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Suor Veronica: “La disabilità è sempre stata una sfida e una grazia”

La suora premiata da Mattarella “per il suo contributo nella piena inclusione delle persone con disabilità” si racconta.

Suor Veronica Amata Donatello, abruzzese di 42 anni e responsabile del Settore per la catechesi delle persone disabili dell’Ufficio Catechistico nazionale della Cei, è tra i quaranta donne e uomini ai quali il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per il suo contributo nella piena inclusione delle persone con disabilità».

Un riconoscimento ottenuto alla vigilia della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, che si celebra il 3 dicembre da ormai 35 anni. Religiosa appartenente alla Congregazione delle Suore Francescane Alcantarine, suor Veronica è esperta in comunicazione aumentativa alternativa ed è traduttrice Lis, la lingua dei segni italiana. ZENIT l’ha Intervistata.

Come è nato il tuo interesse nei confronti della disabilità?

«Sono figlia e sorella di persone disabili. La disabilità è sempre stata, per me, una sfida e una grazia: una condizione che mi appartiene dalla nascita e, fin da piccola, ho sperimentato che l’inclusione nella differenza è possibile. Ho due genitori sordi e una sorella, Chiara, disabile intellettiva. Durante i pasti, a casa mia la pluralità di linguaggio era una consuetudine: comunicavamo utilizzando il Lis, la lingua dei segni italiana, e non ci trovavo nulla di strano! Era la mia vita, la mia quotidianità. E, quando in famiglia hai una persona disabile, all’inizio c’è una sorta di “obbedienza alla vita”: ci cresci, è la tua “normalità”. Poi, nel confronto con gli altri, puoi scegliere tu come viverla: se come una grazia, appunto, o come una barriera. Per merito dei miei genitori, che vivono serenamente la propria disabilità e sono una autentica risorsa per la loro comunità (mia mamma organizza e partecipa attivamente alla vita parrocchiale), io non ho mai provato vergogna, perché ho sperimentato che puoi essere sordo, disabile intellettivo… ma non sei mai inutile. Crescere nella mia famiglia è stata una ricchezza».

Hai mai avuto difficoltà a integrarti?

«Purtroppo sì, e anche nell’ambiente ecclesiale ho incontrato persone che hanno fatto sentire la mia famiglia “diversa”. La rabbia che ho provato in quel momento mi ha fatto allontanare dalla Chiesa, mentre per i miei genitori quella stessa rabbia si è trasformata nello stimolo a impegnarsi in parrocchia, affinché il dolore che noi avevamo sperimentato nel sentirci esclusi non fosse mai più vissuto da altri nelle nostre condizioni. Io, però, a quei tempi non riuscivo ad accettare che i pregiudizi arrivassero proprio dall’ambiente dove la misericordia e l’apertura a tutti dovevano essere più forti. Tuttavia, con il tempo, ho incontrato tante altre persone all’interno della Chiesa che hanno sostenuto la mia famiglia e mi sono accorta che, anche in questo caso, generalizzare era sbagliato».

Come è nata la tua vocazione?

«Grazie al mio fidanzato di allora! Lavoravo come interprete della lingua dei segni in Europa. Lui frequentava la parrocchia e il vice parroco mi chiese di portare la mia professionalità nei loro gruppi. Proprio allora ricevetti la mia “terza chiamata”: avevo già avuto quella alla vita e all’essere cristiana, ora Dio mi chiamava di nuovo, attraverso la vocazione alla vita consacrata. Scelta non facile per la mia storia famigliare, ma i miei genitori non mi hanno ostacolata, anzi, pur nel dolore sono stati al mio fianco. Entrando, ho lasciato tutto, anche il mio lavoro che negli anni era diventato servizio nella chiesa. Mi sono fidata».

E così sei entrata in convento…

«Sì, avevo 25 anni. La mia congregazione, quella delle suore Francescane Alcantarine, negli anni mi ha permesso di mettere a frutto il mio “dono” e di continuare il mio impegno nei confronti della disabilità e della Chiesa: abbiamo organizzato mostre, incontri, convegni con persone con disabilità, che si sono riscoperte evangelizzatrici, e questo forse è stato l’aspetto più bello. Piano piano, abbiamo coinvolto non soltanto sordi, ma anche persone con disabilità intellettiva… Non erano più corsi fatti “per” loro, ma “con” loro».

Per dirla con papa Francesco, la disabilità può essere considerata come una periferia?

«Certamente sì, perché la disabilità fa paura, è come un luogo abbandonato, dove non si vuole vivere. Ma, come ci ha ricordato il Papa lo scorso 11 giugno, durante il Giubileo delle persone disabili, la Chiesa non deve mai chiudere le porte, deve accogliere: “O tutti o nessuno”, ha spiegato Francesco. Ecco, lo stile di Dio è includere tutti e spetta a noi trovare gli strumenti e le modalità per rendere fruibili la Parola, i sacramenti, la partecipazione alla liturgia, gli appuntamenti della comunità… La persona con disabilità e la sua famiglia ci educano e ci provocano a chiederci quale visione antropologia abbiamo: quella di Dio, che include, o quella dell’uomo “perfetto”? Crediamo che in virtù del Battesimo veramente tutti hanno la stessa dignità? Che tutti sono evangelizzatori? La dignità è di tutti: certo, non è facile, ma è possibile, e tante persone lavorarono contro tre tipologie di pregiudizio: culturale, religioso e cognitivo. Ma è questa la Chiesa di Dio. Il riconoscimento che ho avuto dal presidente della Repubblica significa che, nonostante tutto, le periferie – non soltanto quelle della disabilità, ma di tutte le fragilità che in questo Giubileo sono emerse – possono davvero avere voce».

Come la Chiesa può affrontare le difficoltà di accesso alla spiritualità delle persone disabili?

«Sicuramente, la prima azione da compiere è quella di conoscere e riconoscere l’altro in quanto “persona”. In ambito pastorale, vuol dire “fare spazio”, permettendo all’altro di presentarsi per quello che è, di poter offrire la propria testimonianza, ma significa anche formare la comunità all’inclusione, comprendere che siamo chiamati ad accompagnare la famiglia partendo dai corsi per fidanzanti, come fanno alcune Diocesi, sino al fine vita, il “Dopo di noi”, al di là del fatto se la persona che hai accanto è un ragazzo autistico, immigrato o con disabilità intellettiva. Occorre, rimuovere e facilitare l’inclusione per la disabilità fisica: le parrocchie, gli oratori e gli altri luoghi di aggregazione non devono avere barriere architettoniche. Per la disabilità intellettiva, invece, bisogna coinvolgere le persone attraverso il mondo digitale, rendendo accessibili i testi e permettendo a tutti di partecipare attivamente alla liturgia, anche con l’utilizzo delle immagini, valorizzandone la ricchezza: quanti non vedenti leggono in Chiesa, attraverso un auricolare, e quanti ragazzi con la Sindrome dello spettro autistico sempre più spesso si sentono protagonisti nelle nostre parrocchie! Insomma, le soluzioni ci sono e sono molte: dobbiamo però, prima di tutto, metterci nell’atteggiamento di chi si lascia provocare dalle periferie, perché la Chiesa è una casa per tutti».

La Chiesa e la società possono collaborare su questo fronte?

«Entrambe devono sentirsi dentro un’alleanza educativa: si lavora insieme, con gli oratori, le scuole, la pastorale giovanile, con i vari luoghi dove si svolgono attività sportive, la pastorale della salute, la famiglia… Ci sono addirittura realtà nate proprio dalla collaborazione delle parrocchie con le istituzioni e gli enti territoriali ed esistono tante Diocesi che collaborano con il Settore per la catechesi delle persone disabili: Cassano allo Ionio, Cremona, Bologna sono solo alcune tra le tante realtà ecclesiali che accolgono e sostengono ogni giorno le famiglie di persone con disabilità, offrendo loro riconoscimento e dignità».

Perché la Chiesa ha un ufficio specifico per la catechesi delle persone disabili?

«Questa scelta è stata fatta ben 25 anni fa, per offrire un aiuto alle Diocesi che si trovavano a includere le persone con disabilità e, spesso, non avevano gli strumenti più adeguati per farlo. L’ufficio è nato per offrire un servizio di coordinamento e di sostegno, con la volontà di “mettere in circolo” le buone prassi che ci sono nelle diverse realtà locali. Ovviamente, non ci sostituiamo, ma siamo a fianco per offrire piste, condividere prassi, proporre un confronto… Oggi, collaboriamo anche con le Diocesi estere, come ad esempio quelle dell’Inghilterra e di Malta…».

Che cosa vuol dire per una suora essere Cavaliere?

(Ride) «Questo riconoscimento è per “Noi”. Sono grata al Presidente, credo che sia un bellissimo segno per le famiglie, i catechisti e i parroci che lavorano per l’inclusione. Questo dimostra che “le cose” di Dio, se sono belle, fanno rumore anche fuori. Forse, l’aspetto più importante è che, così, il mondo civile riconosce che stiamo facendo un buon lavoro anche nella società, anche se dobbiamo sempre ricordare che non siamo noi Chiesa, da soli, a cambiare la realtà, ma insieme dobbiamo evangelizzare la cultura come fece, nella Bibbia, il re Davide con Meri-Baal, che era storpio! Addirittura, in alcune Diocesi, sono proprio le persone disabili a tenere i corsi di catechesi: a Teramo, sono i sordi che organizzano gli incontri. Questo crea una cultura nuova e testimonia che la Chiesa è in uscita, proprio come la vuole papa Francesco».

Le persone disabili possono essere soggetto di azione?

«Certo! L’essenziale è conoscerle e permettere loro di poter testimoniare, in virtù del battesimo, il proprio essere cristiani: re, profeta e sacerdote lo siamo tutti. Anche mia sorella Chiara».

Il Giubileo straordinario della Misericordia si è concluso: per il mondo della disabilità, quale messaggio rimane?

«Ne restano due: il primo è quello dell’inclusione, la cui origine è antichissima, risale ai tempi di Davide. La Bibbia, infatti, ci racconta che il re mandò a chiamare Merib-Bàal, figlio di Giònata, figlio di Saul, che era storpio. E gli disse: “Tu sederai sempre alla mia tavola”. Questo messaggio ha una valenza politica, religiosa e culturale da riscoprire anche oggi. E poi rimane l’invito del Papa: “O tutti o nessuno”. Pur con i nostri limiti, siamo chiamati ad impegnarci a compiere gesti ordinari, che tuttavia escono dai confini delle nostre parrocchie. Abbiamo tanti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici che hanno il coraggio di osare, di sporcarsi le mani nelle tante periferie dell’Italia: ecco, è per loro il riconoscimento che ho ricevuto».

Agnese Pellegrini. Fonte: it.zenig.org

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