il livello è veramente altissimo quest’anno e già esserci è una grande conquista. L’obiettivo è sempre quello di dare il meglio, chiaramente, anche perché, rispetto al calcio giocato da atleti normodotati, che vede nel Mondiale la sua massima espressione, per il calcio sordi, è proprio l’Olimpiade l’evento più bello”.
La Fssi organizza campionati di calcio a 11 e calcio a 5 e a Samsun ci sarà anche la pallacanestro femminile, reduce dal bronzo europeo dell’anno scorso, in Grecia, che spera di tornare sul podio. Il portabandiera è Luca Germano, nuotatore. Perché avete scelto lui?
“Luca è un atleta formidabile. Nel 2009, vinse 6 medaglie, nel 2013 5, è uno degli interpreti migliori al mondo del delfino, detiene diversi record mondiali. Si tratta semplicemente di un atleta straordinario e chiedergli di fare da portabandiera è stato un pensiero e un gesto pensati per onorarlo, nella speranza che tanti altri ragazzi possano decidere di intraprendere la sua stessa strada”.

Il Presidente della FSSI Guido Zanecchia e il Capo Delegazione Lorenzo Belardinelli
Abbiamo visto sulle maglie degli atleti la scritta “55Db”: cosa si vuol comunicare con questa sigla?
“55Db è un progetto di comunicazione con il quale vogliamo richiamare l’attenzione sul nostro movimento, sui nostri atleti che hanno una disabilità invisibile della quale non ci si accorge a prima vista e nei confronti della quale non esistono barriere architettoniche bensì comunicative, spesso molto complicate da abbattere. Vogliamo far sapere agli atleti sordi di tutta Italia che la FSSI, Federazione Sport Sordi Italia, organizza campionati a loro dedicati, a fianco di quelli in cui già giocano e gareggiano con atleti normodotati. Nei nostri campionati, chiaramente, si gareggia senza apparecchi: vogliamo far sapere che esiste la possibilità di far parte di un movimento a loro dedicato. Ancor prima di essere un progetto di comunicazione, 55Db è la perdita media di udito dall’orecchio migliore che un atleta deve avere per poter gareggiare nelle gare sportive per sordi”.

Da cosa dipende, nella vita di tutti i giorni, l’utilizzo o meno di impianti uditivi e la conoscenza o meno della lingua dei segni?
“Quando nasce un ragazzo sordo, la famiglia decide che basi dargli per comunicare. Noi ovviamente non facciamo nessun tipo di distinzione. C’è chi ha un buon recupero acustico e legge il labiale, c’è chi segna, c’è chi ha un impianto cocleare oppure le protesi, un apparecchio che, rispetto all’impianto, è soltanto esterno all’orecchio. Tutti possono essere tesserati, basta che abbiano un deficit uditivo dall’orecchio migliore di 55 decibel”.

Esistono discipline sportive più adatte a chi non sente?
“Assolutamente no, tutti gli sport sono praticabili da persone sorde. Tanto che i nostri ragazzi, durante l’anno, gareggiano e giocano con i normodotati. Possono incontrare difficoltà, certo, ma tutti gli sport sono praticabili. Basti pensare ai tanti campioni che sono arrivati ai vertici dello sport olimpico pur essendo sordi: Ignazio Fabra nella lotta greco romana, per esempio, ha vinto due volte l’argento alle Olimpiadi, quelle di Helsinki nel 1952 e quelle di Melbourne nel 1956. O ancora, Mario D’Agata è l’unico pugile sordo ad aver vinto un titolo mondiale, a Roma negli anni ’50”.

Lingua o linguaggio dei segni: quale espressione è corretta?
“Assolutamente lingua. La differenza è molto semplice: il linguaggio non è codificato, quello del computer è un linguaggio, mentre grazie ad una lingua si può parlare di tutto. E con la lingua dei segni è proprio così. Se si definisce linguaggio l’italiano, allora possiamo definire linguaggio anche quello dei segni. Altrimenti no. Quella dei segni è una lingua”.

Ma un tedesco che segna, segna allo stesso modo di un italiano?
(ride) “No, no. È una domanda che ci fanno sempre. Ogni Paese ha la sua lingua dei segni. Poi esiste una lingua internazionale dei segni che, è improprio ma è per fare un esempio esaustivo, è un po’ come l’inglese. L’ENS, l’Ente nazionale sordi, organizza periodicamente dei corsi di lingua dei segni. In attesa che l’Italia la riconosca come lingua ufficiale. In Europa, lo hanno già fatto tutti”.
Elena Sandre Fonte: gazzetta.it

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