Iscriviti: Feed RSS

Progetto Vivilis in cinque scuole milanesi. In classe si impara la lingua dei segni

PROGETTO “VIVILIS” IN CINQUE SCUOLE MILANESI
In classe si impara la lingua dei segni

Agevola gli alunni non udenti nell’apprendimento dell’italiano e li aiuta a comunicare con docenti e compagni. Che a loro volta imparano a “parlare” a gesti

MILANO – Imparare tra i banchi di scuola sia l’italiano che la lingua dei segni, per seguire meglio le lezioni ma anche per comunicare coi docenti e gli altri compagni. Lo prevede il progetto Vivilis, nato dalla collaborazione tra Ente nazionale sordi, Istituto comprensivo Barozzi e provincia di Milano, sulla scia di altre esperienze simili già avviate a Biella e a Roma. Il modello didattico bilingue viene sperimentato in cinque scuole milanesi – una dell’infanzia, due elementari e due medie – , frequentate da quindici alunni sordomuti. Come loro, anche i ragazzi udenti imparano ad esprimersi a gesti. Così diventa più semplice “parlare” durante la ricreazione, la gita scolastica o una festa di compleanno.

COME FUNZIONA – «In classe c’è un assistente alla comunicazione, che “traduce” i contenuti didattici proposti dall’insegnante e aiuta l’alunno non udente a comunicare coi compagni e i docenti. Per agevolare l’integrazione del bambino sono inoltre previsti alcuni laboratori settimanali, durante i quali l’educatore sordo insegna la lingua dei segni a tutti. Periodicamente, poi, una psicologa verifica il reale inserimento del ragazzo non udente all’interno della classe.

INSUCCESSO SCOLASTICO – «Per i ragazzi che non sentono è complicato seguire le lezioni per 5-6 ore consecutive, leggendo solo il labiale – spiega Luigi Mattiato, segretario della sezione milanese dell’Ente nazionale sordi -. La lingua dei segni s’impara con naturalezza e può favorire l’apprendimento di quella che per loro è la seconda lingua: l’italiano». Spesso i ragazzi non udenti hanno alle spalle esperienze di insuccesso scolastico, a volte frustanti. «Oggi la lingua dei segni non è più soltanto una “lingua di sopravvivenza” – continua Mattiato -. Essendo sempre più articolata, consente di spaziare nei diversi campi del sapere, dalla matematica alla filosofia».

UN “PONTE” TRA DUE MONDI – Conferma la professoressa di lettere, Letizia Capra, insegnante di sostegno e coordinatrice del progetto Vivilis: «È uno strumento importante per accedere alla cultura di tutti. In 30 anni di insegnamento ho potuto verificare che i figli di persone sorde, che già a casa comunicano a gesti tra di loro, imparano a scrivere e a leggere in italiano più in fretta e con migliori risultati rispetto ai loro coetanei che hanno genitori udenti». Positive sono anche le esperienze d’integrazione di bambini stranieri sordomuti.

TG IN CLASSE – «Un bambino moldavo, in Italia da un anno e mezzo, ha fatto progressi strepitosi – continua l’insegnante di sostegno – . A 11 anni aveva frequentato solo la prima elementare nel suo Paese di origine, ora riesce a pronunciare qualche parola. È stato così anche per un bambino ucraino dodicenne e per una bambina sudamericana di 8 anni, senza protesi acustica: ora partecipano alle attività scolastiche senza sentirsi emarginati – sottolinea Capra -. In classe, poi, gli altri studenti hanno imparato a scandire bene le parole, a non urlare e a rispettare il silenzio dei loro compagni». E riescono a lavorare tutti insieme. «Hanno realizzato uno studio sul terremoto in Abruzzo, preparato la recita di Natale con le canzoni in lingua dei segni, prodotto un telegiornale con le notizie dell’anno scolastico, “lette” anche dall’interprete Lis».

Maria Giovanna Faiella. Fonte: corriere.it