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Sordomuto Antonio Cappello (Newsletter della Storia dei Sordi n.289 del 3 agosto 2007)

La Sicilia che Garibaldi non difese, la battaglia che la sinistra deve affrontare.

La chiusa dell’articolo di Di Grado, ne “La Sicilia” del 25 luglio, e gli scritti di altri studiosi mi invitano ad intervenire non tanto per riaprire piaghe secolari e meno che mai una lotta fra popoli di origine diversa che si commuovono al canto dell’Inno di Mameli, specie per chi ritiene riduttivi i confini nazionali perché ci sentiamo cittadini del più vasto mondo. Comunque l’Unità d’Italia può rappresentare un primo punto di riferimento anche se non si ottiene né con la preghiera dei leghisti contro i terroni meridionali, né con il sarcasmo della «Favoletta della Sicilia colonizzata» di cui dovrebbe interessarsi il Pd (e perché solo il Pd?) quando e come esigerà la storia, che è molto esigente».

Io non voglio contrastare l’autore dell’articolo, che gode di massima stima fra cui anche la mia, e sono certo che non crede alla verità della storia elaborata da scrittori prezzolati (come li ha definiti Antonio Gramsci), perché quella storia è quella dei vincitori la cui falsità è dimostrata da storici più attenti sulla scorta di reperti archeologici e documenti inediti.

E’ vero che Garibaldi non conquistò e colonizzò la Sicilia ma, con buona fede, imbrogliò i siciliani. Egli non voleva venire in Sicilia perché temeva di fare la fine dello sfortunato Carlo Pisacane, si convinse all’impresa dopo la rivolta di Palermo del 1859 e partì sollecitato e finanziato da Cavour e dagli Inglesi.

Dopo sia lui che Nino Bixio e tanti altri si pentirono di avere consegnato il Regno delle due Sicilie al Piemonte e anche perché lo Stato di Savoia, come scrisse Antonio Gramsci, «ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le Isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infangare col marchio di briganti».

Giuseppe Mazzini, il grande patriota dell’Unità, fu eletto tre volte deputato a Messina, ma gli fu impedito di esercitare il proprio mandato perché fu dichiarato ineleggibile dal Parlamento “italiano” il cui verbale della prima seduta fu scritto in francese perché il re e gli scrivani non conoscevano l’italiano.
Il 21 dicembre 1863 Garibaldi, insieme ad altri parlamentari, si dimise dal Parlamento «per non rendersi complice indiretto di colpe non sue dinanzi al vituperio della Sicilia che egli sarebbe stato orgoglioso di chiamare la sua seconda terra di adozione».

I colonizzatori della Nuova Italia chiamarono lotta al brigantaggio quella che fu in effetti una guerra civile. Il Piemonte impiegò in oltre cinque anni 250 mila soldati dell’esercito, dei carabinieri e delle guardie nazionali che rappresentavano oltre la metà dell’intero esercito del Regno.
I Morti, quelli ufficiali, furono oltre 7 mila, i fucilati 2000, 20.000 i condannati ai lavori forzati. Furono approvati quattro stati di assedio e molti furono fucilati senza processo perché la magistratura fu esautorata dall’esercito sabaudo. I “briganti” erano per lo più braccianti senza terra arrestati spesso insieme alla moglie e ai figli, le loro case incendiate, l’acqua potabile non più erogata alle popolazioni, attorno ad un casolare delle Petralie fu ammucchiata legna che fu bruciata provocando la morte di un vecchio padre e dei suoi figli. Ad un sordomuto, un tale Cappello, alla visita di leva i medici piemontesi bruciarono le carni con bastoni roventi perché parlasse e il capo di tanta crudeltà fu insignito della croce dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Gli antropologi Lombroso e Niceforo furono finanziati per misurare i crani dei contadini e per dimostrare che i meridionali erano per natura atavica delinquenti, razza inferiore, neghittosi, di origine negroide e saracena.

A questo punto, mi corre l’obbligo di chiedere all’illustre professore Di Grado, di qualificare tutti i personaggi che sono stati responsabili di tanta crudeltà a danno dei siciliani e dei meridionali. Le critiche agli ex Pc-Pds- Ds vanno approfondite nell’interesse di tutti e soprattutto ricercate le cause politiche ed economiche che stanno alla base dei fallimenti delle sinistre. Ritengo che bisogna avere la pazienza di leggere le prime 50 pagine dell’autobiografia di Fassino in cui il grande dirigente dichiara di essere estimatore di Kautsky. Ormai per i comunisti non esistono più Togliatti e Gramsci, quest’ultimo grande critico di Kautsky, così come fra i socialisti sono scomparsi Salvemini e De Felice vittime della teoria del socialdemocratico tedesco. Tali teorie, soprattutto quelle sui contadini, proprietari e coltivatori diretti, sono state recepite nei congressi di Reggio Emilia del 1893 e di Firenze del 1869 e provocarono l’abbandono della lotta dei Fasci Siciliani, la lotta fratricida dei braccianti e mezzadri, con morti e feriti nel Mantovano e nell’Emilia, la lotta dei socialisti contro i piccoli proprietari, le origini del fascismo e il programma avanzato del 1919, i gulag di Stalin e il massacro dei contadini russi, la bracciantizzazione nel meridione del Pci dopo il secondo dopoguerra, l’abbandono di molti problemi siciliani, gli insegnamenti stalinisti nelle scuole del Pci, del Psi, e sindacali in cui studiarono gli attuali dirigenti della Sinistra comunista e socialista. La maggior parte di tali dirigenti sono ancora influenzati dall’insegnamento di Kautsky che era contro i piccoli proprietari, i mezzadri, i ceti medi delle campagne e per riflesso di quelli delle città.

Attualmente a sinistra esiste uno sbilanciamento perché ancora non è ben definito quale sia, oltre alla classe operaia, il complesso degli alleati che il partito politico deve difendere.
Alcuni giovani molto intelligenti sono purtroppo senza radici e senza storia e non sanno che la linea politica della sinistra siciliana la troveranno in un libretto della direzione politica del Pci scritto da Napoleone Colaianni, nelle relazioni dei segretari regionali del Pci, fra cui quelle di Achille Occhetto, nei libri di Pio La Torre. Occorre una politica di alternativa che raccolga consensi popolari come oggi li raccoglie la destra che è lasciata sola a dirigere gli interessi siciliani.

Possibile che tutto quanto affermano i dirigenti della destra è inaccettabile? Secondo me la sinistra doveva accettare la sfida e condurre la battaglia in campo aperto per affrontare i tanti problemi della Sicilia e confrontarsi con tutte le forze alla base e ai vertici anche per cercare con umiltà e tenacia i punti di convergenza su cui insieme poter lottare nell’interesse della Sicilia e soprattutto dei lavoratori e delle altre forze subalterne siciliane.
Pietro Maccarrone Fonte: lasicilia.it (2 agosto 2007)

PER SAPERE DI PIU’

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«La storia non è utile perché in essa si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire» (M.D’Azeglio)
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