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I non udenti contro la lingua dei segni. Non sentire non vuol dire non parlare

I non udenti contro la lingua dei segni “Non sentire non vuol dire non parlare”-

Una proposta di legge giudicata inadeguata, perché conferisce uno “status differenziato” a chi non sente e non un deficit superabile con un protocollo sanitario e logo pedico. Il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi si pone contro il riconoscimento della Lingua dei Segni (LIS) come vorrebbe una pdl del 2011

ROMA – Con lo scopo di tutelare i non udenti, esiste una proposta di legge, la 4207, ferma alla Camera dei Deputati dal 15 febbraio 2011, che prevede il riconoscimento di una Lingua Italiana dei Segni (LIS). E’ una proposta di legge nazionale, con diverse sottocategorie a livello regionale, che non ha ragion d’essere, secondo i genitori dei figli non udenti. Le persone che non possono sentire non fanno parte di nessuna comunità e soprattutto la LIS non è la lingua dei sordi: la loro lingua è l’italiano.

La battaglia dei Comitato dei genitori. I genitori dei disabili uditivi, sostenuti dalle associazioni di medici SIO (Società italiana Otorinolaringoiatria 1) e SIAF (Società italiana audiologia e foniatria 2), attraverso il Comitato nazionale, si sono uniti per combattere contro un pregiudizio ritenuto insopportabile: credere che i sordi siano anche muti e che, quindi, necessitino di una regolamentazione che preveda l’adozione di una lingua di gesti, unicamente tutelata e legalizzata per loro. Secondo i genitori dei non udenti, al contrario, i loro figli non devono e non vogliono essere relegati in un mondo solitario e chiuso. “L’errore di partenza è quello di considerare la disabilità uditiva come uno “status differenziato” e non un deficit da affrontare con un adeguato protocollo sanitario e logopedico – spiega Laura Brogelli, una madre del

Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi 3 –  In questa maniera si finisce non per offrire tutela ai soggetti che presentano tale disabilità, ma per assicurare la permanenza dello stesso fattore diversificante”.

Non sentire non vuol dire non parlare. Non è vero, dunque, che chi non ha il dono dell’udito non possa parlare. Non è vero che chi non può ascoltare abbia bisogno di comunicare a gesti. Non è vero che il mondo dei non udenti è un mondo a parte. Attenzione, però: questa legittima rivendicazione di uguaglianza, deve anche prevedere un margine di considerazione per i non udenti con patologie associate. Questi ultimi, infatti, hanno necessità di vedere riconosciuto il loro problema, che assume forme davvero molto complicate, in alcune casi.
Come dovrebbero davvero intervenire le istituzioni?

Ciò che si chiede. Secondo il Comitato dei genitori, lo Stato dovrebbe garantire quello che loro definiscono “Diritto alla Parola”: per prima cosa, uno screening audiologico neo natale, perché venga riconosciuta o meno la sordità sin dalla nascita; poi, la così detta “protesizzazione” ed eventualmente l’immissione dell'”impianto cocleare” (una protesi avanzata e realizzata tramite intervento chirurgico), entrambi gratuiti; per concludere, si richiede l’abilitazione alla parola, ovvero una seria logopedia garantita dalla nascita ai neonati non udenti. Il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili, dunque, chiede che lo Stato investa in salute, non in una metodica sorpassata e ghettizzante come la creazione di una lingua che non risolve alcun problema concreto.

Le parole offensive dei deputati. Questo in virtù di una autentica battaglia contro quei deputati della Repubblica (bipartisan) che, durante la presentazione degli emendamenti di legge, il 20 luglio 2011, avevano scritto: “Si prevede di sopprimere le parole e garantire ogni forma di prevenzione e diagnosi anche precoce, e cura della sordità”. Queste parole, considerate stigmatizzanti dai genitori dei non udenti, sono state poi ritirate, ma certo resta l’inutilità dell’intera pdl, che ha molto colpito tanto i genitori né, quanto i figli non udenti.

Che ne sarà della legge 4207: Per capire a che punto è la pdl 4207, bisogna precisare che è ancora congelata. Recentemente, la Commissione bilancio ha dato parere favorevole, ma condizionato: sulla base dell’articolo 81 comma 4 della Costituzione (che disciplina le regole essenziali del bilancio dello Stato sulle spese preventive e, nello specifico, è sorto come disposizione intesa a porre un limite all’iniziativa parlamentare di spesa), la pdl 4207 è stata ritenuta impossibile da finanziare e applicare.

Esistono anche altre leggi a tutela. Inoltre la VII commissione della Camera dei deputati (la commissione cultura scienza e istruzione), ha dato parere contrario all’approvazione della legge. Per altro, esistono già leggi a tutela dei non udenti: la legge 104 del 1992 sull’Handicap, che garantisce l’utilizzo del linguaggio gestuale; la legge 17 del 1999, che tutela gli studenti universitari non udenti e la legge 95 del 2006, secondo la quale il termine “sordomuto” è stato sostituito col termine “sordo”: differenza linguistica non solo formale, ma che implica la necessaria e fattiva istruzione alla parola anche ai bimbi sordi, i quali, pur non sentendo, possono però parlare l’italiano, com’è logico che sia per chiunque.

Come lavora il Comitato. Il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi  è composto da genitori, associazioni, professionisti del settore. Il metodo di lavoro si basa sulla diffusione delle informazioni tramite web, teleconferenze  e tutti i mezzi di comunicazione disponibili. Le decisioni vengono prese seguendo il criterio della semplice ma efficace maggioranza. Ciò che unisce tutti i membri del Comitato è la battaglia che portano avanti: quella di una nuova cultura legata alla disabilità uditiva e l’eliminazione dello stigma negativo, che vede le persone sorde come mute e capaci di esprimersi solo con i gesti.

Marta Rizzo – Fonte: larepubblica.it (16 luglio 2012)


La parola alla LIS

Si può costruire un servizio su un problema sociale complesso e controverso riportando esclusivamente le ragioni di una sola voce? E’ quello che “Repubblica.it” ha fatto con un articolo di Marta Rizzo del 16 luglio “I non udenti contro la lingua dei segni ‘Non sentire non vuol dire non parlare’”.

Come si evince dal suo stesso nome, il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi (CNGFDU), a cui viene data voce nell’articolo, non rappresenta la totalità dei sordi ed anzi, è principalmente composto da udenti. Il CNGFDU stesso afferma di essere nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge n. 4207 che prevede il riconoscimento della lingua dei segni (LIS) che ci viene richiesto dalla convenzione ONU del 2009 per i diritti dei disabili, sottoscritta anche dall’Italia.

L’articolo ignora completamente sia la principale associazione di tutela dei diritti dei sordi, ovvero l’Ente Nazionale Sordi (ENS), sia molteplici realtà locali  (per voler citare solo due fra le moltissime realtà presenti sul territorio nazionale  ricordo l’associazione di genitori Vedo Voci, attiva da diciotto anni nel territorio di Biella e che ha attivamente sostenuto un progetto di scuola bilingue, quella di Cossato, che attualmente viene invidiato da tutta l’Europa, l’università di lingue di Venezia Ca’ Foscari, che offre diversi curriculum specifici riguardanti la LIS: un master in linguistica, uno sulla traduzione e interpretariato). Nessuno vuole “negare la parola” ai sordi. Molti studi in campi che spaziano dalla linguistica alle neuroscienze, per non parlare della semplice (ma ricca!) esperienza quotidiana dimostrano che l’acquisizione precoce della LIS potenzia le capacità linguistiche anche per quanto riguarda l’italiano parlato: imparare la LIS non trasforma i sordi in “sordomuti”, come sembra pensare il CNGFDU. Vale la pena di ricordare che vi è tutta una branca della logopedia, detta “bimodale”, che utilizza la parte della lingua dei segni come punto d’appoggio per l’insegnamento dell’italiano.

Ecco come invece si esprime il CNR di Roma in supporto alla LIS (il link porta alla loro lettera di supporto).

Nonostante questo, vediamo i contestatori del riconoscimento della LIS ignorare completamente la possibilità che un sordo possa essere bilingue e conoscere sia la LIS che l’italiano, condizione che invece accomuna la grande maggioranza dei sordi.

E la conoscenza della LIS non facilita solo l’apprendimento dell’italiano, ma permette anche ai bambini e ragazzi sordi di non rimanere indietro rispetto ai loro compagni udenti. Garantisce infatti una trasmissione chiara e corretta delle conoscenze, senza la quale è difficile assicurare l’apprendimento anche dei più basilari contenuti scolastici.

La convenzione ONU del 2009 sui diritti delle persone con disabilità è stata sottoscritta anche dall’Italia e che richiede espressamente il riconoscimento delle lingue dei segni nazionali a tutti gli stati membri. Inutile dire che l’Italia non ha ancora fatto quanto richiesto. Siamo fra gli ultimi: solo altri 4 paesi europei non riconoscono la loro lingua dei segni nazionale, mentre ve ne sono tre che addirittura la riconoscono all’interno della propria costituzione.

Anche all’estero vi sono moltissime figure di rilievo che ne sostengono l’importanza. Citarli tutti, a partire dal linguista Noam Chomsky, ma è il neurologo Oliver Sacks, che dedica nel suo libro “Vedere voci” alcune parole proprio alla situazione italiana:

“Ho incontrato molti ricercatori italiani sordi che mi hanno colpito per la straordinaria vivezza del loro ingegno e per la loro competenza. Negli Stati Uniti avrebbero potuto conseguire il dottorato ed avere un lavoro ben retribuito, in posizioni di ricerca; in Italia sono costretti a guadagnarsi da vivere come possono e quando riescono a fare ricerca (spesso senza essere pagati), lo fanno per passione, come dilettanti.”

Il libro fa anche luce su un’altra delle tragedie che possono colpire i ragazzi sordi che non hanno avuto la possibilità di apprendere una lingua (dei segni o parlata) in tenera età: oltre ai terribili danni psicologici e sociali che derivano dal non riuscire ad avere una piena comunicazione con i propri genitori, esiste un “periodo critico” per l’apprendimento del linguaggio: un bambino che non sia ancora in grado di parlare, scrivere o segnare entro i 6-7 anni di età, nella maggior parte dei casi non riuscirà mai più ad apprendere pienamente nessuna delle tre cose. Si tratta di un deficit comunicativo del tutto indotto e nella maggior parte dei casi irreparabile, che va ad aggiungersi ai problemi di comunicazione che la sordità già porta con se.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di cosa è la lingua dei segni per i bambini sordi. Non bisogna dimenticarsi però che è anche la lingua di una comunità piuttosto ampia, alla base di una cultura che ha e tramanda una sua storia, si riconosce come avente una identità propria e ha sviluppato espressioni artistiche come la poesia in LIS. Circa una persona su mille nasce sorda (per dare un senso a questo numero, prima del fascismo, un italiano su mille era ebreo) e altri diventano sordi in seguito. In questo secondo caso imparare una lingua dei segni non è la scelta più comune, ma non è neanche rara come potrebbe sembrare. A questi si aggiungono gli udenti che utilizzano la lingua dei segni e si sentono partecipi della comunità sorda italiana (interpreti, ma anche genitori e familiari di sordi). Queste persone, che vivono nel nostro paese, chiedono che la loro lingua e la loro cultura vengano riconosciute, e non viste solo come un “ripiego” di chi non può avere di meglio, come se fossero solamente un fallimento della medicina. Per altro, la già citata convenzione ONU del 2009, richiede anche agi stati membri di proteggere la cultura sorda e segnante.

Non si tratta di definire una “minoranza culturale” in base a un deficit, anche se il termine “cultura sorda” può farlo pensare. Di questa comunità segnante fanno parte solo i sordi (e gli udenti) che desiderano farne parte. Come nessun cinese è costretto dallo stato italiano a riconoscersi nella comunità cinese, né ad imparare il cinese come lingua, così il riconoscimento della presenza di una minoranza linguistico-culturale segnante in Italia (cosa che è, nei fatti, una realtà), non va a toccare chi di quella comunità non fa parte.

Per finire, volevo fare notare una cosa: questa legge, che ci è stata chiesta dall’ONU, non impone a nessuno di utilizzare la LIS, o qualsiasi altra lingua dei segni, con i propri figli. Vi sono altre leggi che si occupano degli aspetti medici legati alla sordità,  e non sembra che un approccio debba escludere l’altro.  Chi sostiene la LIS non è contro lo screening neonatale, la logopedia, gli apparecchi acustici o il progresso medico in genere. Vuole invece garantire ai genitori il diritto di scegliere cosa è meglio per il proprio bambino, e un ulteriore, importante, strumento di integrazione per tutti i sordi che lo vogliano usare.

Il CNGFDU è un comitato nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge per il riconoscimento della LIS, negando questa possibilità di scelta ai genitori che hanno opinioni diverse dalle loro.

Ci si chiede se di fronte ad un problema complesso come quello della sordità la scelta più degna di uno stato democratico sia quella di limitare le scelte dei propri cittadini, escludendo percorsi di riabilitazione e integrazione che sono basati su principi scientifici dimostrati e applicati da anni in tutto il mondo.

Elena Ephel – Fonte: newfractals.net (24 luglio 2012)