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Minoja Giuseppe. Educatore Sordo.

Minoja Giuseppe. Educatore Sordo. Nato nel 1812, istruito dall’Abate Giuseppe Bagutti (1) nel Regio Istituto Statale di Milano.
Nel 1832 fondò lo Stabilimento dei sordomuti di Villanova-Lodi, che si fuse, poi con il nuovo Pio Istituto Sordomuti di San Gualtiero(1845). Scrisse varie opere sull’istruzione dei sordomuti: “Sulla necessità dell’educazione dei sordomuti” nel 1852 e “Compendio di dottrina religiosa, scientifica e morale ad uso dei sordomuti” nel 1858. Per varie vicende dell’Istituto fondato da lui stesso fu “costretto” a ritirarsi nel 1862.

Morì in stato di solitudine a Lodi il 10 settembre 1871. Dopo il suo abbandono dell’Istituto nessuno ha fatto più cenno o ricordo al suo riguardo.

Ecco pubblichiamo il testo scritto da lui stesso a Villanova-Lodi in qualità del direttore della “casa d’istruzione per i sordomuti” (2) in località di Villanova (Lodi) nella data memorabile 15 settembre 1852.

L’Istituto di Lodi
L’attuale Istituto, riconosciuto in ente morale, è completamente occupato da coloro che hanno nulla a che vedere con i sordomuti, nonostante cita il nome del fondatore “Giuseppe Minoja” nella strada comunale davanti al medesimo Istituto. Qualche anno fa è stato pubblicato per la prima volta la sua vita sul capitolo “Tre Educatori sordi Italiani” di Anna Folchi e Emiliano Mereghetti dell’opera “Passato e Presente. Uno sguardo sull’educazione dei sordi” a cura di Virginia Volterra e Giulia Porcari Li Destri, Gnocchi Editore di Napoli.
ps050 (2004)

(1) (1776-1837). Fondatore dell’Istituto Statale Sordomuti di Milano
(2) Il locale d’istruzione trovasi nell’antico convento dei soppressi monaci Olivetani, e contiene Ventidue alunni maschi; cioè 14 convittori ed 8 esternisti. In tale incontro si osserva che – secondo i più precisi dati statistici – nella provincia di Lodi e Crema esistono più di duecento sordomuti.


“Sulla necessità dell’educazione dei sordomuti. Pensieri del sordomuto” di Giuseppe Minoja (1852)
Il sottoscritto, Direttore del Collegio dei Sordomuti in Villanova, anch’egli colpito da quella sciagura, osa rivolgersi ai suoi Concittadini, pieno di confidenza, che accoglieranno benevolmente le sue parole, non per merito loro, ma per il caritatevole scopo, a cui sono dirette, e per la generosa disposizione degli animi loro alle opere di vera filantropia.

Io ho posto e pongo fatiche e denaro, quanto ne consente la mia non agiata condizione a sostegno di questo Stabilimento di beneficenza, che tra i tanti, che onorano la nostra Provincia, solo non dovrebbe essere, come lo è, interamente dimenticato. Non è soltanto l’amore grandissimo che io sento per quelli infelici, con cui ho comune la sventura, che me ne fa raccomandare lo Stabilimento ai miei Concittadini, ma l’importanza, la religione, la giustizia, che alle anime sensibili e nobili lo dovrebbero rendere anche singolarmente diletto – Essi sventurati! così riflettendo direbbero le anime virtuose, Esseri sventurati, eppure nostri simili e aventi come noi l’istessi diritti, i quali per quella infelicità s’aggirano a guisa di miserabili autonomi, inutili a sé stessi ed agli altri, perché noi, che il possiamo, non concorreremo a restituirli per mezzo dell’istruzione allo loro dignità, a renderli profittevoli al bene comune? – A costoro ebbi pensiero di rivolgermi, e di eccitarli a dimostrare il loro cuore.

Perciò io ho alla meglio accozzate alcune idee sul deplorabile stato in cui si trovi un sordo-muto; sulla necessità dell’istruzione; ed in fine sui grandi vantaggi che da essa possono derivare. Nulla di nuovo; nulla che voi già non sappiate: eppure è sempre così dolce a cuore gentile la commozione! L’obolo che darete, nel segreto dell’anima vostra, oh sarà a voi, quasi direi, fonte di ben più vera soddisfazione, che non siano ad altri le somme profuse nei divertimenti.

Io spero nel cuore di tutti i miei concittadini, ma principalmente dé Sacerdoti e dé Parrochi, poiché l’opera della carità a chi sarà meglio raccomandata che a coloro, la cui sublime missione è tutta di carità?

La loro opera autorevole tornerà ben più efficace, ne sono certo, al mio povero stabilimento, di queste mie parole.

Se non vi fu dato osservare, quanto compassionevole sia la condizione d’un sordo-muto ineducato, vi addurrò qui quanto a me stesso, colto da questa sciagura, avvenisse nella mia giovanile età prima di essere affidato ad un collegio. Stanco di rimanermi sempre in casa, tratto tratto mi aggiravo qua e là pè sentieri, per le campagne, per le chiese, ecc.. Io vedeva e vedeva…, ma m’era egli dato comprendere quanto scorgevo di bello, di magnifico, di dilettevole?

M’abbatteva, a mò d’esempio, in una chiesa: tutti i fedeli nel tempo della messa innalzavano a Dio calde preci, ora in piedi, ora ginocchioni, ora col capo chino. Tutto ciò quale impressione mi faceva? Nessuna. Talvolta m’era dato vedere molte persone radunate in qualche pio luogo con vivi sentimenti di adempire e di trarre profitto da quello che colà con solenne pompa si celebrava. Ero io forse desideroso di prendervi parte? Poteva io partecipare a què sentimenti ed educare l’anima mia? Non già. Ma se per avventura colà mi conducevano i miei passi, unica mia affezione era un’insensata curiosità. I frutti della campagna, il continuo avvicendarsi delle stagioni, i vari fenomeni naturali, insomma quanto havvi di meraviglioso nell’orbe, e Autore stesso di tutte cose, tutto m’era ignoto, o non operava in me che una, dirci, materiale sensazione.

Ecco in breve sotto qual forma, sotto quale aspetto m’appariva il mondo in quel tempo. In tale stato rimasi sino l’età di dieci anni circa, dè quali (grazie cielo) trovandosi i miei genitori e parenti in una condizione alquanto agiata, e conoscendo essi pure quanto fastidiosa ed inutile andasse a riescire la mia miserabile vita, efficacemente adoprarono, che io venni istruito. Dopo alcuni anni dì ammaestramento (oh! Somma meraviglia) si sviluppò il mio intelletto, divenni in breve capace di discernere il bene dal male, di comprendere le cagioni dé vari fenomeni naturali, di conoscere il fine del nostro essere, di conoscere Dio, e di unirmi anch’io a Lui colla religione.

Del che infinite grazie rendo al padre mio, ed al sapientissimo maestro D. Giuseppe Bagutti, pel quale la mia riconoscenza sarà indelebile, che compartendomi quella educazione mi diedero una seconda vita, d’assai più preziosa della prima. Oh, chi avrebbe detto, che io sordo-muto dovessi poi essere maestro dé miei infelici compagni d’infortunio!!!

In questa storia che riguarda me stesso, voi vedete la storia di tutti gli altri colpiti dalla medesima sciagura, ai quali però quanto sia necessaria l’istruzione nessuno è che nol vegga, nessuno, dico, in cui sia punto d’umanità, il quale non riconosca in quel infelici essere simili a sé, nessuno il quale non comprenda il sacro dovere della fraterna carità; di quella sapiente carità, che mentre tutti abbraccia ed a tutti è larga di benefici, a quelli è prodiga maggiormente di cure, la cui miseria è più compassionevole. L’educazione è necessaria a tutti, ma a coloro che sono dotati d’udito e di favella sono mille i modi, infinite le occasioni che si presentano di venire istruiti in ogni cosa, ed ascoltando gli altri a ragionare, ed altrui comunicando i propri pensieri. Ma senza una determinata, assidua, pazientissima istruzione, il povero sordo-muto vegeterà come una pianta sterile d’ogni frutto, ed il tesoro della ragione, il tesoro degli affetti si rimane al tutto inefficace; o se tacitamente si sviluppi, ohimè! Che troppo facilmente, seguendo l’inclinazione al male della nostra natura, abrutisce ad opere insensate e nequitose. Ma se al contrario venga educato, egli può trarre dalla educazione tanti vantaggi, da renderlo, pel ragionevole ed illuminato esercizio delle sue spirituali facoltà, eguale a quanti ne siamo rettamente usare. Dè quali vantaggi uno dè principali, e che torna a bene non solo del sordo-muto, ma anche della società, è questo, che il sordo-muto col ricevere l’educazione viene istruito anche in quell’arte che sia e più acconcia alle sue fisiche ed intellettuali disposizioni, e che possa tornare più fruttuosa per lui e per la sua famiglia; e così terminato il corso degli studi, egli nell’esercizio di una professione ha assicurati i mezzi di onesta sussistenza.

E qui tacendo quello, che ognuno facilmente vede, cioè quant’altri beni, e fisici, e morali provengono dalla operosità della vita del sordo-muto istruito, sanità, soddisfazione dell’animo, fuga dell’ozio, estimazione, utilità privata e pubblica, dirò d’un vantaggio, anzi d’una necessità tutta spirituale alla quale il sordo-muto senza istruzione non potrebbe soddisfare.

Io parlo a filosofi, parlo a Cristiani, e le mie parole confido saranno discretamente sentite.

Noi tutti siamo composti d’un corpo soggetto a corruzione e d’un anima immortale. Quest’anima dalle sacramentali acque resa pura e candida, chi e possa vantarsi di saperla sempre conservare in tale stato? Se colpa la macchi. Non vi sarà messo di mondarla di nuovo? Io parlo, ripeto, a cristiani illuminati i quali vengono ove tendono le mie parole. Ma quel mezzo unico, necessario a chi ha fallato per rimediare al fallo, quel secondo Battesimo, ineffabile beneficio della bontà di Dio, come io potrà usare un sordo-muto, esso pure soggetto a peccare, come, dico, senza istruzione? Chi non conosce il fine di sua esistenza, molto meno può conoscere il mezzo onde raggiungerlo. Se dunque abbiamo punto di carità, di quella religione che professiamo, ci reggerà di lasciar privi què poveri sordo-muti dè mezzi più importanti alla loro salute? Egli è perciò principalmente, che io pongo la mia fiducia nella pietà, nello zelo dè MM. RR. Parrochi, e di tutti gli Ecclesiastici, i quali vorranno compiacersi di usare presso le loro popolazioni e l’autorità del ministero, e la sapienza delle parole perché tutti, che possono, efficacemente concorrano alla istruzione degli infelici sordo-muti, i benefattori dè quali, oltre all’interna soddisfazione avranno ricompensa di bellissima lode e di carissima gratitudine dagli uomini, e molto più ricompensa da quel Dio, che a se dice fate la carità verso i poverelli. Io pure consumai metà della mia sostanza a loro vantaggio, compartii a molti d’essi gratuita istruzione, a chi il cibo, a chi io necessario vestimento.

Posti in un cale tutti i piaceri, tutto me stesso impiegai ad istruire le loro menti ad educarne il cuore. Sono già vent’anni circa che io mi adopero con tutte le forze e direi anche non senza frutto; la qual cosa è nota a molti di Voi pure,che onoraste di qualche visita il Stabilimento, e foste gentili di lode alle mie premure.

Se non che vedendo ogni anno  decadere lo Stabilimento era in procinto di chiuderlo, ma sentimenti di compassione per quell’infelici, che non potevano (stante l’indigenza della loro condizione) farsi istruire, fecero si che deliberai, oltre al non trarre guadagno alcuno dall’educazione compartita, di ammettere quelli sgraziati al Collegio e gratuitamente educarli.
Lascio a voi immaginare qual sarebbe il mio dolore, se dovesse del tutto disperdersi quell’educazione sempre da me procurata col più intenso amore.

No, neppure l’odierno suo decadimento istanca la mia presenza addivenir tardo nel disimpegno di quanto mi sono addossato, ma con eguale assiduità mi adopro, sempre animato dalla lusinghiera speranza che possa un qualche giorno di nuovo risorgere. Deh! Voglia il Cielo che voi pure, mossi dagli istessi miei sentimenti, concorriate a che non venga del tutto a cadere ed andare in obblio una cotanto vantaggiosa e necessaria istruzione.

Prego quindi il cortese lettore a volere far conoscere lo scopo di questo libretto, la giustissima causa per cui venne composto, anche a persone di bassa condizione, le quali non intendessero lo scritto, per esempio i padroni ai loro servi, i maestri ai loro scolari, ecc., onde cosi vieppiù allargare la mia ardente brama di poter soccorrere agli infelici e sgraziati sordo-muti, la cui impareggiabili disgrazia, oltre la povertà, merita d’essere da tutti in singolar maniera compassionata.

Lo scopo di questo mio libretto voi pure conoscete; di quanta utilità riesca l’educazione a quell’infelici, questo pure vi è noto, ma come si potrà più agevolmente ottener e un tale scopo? Col presentarvi di buon animo, se però vi aggrada, a volere annualmente sborsare secondo le forze ed il buon cuore una somma, la quale ingrossando sempre più a norma del maggiore o minore numero degli offerenti può formare un capitale, coi frutti del quale dare educazione ad alcuni di questi infelici.

Persuaso che basti aver accennato l’estremo bisogno del più necessario tra i patrii Stabilimenti di Beneficenza, perché i concittadini volonterosi a non lasciarla miseramente perire, onde la pubblica e la privata filantropia conosca anche il modo di rendere la generosità efficace, il Direttore dello Stabilimento espone il seguente progetto:

1. Assai profittevole si ravviserebbe l’istituzione d’una Società d’azionisti da estendersi a tutta la provincia, pregando specialmente i M. RR. Parrochi di concorrere colla loro efficace parola a promuovere il maggior numero possibile di sottoscrizioni;

2. A far si che tutti possano prender parte alla caritatevole opera si propone la tenuissima azione annuale tre, lasciando quindi a ciascuno il campo di obbligarsi per quel numero d’azioni, che trovasse conveniente;

3. In tale opera benefica dovrebbero prendere parte principale i Comuni e quelli singolarmente, nei quali si lamentasse un numero d’infelici, a cui natura niegò il dono distintivo dell’ uomo;

4. Le spese dello Stabilimento non sarebbero tute a carico della pubblica beneficenza, perocchè potrebbero concorrere ad alleviarne il dispendio le famiglie che per qualche agiatezza potessero – in tutto od in parte – sostenere le spese del mantenimento e dell’educazione dei loro sordo-muti;

5. L’annuale importo delle azioni dovrebbe essere raccolto dai M. RR. Parrochi e trasmesso col mezzo del signor Enrico Wilmant allo Stabilimento in un’epoca determinata per lasciare alla Direzione la facoltà di conoscere a tempo debito il numero dei sordo-muti da raccogliere;

6. Ad ogni anno si pubblicherà nel foglio provinciale e si distribuirà ai Reverendi Collettori un prospetto statistico dello Stabilimento, perché sia partecipato agli offerenti a provare l’esatta erogazione del denaro raccolto;

7. Colla distribuzione del presente opuscolo si principierà quella altresì delle cedole, su cui gli offerenti possono segnare le azioni;

8. Il direttore si lusinga di ottenere un frutto degno della santità dello scopo; perché niuno può obbliare l’importanza di una istituzione, che redime alla umana condizione esseri, che la sventura aveva depressi alla condizione dei bruti.

 

«La storia è testimonio dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita» (Cicerone)
«La storia non è utile perché in essa si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire» (M.D’Azeglio)
«Bisogna ricordare il “passato” per costruire bene il “futuro”» (V.Ieralla)
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“Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità”, ideato, fondato e diretto da Franco Zatini