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Diritto al rispetto

Diritto al Rispetto. Il “Comitato per l’Elaborazione e la Promozione delle Pari Opportunità” costituito dagli aderenti al Documento-Manifesto “Per l’Uguaglianza nella Diversità” con l’obiettivo di studiare e promuovere le iniziative più opportune per dare concretezza ai contenuti del predetto documento, ritiene di dovere anzitutto rivendicare con forza il diritto al rispetto delle persone con problemi fisici, psichici e sensoriali, le quali non intendono più assolutamente tollerare le definizioni umilianti ed offensive con cui vengono etichettate, peraltro non rispondenti alla realtà e quindi prive di logica, come di seguito specificato:
a) “invalidi” – definizione grossolana e frutto di ignoranza, che attribuisce la qualifica di incapace ad esercitare una qualsiasi attività ad una persona, mentre invece è in grado di svolgere un proficuo lavoro. I vocabolari della lingua italiana dicono che invalido è colui che non può assolutamente esercitare nessuna attività per grave malattia o per gravi mutilazioni, ma forse oggi il vero invalido è solo chi è portatore di un grave ritardo mentale, avendo la tecnologia fatto tali progressi da consentire di lavorare persino ad una persona che conservi soltanto il movimento degli occhi;
b) “handicappati” – non c’è essere umano che non accusi qualche “svantaggio”, rispetto ad un altro, che può essere di natura fisica, psichica, sensoriale, culturale, sociale, economica, ecc. Pertanto non ha senso ed è sommamente ingiusto attribuire la “squalifica” di “handicappato” solo a chi presenta uno svantaggio più appariscente;
c) “disabili” – non abili in quale attività? Sono tante quelle umane e nessuno le possiede tutte. Se poi si vuole intendere che le persone con qualche menomazione grave sono prive di qualsiasi abilità, questo è completamente falso. Nella valutazione bisogna oramai partire da ciò che “resta” (capacità residue) e non da ciò che manca. Le persone cieche, ad esempio, che sono ufficialmente qualificate come “invalide al cento per cento”, hanno tante e tali capacità residue, che possono esercitare innumerevoli attività di ogni genere: c’è chi fa il ministro (nel governo Blair, ad esempio) e chi (Eugenio Sabatini, cieco dalla nascita), più di un secolo addietro, in una casa di contadini sull’Appennino tosco-emiliano, costruiva fucili da caccia tanto pregevoli, che gli venivano ordinati da tutta l’Europa.
d) “diversamente abili” – è la definizione più pietistica e più insignificante. E’ come se le persone con problemi fisici, psichici e sensoriali non abili nelle abilità umane, ne possedessero altre non comuni, sovrumane, extraterrestri! La definizione “diversamente abili”, in quanto pietisticamente raddolcita è forse anche la più umiliante delle altre, perché è un concentrato dei sentimenti compassionevoli latenti, purtroppo, nella cultura concernente le persone con deficit;
e) “persone con attività limitate” – è la definizione proposta da un gruppo di esperti incaricati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di trovare una nuova definizione per indicare le persone di che trattasi, ritenendo ormai inadeguate le definizioni già esistenti. Ma neppure questa definizione è accettabile per due motivi ben precisi: primo, perché anche questa mette in evidenza un aspetto negativo, un disvalore; secondo, perché nemmeno questa è veritiera. Nessun individuo, infatti, possiede la preparazione e la propensione per svolgere tutte le innumerevoli attività che la mente umana ha inventato ed inventa, esattamente, come chi non può esercitarle tutte per un impedimento di natura diversa.
Va poi sottolineato che non esistono seri motivi per i quali s’impone l’esigenza di indicare in blocco le persone che hanno una qualche menomazione, non costituendo esse né un “mondo a parte”, né un’entità omogenea. Si tratta, infatti, semplicemente di persone ognuna con problemi propri e diversi, come tute le persone del mondo.
Non c’è dubbio, comunque, che poterle indicare con una sola parola, o con due al massimo, è molto più sbrigativo e più pratico, ma esse non possono tollerare di essere umiliate per rendere più scorrevole il linguaggio e per far comodo alla burocrazia. Esigono, pertanto:
1) che le autorità ed i responsabili in genere di qualsiasi tipo di istituzioni, di enti, di uffici, di organizzazioni pubbliche e private impartiscano precise disposizioni affinché, sia nel linguaggio verbale che in quello scritto (provvedimenti legislativi, circolari, atti in genere) cessi l’uso di particolari definizioni per indicare le persone con deficit;
2) che si dica e si scriva: “persone con problemi fisici, psichici o sensoriali”, oppure “persone con problemi visivi, motori, psichici”;
3) che si dica e si scriva: “persone cieche”, “persone sorde”, “persone con sindrome di Down”, “persone paraplegiche”, ecc. e non si rendano sostantivi gli aggettivi, premettendo l’articolo (i ciechi, i sordi, ecc.), perché sono modi spersonalizzanti e quindi riduttivi dell’essere umano;
4) che ogni persona, come è suo precipuo diritto, venga indicata col suo nome e cognome e non sbrigativamente con il suo deficit: “il cieco”, “il sordo” e così via;
5) che le associazioni degli invalidi civili, del lavoro, di guerra, ecc., modifichino la denominazione in “infortunati civili”, “infortunati del lavoro”, “infortunati di guerra”, ecc.;
6) che il simbolo “H”, usato per indicare posteggi riservati o altro, venga sostituito con altra indicazione, quale, ad esempio, “R.S.D.D.” (Riservato a Soggetti con Difficoltà Documentate);
7) che le tabelle delle cosiddette “percentuali di invalidità” vengano sostituite con “tabelle degli indennizzi” per la liquidazione dei danni permanenti, che però non impediscono la prosecuzione della propria attività o di altra confacente con la sopravvenuta situazione.
Per il Comitato: Il Presidente Giuseppe Lateano
C.E.P.P.O. COMITATO PER L’ELABORAZIONE E LA PROMOZIONE DELLE PARI OPPORTUNITA’ Via S. Quasimodo, 1 – 42027 MONTECCHIO EMILIA (Reggio Emilia) – Fax. 0522/862766
E-mail comi.pari-op@fastwebnet.it nw015 (2003)

 


 

 

Newsletter della Storia dei Sordi n.15 del 19 aprile 2006