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Sordi, è il momento di ascoltarli

Di sordità si parla sempre di più, dal web al cinema. Ma come vivono la loro condizione le persone sorde? E come comunicano?
Quando ci si avvicina al mondo della sordità si resta colpiti da come possa presentarsi con tanti aspetti diversi. Ci sono i sordi oralisti (educati a parlare e a leggere il labiale), i segnanti (che usano solo la Lis, la Lingua dei segni), gli “impiantati” e i “protesizzati” (usano la lingua parlata ma non la lettura labiale). Un mondo complesso e variegato, che chiede solo di essere ascoltato, come racconta questo video.

In Italia secondo l’Istat sono circa 877mila le persone con problemi dell’udito, più o meno gravi. Di queste, 45 mila percepiscono una pensione Inps (l’indennità di comunicazione, n.d.r.), convivono quindi con la sordità dall’infanzia. Da tempo nel nostro Paese le anime del movimento dei sordi si dividono tra l’approccio strettamente oralista e logopedista (che prevede impianti cocleari e riabilitazione per portare a parlare le persone sorde) e l’utilizzo esclusivo della Lis (Lingua dei segni italiana). Sta di fatto che l’Italia resta l’unico Paese europeo che, insieme a Malta e Lussemburgo, non ha ancora riconosciuto ufficialmente la Lis, nonostante alla Camera e al Senato sia depositata da diversi anni una proposta di legge.

Eppure, di sordità si parla sempre di più. Sul web Sara Giada Gerini, giovane donna sorda oralista, si batte per l’introduzione dei sottotitoli per tutti. Al cinema ha debuttato Sign Gene, il primo film diretto e interpretato da persone sorde e a Venezia ha vinto il Leone d’oro The Shape of water, pellicola sulla diversità, la cui protagonista è una donna sorda. Il 24 e 25 ottobre poi arriva nelle sale La forma della Voce, poetico lungometraggio basato sull’acclamato manga A silent voice, che racconta con delicatezza le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina non udente, vittima del bullismo.

Far luce sulla sordità può aiutare a capire come vivono i sordi, ma soprattutto quanto complesso sia il loro mondo. La sordità è una condizione che si adatta alla persona come un vestito, di un preciso colore e taglio. Per questo esiste una gran varietà di abiti, con diversi colori, stili e infinite sfumature di toni, esattamente quante sono le persone costrette a vivere in questa dimensione.

Si tratta appunto di costrizione, di vestito imposto come una divisa, confezionato su misura: infatti, nessuno sceglie di diventare sordo, semplicemente accade. I sordi vivono la loro condizione normalmente, con naturalezza e semplicità. Per qualcuno è un problema o un’ossessione, per qualcun altro meno. Nessun sordo ostenta la propria sordità. Semmai, rivendica con fierezza e dignità il riconoscimento dei suoi diritti di persona e di cittadino, ostacolato com’è dalle barriere alla comunicazione: infatti il nostro habitat, quello dei “normodotati”, esclude canali che non siano solo audio verbali. Molti sordi però non si scoraggiano. Con tutti i limiti imposti alla loro libertà di espressione, non restringono il proprio orizzonte di vita solo alle persone sorde. Si confondono con gli udenti nel vivere comune, perché i sordi non si percepiscono come una minoranza etnica, non si vedono fuori dalla società ma -anzi- vorrebbero partecipare di più.

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La dimensione della sordità determina esperienze di vita spesso dolorose, incise nell’animo con sofferenza e disagio, tra impegno, riabilitazione lunga, incerta e frustrante, umiliazioni, delusioni, ridimensionamento dei propri sogni, ambizioni, desideri. Sicuramente bisogna essere sordi per capire, noi udenti abbiamo in genere un percorso esistenziale più agevole: anche per questo i sordi non sono divisi o conflittuali, ma vivono tra loro con maggiore solidarietà e condivisione.

I sordi non sono né migliori né peggiori delle altre persone, ognuno di loro è il frutto della propria storia, origine, famiglia, educazione, stato sociale, e ognuno poi ha seguito iter riabilitativi diversi. Ciascuno perciò ci appare come deve essere: prima di essere sordi, sono persone. E come tali diversi l’uno dall’altro, anche nel metodo di comunicazione. Esistono gradi diversi di deficit uditivo e persone che, anche gravi, vengono educate con coraggio all’oralismo. Altre che si abituano a integrare la lingua parlata con la Lis, la lingua segnata, e allora muovono abilmente le mani nell’aria, giostrando sulle diverse parti del corpo, sulla postura e l’espressività del viso, talora mimando i termini oralmente con o senza emissione di suono. La Lis di per sé è uno spettacolo affascinante, con un che di artistico, di magico, di musicale. È una lingua fiabesca, ma non è l’unico modo per esprimersi delle persone sorde. Di sicuro è l’espressione dei sordi profondi, esclusi in misura totale dalla dimensione sonora, per i quali la lingua segnata diventa un salvavita.

La sordità è un limite, e come tale deve poter essere superabile. Nessuno può essere lasciato indietro, quindi qualsiasi scelta, dalla Lis all’oralismo a entrambi e ai sottotitoli, va considerata giusta perché all’interno di una vera battaglia culturale.
Fonte: donnamoderna.com

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