Iscriviti: Feed RSS

Giornata della Memoria 2014. Le persone sorde e l’olocausto.

Giornata della Memoria 2014. Le persone sorde e l’olocausto. Sordi e disabili sono stati i primi nella lista di Hitler. Circa 13.000 persone sorde sono state sterilizzate o uccise nel 1930. Le persone sorde erano in mano al boia, perché la comunicazione era un problema. Inoltre essi erano visti come esseri inferiori, “vite indegne di essere vissute” Nel 1939, Hitler prese la decisione di uccidere queste “zavorre” : i non udenti e disabili dovevano essere eliminati (Berke, 2007).

Bambini e neonati nati con difetti fisici furono tolti ai loro genitori e portati in un reparto speciale (i cosiddetti sanatori pedagogici) per farli morire con iniezioni letali o per fame; agli stessi genitori i medici dissero che erano morti per cause naturali.  Quasi 2.000 bambini sordi furono uccisi in questo modo.

Nel 1939, Hitler decise di creare il programma T4. Per realizzarlo inviò questionari a tutte le case di cura istituzionali per essere compilato e dovevano essere indicati sordi e disabili. Da casa furono poi portati in un centro per essere uccisi; alcuni dicono che quel centro sembrava una grande fabbrica dove si notava cenere che sgocciolava dal camino che era la cenere di coloro appena uccisi. Più tardi divenne famoso come la fabbrica delle uccisioni.

Iniziarono nel 1934, imponendo la sterilizzazione agli individui che erano sordi. Nel 1937,una parte della gioventù di Hitler, il 95 per cento dei bambini sordi, fu schedata per essere uccisa nei famosi centri della morte. I giovani membri indossavano una “G” sulla loro spalla. La “G”  per sordi “gehoerlosen” (stava a significare che erano privi di udito).  (Berke, 2007)

Mentre svolgevo la mia ricerca, conobbi un sopravvissuto e la sua storia. Questo superstite divenne professore assistente di italiano presso la Gallaudet University.

Eugene Bergman era un ragazzo di 7 anni che poteva sentire finché un giorno, mentre stava camminando per strada  con un gruppo di ebrei,  vide l’esercito tedesco, un soldato  sparò con il fucile colpendo alla testa Bergman che da quel momento perse  la memoria della sua infanzia. Si svegliò in ospedale per un’altra sorpresa: guardava il medico e un’infermiera che muovevano  le loro bocche, ma egli non poteva sentirli.

Bergman era da Poznan, in Polonia, ma per molto tempo, dopo essere stato rilasciato dall’ospedale, con la sua famiglia si trasferì a Lodz.  L’anno successivo, nel 1940 si trasferì sempre con la famiglia  a Varsavia.  “Mi ricordo che abbiamo viaggiato in un carro trainato da cavalli per arrivarci” dichiarò Bergman (Walter, 1987).

Per cinque mesi la sua famiglia visse nella parte non-ebrea della città. Per Bergman comunicare fu tutt’altro che facile, utilizzò la lettura labiale insieme a carta e matita per parlare con la gente.

“La maggior parte del tempo ho vissuto in una nebbia, non potevo sentire e non sapevo che cosa stava succedendo intorno a me. Ho vissuto una vita molto riparata, ma mio padre ha sempre fatto in modo che io e la mia famiglia avessimo il cibo per non andare avanti affamati”.

La sua famiglia fu costretta a passare al Ghetto di Varsavia. Questa era un’area abbandonata dai tedeschi per gli ebrei. Essi vivevano in un appartamento di due stanze con la  madre e due fratelli. Suo padre aveva ottenuto i documenti di identificazione falsi  e vissuto fuori dal ghetto. Una volta a settimana il padre si intrufolava nel ghetto per dare alla sua famiglia un sacco di cibo e non lasciarla affamata. (Walter, 1987)

La vita  di Bergman cambiò quel 22 luglio 1942 quando i tedeschi decisero di estradare il resto degli ebrei di Varsavia per trasferirli in un campo di sterminio di Treblinka. Tra il 22 luglio e il 3 ottobre, trecentodieci mila ebrei furono uccisi; Bergman e la sua famiglia si nascosero in una cantina segreta nel loro condominio. Fuori dall’edificio altre persone furono portate via verso i  campi della  morte. Non tutti finirono in quei campi: i malati, gli storpi, furono eliminati subito.

A questo punto i tedeschi che non vollero lasciare alcun ebreo nel Ghetto, costrinsero Bergman e la sua famiglia a nascondersi e patire la fame. Suo padre non poteva più intrufolarsi per portare generi alimentari. Al  mattino in effetti bisognava nascondersi dai  soldati tedeschi che entravano negli  appartamenti a prendere le persone per condurle alla camera della morte; nel pomeriggio si poteva  uscire e camminare per le strade.

Le persone che vivevano nel ghetto non sapevano nulla di quello che stava accadendo ai loro amici e alla famiglia. Tutto quello che sapevo era che essi venivano fuori dalle loro case o presi da qualche altra parte. “I soldati tedeschi seguivano ordini superiori: costringevano gli ebrei presi a scrivere cartoline alle loro famiglie, dicendo che essi venivano trattati bene e che avevano trovato lavoro, prima che venissero uccisi nelle camere a gas “(Walter, 1987).

Dopo giorni di fame, suo padre era in grado di contrabbandare una pagnotta di pane, e ci aveva infilato un messaggio che avevano bisogno di uscire dal ghetto. David, uno dei fratelli di Bergman aveva corrotto una guardia al fine di ottenere per la sua famiglia l’uscita dal ghetto. Dopo aver lasciato il ghetto si incamminavano verso l’appartamento dove suo padre era alloggiato.  “Mi ricordo che abbiamo aperto la porta e il padre era seduto all’interno. In cinque giorni, i suoi capelli erano diventati completamente bianchi. Papà aveva solo 37 anni e  Bergmann 10.”(Walter, 1987)

Dormirono con suo padre per diversi giorni, ma qualche persona nell’edificio divenne sospettosa della situazione. Suo padre, Pesakh, prese Sarah, Eugene e David e li portò in un altro ghetto a Czestochowa. Ma in poche settimane gli ebrei venivano tirati fuori dalle loro case in questo ghetto. Suo fratello David lasciò e prese e un treno per Varsavia per raggiungere suo padre. Tornò indietro al ghetto con suo padre ad aspettare gli altri fuori dal lato del muro, Bergman e sua madre scavalcarono il muro e la famiglia si ritrovò ancora unita, ma non per molto.

I tedeschi avevano trasferito tutti gli ebrei fuori da questa città, così la famiglia si trasferì a Kielce. Un giorno, Bergman andò a un fiume ma quando fu nell’acqua gli vennero i crampi alle gambe e quasi sarebbe  annegato se non fosse stato per un barcaiolo polacco che vedendolo lo salvò. Il barcaiolo gli chiese se era ebreo;

Bergman avvicinandosi al suo orecchio gli disse in polacco che era sordo e  il barcaiolo lo lasciò andare. Tornando a casa notò che lo sporco dell’acqua dei suoi abiti scivolava fino ai suoi piedi. Si imbattè in una Unità polacca di insorti che sparava rischiando di colpire anche lui. Lo fermò e gli chiesero chi era, lui rispose che era sordo e lo capirono, lo lasciarono incolume ma con loro, così lui  non potè tornare a casa.

Per due mesi  fu trattenuto in Polonia e fece dei lavori. Il 1 ottobre la Polonia si arrese e Bergman divenne un prigioniero di guerra. Fu portato al campo di prigionia Lamsdorf in Slesia, in questo campo patì molto la fame: in otto dovevano mangiare una pagnotta di pane nero al giorno. Qui visse per circa sei mesi, poi un giorno furono liberati. (Walter, 1987)

Bergman si sentì un uomo libero e tornò in quell’appartamento dove viveva la sua famiglia, che purtroppo non c’era più; Leggendo i giornali  apprese che gli ebrei avevano creato un Comitato e ci  andò per chiedere notizie dei suoi  genitori; gli diedero un indirizzo per individuare sua madre; suo padre invece era stato colpito al collo e ucciso da un soldato tedesco.

Vissero in questo campo di sfollati per circa due anni, poi uno zio li aiutò a raggiungere l’ America. Quando vi  giunsero Bergman volle imparare la lingua dei segni. Poi divenne professore assistente di italiano presso la Gallaudet University.

La storia così travagliata di Bergman è sbalorditiva: Egli acquisì padronanza di cinque lingue, fu la prima persona sorda a guadagnarsi un dottorato di ricerca in inglese e fu co-autore di un gioco “Racconti da Clubroom” nonché autore del libro d’arte per sordi e udenti. Collezionò molti altri successi. (Walter, 1987)

Secondo Jochen Muhs, Vice Presidente della Federazione sordi di Berlino, le persone sorde in Germania dopo la seconda guerra mondiale si vergognavano di quel periodo buio. Le ragioni  di tanta vergogna erano proprio la sterilizzazione imposta e il fatto che molti sordi avevano aderito al partito nazista.

Questo spiega perché si è scritto molto poco sulle persone sorde in quell’epoca della storia; è mia personale  opinione che questo argomento non debba essere trascurato o ignorato come parte della Storia nel suo insieme di ciò che è avvenuto durante la seconda guerra mondiale per i non udenti e disabili.
F.Z. Libera traduzione del brano. nw016 (2014)

Giornata della Memoria nel mondo dei sordi d’Italia:
30 gennaio 2014 presso l’Istituto Statale Sordi di Roma.

 

_________________________________________________
«La storia è testimonio dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita» (Cicerone)
«La storia non è utile perché in essa si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire» (M.D’Azeglio)
«Bisogna ricordare il “passato” per costruire bene il “futuro”» (V.Ieralla)
Per qualsiasi segnalazione, rettifica, suggerimento, aggiornamento, inserimento dei nuovi dati o del curriculum vitae e storico nel mondo dei sordi, ecc. con la documentazione comprovata, scrivere a: info@storiadeisordi.it
“Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità”, ideato, fondato e diretto da Franco Zatini