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Deafhood

I vocabolari non l’hanno ancora registrata, ma nel mondo dei sordi se ne sente sempre più parlare: Deafhood. Proviamo ad analizzarla: è una parola composta da due parti: Deaf e -hood.

Deaf, facile: sordo. Sì, ma deaf non è un termine del tutto neutro, anche l’inglese, come l’italiano, ha più parole per indicare la persona priva di udito: hard of hearing, hearing impaired, deaf, che noi tradurremmo con non udente, audioleso, sordo, termini solo apparentemente sinonimi e invece portatori di significati più profondi abbastanza diversi. Ecco, Deaf non è un audioleso, è proprio una persona sorda, anzi forse Sorda.

E -hood? Hood è un suffisso presente nella lingua inglese in parole come Childhood (infanzia), Brotherhood (fratellanza), Nationhood (conseguire l’indipendenza nazionale), Selfhood (personalità). Deriva dall’antico inglese hād e significava “stato” “genere” “carica”: quindi l’essere in una qualche situazione: ad esempio Bishophad era la carica vescovile, Camphad (camp – l’essere in campo di battaglia) era la guerra.

Quindi Deafhood è lo stato dell’essere sordo, consapevolmente sordo, riconosciuto come tale anche dall’esterno. Non c’è una parola italiana che lo possa tradurre, il termine più vicino è “sordità”, ma è troppo generico e troppo privo di implicazioni ulteriori.

Deafhood sottintende non solo la completa accettazione della propria sordità, ma anche la piena consapevolezza di far parte di una cultura peculiare, con propri valori di riferimento, luoghi di incontro, una propria produzione letteraria ed estetica, una lingua collante di tutto ciò, che è evidentemente la Lingua dei Segni.

Ideatore di questa parola e suo più noto sostenitore è Paddy Ladd, sordo lui stesso, coordinatore del Centre for Deaf Studies dell’Università di Bristol. Ricercatore e autore di molte pubblicazioni, esprime la sua teoria in modo compiuto e sistematico nel corposo volume (più di 500 pagine!) che porta l’eloquente titolo “Understanding Deaf Culture: in search of Deafhood”. Volume per ora solo in lingua inglese, che possiamo cercare di tradurre come “Verso la comprensione della cultura sorda: alla ricerca della Deafhood”.

Il termine Deafhood si oppone a Deafness, nel tentativo di non focalizzare l’attenzione sulla perdita uditiva, bensì sulla accezione positiva dell’essere sordo e sulla sordità come una condizione che esclude di essere curata come una malattia. La sordità è invece, secondo Ladd, una condizione culturale che va applicata alle comunità dei sordi, in quanto centri di risorse sociali e linguistiche che sappiano sfidare gli assunti “audiocentrici” tipici della nostra società occidentale. Deafhood è all’interno di un modello interpretativo della sordità che la vede come minoranza etnico-linguistica e colloca gli studi ad essa connessi con quelli relativi al multilinguismo e alle culture minoritarie. Si oppone quindi al modello sociale di Deafness, che la colloca invece nell’ambito della disabilità e della malattia.
Ma probabilmente la parte più incisiva dell’opera di Ladd non risiede tanto nella descrizione, analitica e argomentata, delle varie forme e modalità con cui si esprime, e si è espressa in passato, la cultura sorda. È invece nelle conclusioni e nella descrizione del futuro immaginato e desiderato che, a mio parere, si capisce fino in fondo il concetto di Deafhood. Ladd afferma che le comunità dei sordi (cfr p. 435) debbano essere rese capaci di operare con gli stessi principi e piani politici delle altre minoranze linguistiche. I concetti di riscoperta e valorizzazione del linguaggio e le sue implicazioni sociali e politiche devono essere chiare come lo sono state per le rivendicazioni dei popoli Gallesi, Catalani, Baschi ed altri. Per far ciò è necessario richiedere ed ottenere più fondi per la ricerca nel campo dei Deaf Studies, coinvolgendo più sordi nella ricerca e in ambito universitario. Bisogna favorire lo sviluppo di una classe intellettuale e di professionisti sordi, per uscire dall’isolamento culturale analogo a quello subito e solo in parte risarcito da altre minoranze nel mondo: i neri del Sud Africa, i neri Americani, gli Aborigeni Australiani, per citarne alcuni. Sarà anche necessario, per favorire un reale sviluppo identitario dei sordi, smantellare varie strutture “colonialiste”, cioè create da udenti per “occupare” e quindi reprimere la cultura sorda: ad esempio gli Istituti e i centri di riabilitazione dei sordi.

Il secondo passo sarà creare un modello di comunicazione basato sul bilinguismo per gli udenti. Gli udenti devono cioè imparare la Lingua dei Segni e, afferma Ladd, “possiamo immaginare il giorno in cui le lingue dei segni avranno un posto nei curricula scolastici nazionali cosicché ogni bambino avrà l’opportunità di rivendicare il suo diritto di nascita di esprimersi con il corpo esattamente come sono già incoraggiati a farlo con la bocca” (cfr p.438). Allo stesso modo si può immaginare il giorno in cui “l’oralismo sarà riconosciuto per ciò che è, cioè una forma istituzionalizzata di abuso sui bambini e che, come ogni altra forma di abuso, venga posta fuori legge e soggetta a giudizio e punita” (cfr p.439). L’impianto cocleare dovrebbe essere consentito solo dopo aver ricevuto il consenso informato della persona sorda, e quindi ad un’età analoga a quella richiesta per votare (cfr. p 455), mentre si dovrebbero diffondere Centri Nazionali per la Lingua dei Segni, con archivi e musei sulla storia dei sordi, a vantaggio di entrambe le nazioni, la nazione udente e la nazione Sorda, desiderose di imparare reciprocamente circa i propri linguaggi e culture.

La Deafhood sembra essere messa lì, su di un piedistallo, quasi fosse una provocazione, un monumento alla discordia che da sempre caratterizza il mondo dei sordi. Lo dice molto bene Valentina Paoli, giovane psicologa sorda, quando afferma  che “è sufficiente dare una rapida scorsa alla bibliografia attuale relativa alla sordità per rendersi conto dell’esistenza quantomeno di una duplice e contrapposta visione della persona sorda. Da un lato un’estrema medicalizzazione del problema e la convinzione della sua risoluzione grazie alla tecnologia: la sordità non esiste più; dall’altro invece l’esaltazione della sordità come tratto distintivo di una minoranza culturale e linguistica: la deafhood.”

Per fare la prova basta infatti azzardarsi a chiedere un parere su di essa e le reazioni, o non ci sono affatto o non possono che essere di 2 tipi:

a)  Sono totalmente in disaccordo, è una follia.

b)  Sono totalmente d’accordo, come ho fatto a non pensarci
prima.

Totalmente in disaccordo sono molti, soprattutto i molti che spendono le loro energie professionali per rimediare alla sordità. Una logopedista, interpellata dallo scrivente a cui ho sottoposto una versione incompleta di questo articolo, mi ha risposto con una laconica mail: “Enrico, ti ringrazio, almeno ora so con certezza che io sono una speech-hood”. In disaccordo sono le persone sorde oraliste, che hanno combattuto tutta la vita per una integrazione reale nella nostra società. In disaccordo sono i medici, i sostenitori degli impianti cocleari. Lo sono i genitori udenti di bimbi sordi che non possono davvero tollerare l’idea di avere un figlio “etnicamente” diverso da sè e poi naturalmente le molte persone comuni che non riescono proprio a crederci che qualcuno potrebbe essere felice di essere sordo, magari addirittura – abominio! – felice di avere un figlio sordo. Ho chiesto ad una giovane e brillante lavoratrice sorda, figlia di sordi, se sapesse cosa fosse la deafhood. Mi ha risposto di no. Allora le ho fatto una semplice domanda: “Vorresti avere un figlio sordo o udente?” Lei mi ha guardato stupita, come a dire, “ma è possibile, ancora non conosci i sordi dopo tanti anni?” e poi, con quella che a lei dovette essere sembrata una certa cautela, mi ha risposto “Beh, se mi viene un figlio udente lo tengo, cosa posso farci, ma certo preferirei fosse sordo e biondo come me”. Qualcuno dunque non ha mai sentito parlare di Deafhood, ma dentro di sé l’ha recepita appieno.

Ci sono poi i sordi informati, i defuddiani doc, che si  definiscono “sordi orgogliosi”, sostengono il loro diritto a percepire la realtà in modo diverso da chi sente bene e difendono la centralità della Lis per comunicare. Basta surfare un po’ su internet, digitare “deafhood ita” e si troverà tutto un mondo di persone sorde (che si esprimono prevalentemente attraverso video in Lis su Youtube)  che si ribellano e rivendicano il diritto a non sentire e che affermano di essere  un’ etnia particolare, non una categoria di handicappati, e come tali  “non vogliono essere considerati udenti di serie B”.  Un mondo fatto di singoli, ma anche di associazioni locali e nazionali, blog, gruppi di Facebook.

E a proposito di associazioni, il dottor Andrea Pietrini, vice presidente nazionale Fiadda, considera invece la Deafhood qualcosa di fuori dalla realtà e a cui non dare eccessiva importanza “In italiano si potrebbe tradurre Deafhood come una sorta di “Nirvana” dove la persona sorda non si vede più malata, imperfetta, incompetente, bensì semplicemente “è Sorda”, senza più farsi alcun problema a causa della propria sordità. È un concetto quasi filosofico, più astratto che concreto, una condizione al limite dell’ utopia e comunque difficilmente realizzabile, che ha come requisito essenziale quello di estraniarsi sempre più dal mondo reale degli “udenti”, per costruire una comunità sorda isolata (evitando confronti che a questo punto diventerebbero insostenibili), costruendo apparati e strutture ad hoc, senza le quali non sarebbe realizzabile il concetto di “Deafhood” pura”. Ma non solo, potrebbe sembrare anche l’ultimo estremo tentativo di sopravvivenza e visibilità di un mondo che sta scomparendo “Il concetto di Deafhood – continua Pietrini – è un segnale forte da parte dei movimenti che si battono per la cultura sorda, i quali si trovano attualmente chiusi sempre più in angolo e quindi tendono a estremizzare situazioni e concetti”.

Sì, Deafhood è un concetto spinoso. Ideologico. Difficile riuscire ad esprimere un’opinione ponendosi dall’esterno, perché in qualunque caso si finisce coll’esserci dentro: o dentro il mondo dei sordi, o dentro il mondo degli udenti. In ogni caso nessun punto di vista panoramico, ma sempre solo una ridotta veduta di parte.

Provo a giocare.  Se il mondo fosse alla rovescia e uno su mille fosse udente? E se io, ipotetico abitante di Sordania,  fossi stato costretto a non parlare e ad usare solo le mani per comunicare al fine di integrarmi meglio in una società che per sviluppo tipico del linguaggio intende quello delle lingue dei segni? Forse proprio io avrei creato la Hearinghood.

Questo dubbio mi ha risvegliato da una certa iniziale incredulità leggendo i teoremi di Paddy Ladd e prima di liquidarlo come un pazzo ho provato quindi a giocare a ruoli inversi. Ecco, quello che ho provato è stato stupefacente: ho pensato che io, udente in una società di sordi, sarei stato tentato da rivendicazioni analoghe a quelle della Deafhood, anche se, naturalmente, speculari. Sarei stato tentato di leggere la mia udentità come una differenza che non è una sottrazione*. Bensì come una differenza e basta. Una differenza da non riparare, una differenza da valorizzare. E quella mia voce che in quel mondo di sordi pochi avrebbero potuto udire io avrei voluto poterla tirar fuori.

La nostra società ha però un sordo su mille, non un udente su mille. Ed è una società che si basa su comunicazione e linguaggio, una società in cui l’informazione è potere. Una società come la nostra mette ai margini le persone con disabilità linguistiche. Ecco quindi tutti i nostri sforzi per rimediare alla sordità, che ci presenta come esito una terrificante assenza di linguaggio verbale. La riabilitazione dei sordi non è quindi abuso, ma cura. Non è negazione di un diritto, ma affermazione di un diritto, il diritto a comunicare, a essere informati, ad accedere alla cultura e alle relazioni sociali.

In  un mondo fatto come quello di oggi, e con le attuali possibilità offerte dalla scienza e dalla medicina, accompagnare il bambino sordo verso lo sviluppo più ampio e ricco possibile della lingua verbale rimane quindi un’esigenza indiscussa e naturale.

Questo non deve però portare a svilire la Lingua dei Segni per chi la può, la deve, o la vuole usare, né negare la piena legittimità di posizioni diverse: la pluralità di linguaggi e la multimodalità delle forme della comunicazione sono infatti l’espressione più autentica della complessità della società contemporanea.

 *  sto evidentemente facendo mio il titolo del libro curato da Silvana   Sola e Marcella Terrusi “La Differenza non è una sottrazione – Libri per ragazzi e disabilità” Edizioni Lapis 2009.

Testi consultati:

Paddy Ladd Understanding Deaf Culture: In search of Deafhood Multilingual Matters Ltd, Clavedon, UK, 2003

Paddy Ladd, Mary John Deaf people as a minority group: the political process in Constructing Deafness Unit 9 The Open University Department of  Health, East Kilbride UK, 1992

Tim Dant, Susan Gregory The social construction of deafness in Constructing Deafness Unit 8 The Open University Department of  Health, East Kilbride UK, 1992

Simona Leonardi, Elda Morlicchio La filologia germanica e le lingue moderne Il Mulino, Bologna, 2009
nw143 – 2011

PER SAPERE DI PIU’

Enrico Dolza

Fonte: Effeta

 

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