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Sordomute Povere di Bologna

Nelle stanze intatte e antiche delle Sordomute Povere.
L’ultima ospite se ne è andata ormai qualche anno fa, ma sembra ieri, almeno a guardare il grande dormitorio affacciato sugli Orti di via Orfeo. Sette lettini, che paiono quelli dei nani di Biancaneve se non fosse che sopra ciascuno c’è il nome del donatore, tutti rifatti in ordine perfetto. Poco più in là, c’è l’austera ma elegante camera, anche questa ferma al secolo scorso, dove dormiva la madre superiora, la figura che gestiva il Pio Istituto delle Sordomute Povere, nome dickensiano, per una delle istituzioni benefiche più longeve della città.

L’insegna campeggia ancora in via della Braina al civico 11, un grande portone dietro cui si apre un mondo sconosciuto ai più. Millecinquecento metri quadrati dove dalla metà dell’Ottocento hanno trovato riparo e istruzione le fanciulle non udenti delle famiglie disagiate bolognesi.

Oggi il Pio Istituto è diventato fondazione e continua ad aiutare le studentesse non udenti all’interno di percorsi istituzionali, ma c’è stato un tempo in cui per le bambine sordomute essere accolte qui era una fortuna. Perché imparavano a leggere e scrivere, ma soprattutto a ricamare e cucire, e dunque a mantenersi. Storie di solidarietà di una volta, che qui si possono ancora toccare con mano, perché tutto è incredibilmente rimasto come era.

1845 Istituto Sordomute Ranuzzi Bologna

«L’ultima suora se ne è andata in una casa di riposo lo scorso anno, aveva quasi cento anni» dice Massimiliano Rusconi Rizzi, consigliere della Fondazione. Così l’aula conserva ancora i banchi allineati con calamai e quaderni d’antan, nella sala da lavoro le macchine da cucire sembrano attendere le ragazze per nuovi lavori, così come i ferri e perfino i gomitoli, gli aghi e gli ‘imparaticci’ dove si esercitavano i diversi punti, e poi i taccuini con i nomi dei committenti, la tipologia di lavoro richiesta, le scadenze da rispettare.

«Ci sono tante signore bolognesi che ci ricordano che il loro corredo nuziale è stato realizzato qui» osserva Marina Serenari che per la fondazione gestisce la casa. Tutto sospeso. Se le piccole e povere sordomute fossero anche felici non è dato saperlo, nelle foto alle pareti le si vede vestite quasi sempre di nero benché bambine o ragazzine, visto che per statuto potevano stare in via della Braina solo dai 6 ai 14 anni, un settennio in tutto. Certo è che fino a quando vivevano qui, anche grazie al grande giardino contiguo agli orti di via Orfeo (quelli che d’estate aprono grazie alle serate curate dallo chef Mario Ferrara e alle iniziative dell’associazione Abc), dove si coltivano frutta e verdura e c’era una grande peschiera vitto e alloggio erano garantiti. E non era poco.

«Da qualche anno – continua Rusconi Rizzi – anche grazie alla Consulta tra antiche istituzioni bolognesi vorremmo aprire le porte al pubblico. Magari una volta la settimana, una sorta di museo, chiunque venga a visitarlo si sorprende dell’esistenza di questo luogo fermo nel tempo». Attualmente l’unica occasione per visitarlo è a primavera quando si tiene la manifestazione Peonia in bloom. «È anche questa la ragione per cui è tutto immobile – conclude Rusconi Rizzi – ma certo ci piacerebbe aprire di più alla città, però servono fondi e magari idee su cui collaborare».
Emanuela Giampaoli. Fonte: La Repubblica 

I lettini, i ricami, le preghiere: il tempo si è fermato al Pio istituto delle sordomute povere di Bologna (fotoservizio Gianluca Perticoni/Eikon studio)

PER SAPERE DI PIU’

Istituto Ranuzzi Bologna

Storia dei sordi