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Disagio mentale e sordità: quando si viveva in manicomio

DISAGIO MENTALE E SORDITÀ: QUANDO SI VIVEVA IN MANICOMIO

Alla Sapienza convegno dell’Istituto statale sordi e della Fondazione Franco Basaglia. La piega dell’internamento, i passi avanti della tecnologia, il permanere dell’esclusione sociale. Giannichedda, presidente della Fondazione Basaglia: “Logiche negative sopravvivono ancora oggi”

ROMA – Sordità e disagio mentale al centro del convegno organizzato stamattina alla Facoltà di Scienze della comunicazione dell’università La Sapienza. Due mondi erroneamente reputati distanti, ma che invece sono molto prossimi l’uno all’altro, tanto che fino all’approvazione della legge Basaglia del ‘78, hanno convissuto entro le medesime prigioni: i manicomi. Solo allora sordi e persone affette da disabilità mentale hanno potuto intraprendere il cammino “da internati a cittadini”, così come recita il titolo del convegno. Nella mattinata si parla dell’internamento, spaziando dall’epoca nazista agli anni ’70, mentre il pomeriggio è dedicato al racconto dei centri diurni di oggi.
Disabilità e disagio. “Io credo che non esista libertà se non nel legame che ci aiuta a lottare contro tutto ciò che ci divide”. Comincia da questa citazione di Franca Onagro Basaglia il commissario straordinario per l’Istituto statale sordi Ivano Spano. Organizzatore della giornata insieme a Maria Grazia Giannichedda, presidente della Fondazione Basaglia, Ivano Spano concentra il suo intervento sul significato del convegno: “La disabilità – dice – si trasforma in un disagio più ampio e complesso rispetto al limite biologico e fisico”. Aggiunge poi che se “la tecnologia ha fatto passi avanti” per migliorare le condizioni di vita di chi è affetto da disabilità, non si registra lo stesso progresso nel campo dell’inclusione sociale. “Il disagio è un’esperienza collettiva – prosegue- : per superarlo bisogna ricreare le relazioni umane”. Per questo, sottolinea, “è importante non essere limitati a singole dimensioni ma comprenderle tutte”. Tra i presenti, manca Ida Collu, presidente dell’Ente nazionale sordi, con cui Spano polemizza: “Ha scritto una lettera a me e alla Gelmini in cui critica duramente la mia gestione dell’Istituto sordi, perché mi sarei dedicato a manifestazioni che non riguardano la sordità”. Ma, continua Spano, il suo obiettivo è proprio ampliare l’orizzonte della lotta all’emarginazione sociale.
Il paradigma dell’internamento. Maria Grazia Giannichedda parte da una notazione storica: sono nati prima i manicomi della psichiatria. Questo perché chiunque avesse una disabilità, di qualunque forma essa fosse, era considerata un peso. Il meccanismo dell’internamento è “un meccanismo preciso che genera esclusione, ma non è l’esclusione stessa”. Giannichedda quindi passa all’epoca attuale, chiamandola con l’etichetta che le diede Norberto Bobbio: “l’età dei diritti”. “Come diceva Bobbio, – dichiara- la trasformazione dei diritti in realtà è molto lunga, secondo me infinita, perché è parte della vita”. Questo significa che l’internamento sopravvive anche oggi, un’epoca in cui “le leggi gli hanno tolto legittimità”. Sopravvive, per esempio, “attraverso il mercato, perché è economicamente interessante: permette di risparmiare nel tempo di cura”. Giannichedda si allarma, perciò, all’idea che il Governo possa rimettere mano al ddl Carrara, con cui si voleva parzialmente modificare la legge 180.
“Vite indegne”. Si passa quindi al racconto di che cosa significa vivere da internati. Silvia Cutera, presidente dell’Agenzia per la vita indipendente onlus, narra di com’erano i manicomi in epoca nazista e del progetto Aktion T4, il programma di “eutanasia sociale” per eliminare le persone disabili durante il Terzo Reich. Cutera poi presenta l’intervista di un sopravvissuto, oggi 75enne, internato perché figlio di un alcolizzato e perciò considerato socialmente pericoloso. L’estratto è preso dal documentario “Vite indegne”, curato dalla stessa Cutera.
Una vita normale. Anche Roma ha avuto le sue “case per i matti”. Una fra le più celebri è Santa Maria della Pietà, manicomio chiuso nel ’74 e oggi sede del Museo della mente. La struttura ha ospitato 2761 bambini tra il 1913 e il 1974, divisi in “sudici o irrecuperabili” e “tranquilli o recuperabili”. Fra questi, per 42 anni, c’è stato anche Alberto Paolini, oggi poeta, di cui parla anche Ascanio Celestini nel suo film “La pecora nera”. Oggi Paolini vive in una “casa famiglia”, alla borgata Ottavia. Da vent’anni sta cercando di ricostruirsi un’esistenza normale, di adattare alla vita la sua “anima triste”. (Lorenzo Bagnoli)
Fonte: superabile.it (1 ottobre 2010)

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