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Festa del Lavoro e dei Lavoratori Sordi (Newsletter della Storia dei Sordi n.235 del 30 aprile 2007)

La «Storia dei Sordi» ricorda il 1° maggio: festa del lavoro, anche dei lavoratori Sordi, che per la loro inclusione nel mondo del lavoro soprattutto nelle grandi aziende private e negli impieghi pubblici è stata realizzata per merito dell’Ente Nazionale Sordomuti con la propria legge 308/58 di cui qualche articolo è ancora in vigore seppur molto ridotto per via della revisione fatta con la legge 482 del 1968.
La medesima (1968) é ancora sostituita con quella n. 68/99 che riorganizza il sistema dell’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro, ma non risolve assolutamente nulla per parecchi sordi in attesa del primo impiego anche per anni e anni. Occorre, perciò, rivederla di nuovo per garantire il sacrosanto diritto del lavoro dei posti riservati ai Sordi (non ai generici disabili), auspicando che il Parlamento lo consideri con la propria sensibilità e riprendere subito l’esame delle giacenti proposte di legge per la garanzia del diritto del lavoro ai sordi e ai disabili gravi e gravissimi.
Ecco la storia della festa del lavoro ovvero Festa dei Lavoratori pubblicata su la Settimana del Sordomuto del 1965 e quella su notiziario sindacale unitario “primomaggio.com” del 2007.

1° Maggio – Festa dei Lavoratori
La ricorrente celebrazione del primo maggio, come festa dei lavoratori è maturata come è noto non da contingenti considerazioni o da pratiche constatazioni, nel mente di Papa Pio XII che nel 1955 ha voluto santificarla, ponendo a patrono dei lavoratori l’artigiano San Giuseppe, padre putativo del Salvatore; ma dall’aspettativa ormai universale del popolo lavoratore che ne invocava la santificazione perché la festa a lui tanto cara prendesse un aspetto spirituale ed insieme propiziatorio.
Per sottolineare l’importanze della data del 1° maggio, basta rievocare qualche particolare della lunga vicenda dell’avvenimento.
L’origine occasionale del primo maggio come festa dei lavoratori è sorta da un questione degli operai di uno stabilimento di Chicago (USA) nell’anno 1886. Quel moto dei lavoratori che, diremmo con vocabolo moderno, sindacalmente rivendicava la giusta aspirazione delle otto ore di lavoro giornaliere: proprio il primo maggio scadevano i contratti di lavoro.
Ma i proprietari si opposero e negarono l’invocato giusto provvedimento, adducendo i soliti insostituibili argomenti: esigenze tecniche, congiuntura (non è dunque una parola nuova) della produzione…
Tale moto di lavoratori era patrocinato da una grande associazione operaia, detta dei “Cavalieri del Lavoro” che aveva, pur essendo apolitica e aconfessionale larghe rappresentanze di cattolici.
Ma la prima grandiosa manifestazione degenerò in disordini e gravi incidenti funestarono tragicamente la pacifica e serena compostezza con cui gli operai volevano “dimostrare” il loro risentimento contro i proprietari.
Vi furono morti e feriti tra dimostranti e polizia. Furono eseguiti arresti, sette operai furono rinviati a giudizio, quattro furono poi condannati a morte, gli altri condannati e poi graziati dopo sei anni di carcere.
I fatti di Chicago furono conosciuti e commemorati in Europa: al Congresso della II Internazionale Socialista di Parigi del 1889 e poi a quello di Bruxelles del 1891, dove si decise definitivamente di adottare il primo maggio come giornata internazionale delle rivendicazioni operaie. Anche in Italia dal 1890 fu cominciata la celebrazione del primo maggio, con l’astensione dal lavoro.
Ci fu chi tentò di monopolizzare la festa del lavoro, ma ben presto anche le forze cattoliche della nazione aderirono alla celebrazione del primo maggio. Nel 1908 infatti il Vescovo di Cremona scriveva: «Non solo è giusto che il primo maggio, data ormai storica, sia solennizzata anche dai lavoratori cattolici, ma io stesso, come Vescovo, vi parteciperò, per significare l’adesione piena della Chiesa alla proclamazione dei giusti diritti del lavoro»… e nel maggio 1922 l’Arcivescovo di Genova benediva il primo maggio sulla porta della Cattedrale le bianche bandiere dei sindacati cattolici.
È così che fu messo in evidenza un moto di vero interesse popolare e internazionale ad un tempo.
L’ENS ha voluto qui ricordare la storia, forse a molti ancora sconosciuta, del primo maggio come festa del lavoro perché tutti abbiamo la consapevolezza di una celebrazione a chi lavora e che appartiene al «Popolo di Dio» in quanto, in virtù dell’esperienza sacra dei battezzati, nasce l’impiego di rispettare questa fondamentale verità nella vita pratica e di annunziarla al mondo intero.
È noto che «Liturgia» vuol dire «Opera di Popolo». Nel santificare la data del primo maggio, affidando la ricorrenza della «festa dei lavoratori» alla protezione del Santo Artigiano, Pio XII ha voluto, memore dell’insegnamento della più alta e feconda tradizione italiana «Ora et Labora», unire il periodo di viva partecipazione liturgica al lavoro.
Vogliamo terminare questo nostro importante ricordo storico con uno «slogan» che ci è casualmente caduto sotto occhi: «Una voce sorse d’oltrealpe e fece il giro del mondo: chi non lavora non mangi».
E tanta parte del mondo ignara, e dimentica della dottrina cattolica, fece plauso alla formula creduta nuovissima e antica invece quanto il cristianesimo. Diciannove secoli prima di quella voce l’apostolo San Paolo scriveva infatti a quei di Tessalonica che «il lavoro è un dovere e che non ha nemmeno diritto del cibo quotidiano chi non vuole assoggettarvisi».
Sotto la paterna protezione di San Giuseppe quindi i
Sordomuti attenderanno serenamente al loro lavoro, che è sanità, gioia, felicità dell’anima benessere temporale, e… «padre di tutte le virtù».
Fonte: La Settimana del Sordomuto 1° maggio 1965


 

Festa del Lavoro
La Festa del Lavoro affonda le sue radici nelle battaglie intraprese dal movimento operaio verso la fine del secolo scorso.
Il primo maggio del 1886, infatti, negli Stati Uniti, la “Federation Trade and Labor Unions” aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di sancire contrattualmente l’orario lavorativo di otto ore. Le agitazioni riguardarono circa 400 mila lavoratori dei diversi stati dell’Unione e provocarono scontri con la polizia, come avvenne il 4 maggio a Chicago, dove al termine di una grande manifestazione con oltre 80 mila persone una vera e propria battaglia causò 11 morti ed un centinaio di feriti.
La decisione di organizzare una manifestazione a data fissa per ridurre legalmente la giornata di lavoro fu presa però solo tre anni più tardi, il 14 luglio 1889, approvando all’unanimità una mozione presentata dai delegati francese e statunitense al Congresso della Seconda Internazionale.
In Europa la prima celebrazione della Festa del Lavoro si ebbe quindi nel 1890, con esclusione dell’Italia dove l’allora presidente del Consiglio, Francesco Crispi, impartì ordini severi ai prefetti di reprimere sul nascere qualsiasi manifestazione di piazza.
Nel nostro paese la prima commemorazione della Festa del Lavoro si tenne l’anno successivo, il primo maggio del 1891, in un clima tutt’altro che tranquillo, tanto che a Roma, in scontri tra polizia e dimostranti, ci furono due morti e decine di feriti.
Dal 1891 fino all’avvento del fascismo il primo maggio coincise con le celebrazioni della Festa dei Lavoratori, ma dall’ambito sindacale dell’orario di lavoro le rivendicazioni si estesero al terreno dei diritti civili e a quello della politica internazionale del Paese.
Dopo l’ottobre del 1922 Mussolini decise di abolire le celebrazioni del primo maggio e stabilì la data del 21 aprile (Natale di Roma) per festeggiare “il lavoro italiano e non quello inteso in senso astratto e universale”.
Durante il ventennio di regime fascista, tuttavia, in molte grandi città le commemorazioni proseguirono, sia pure in modo clandestino. Nel 1945, con la Liberazione, il primo maggio tornò a coincidere con la festa del lavoro.
Delle celebrazioni in epoca repubblicana resta memorabile per la sua tragicità quella del 1947 a Portella della Ginestra, nelle campagne del palermitano, dove durante una manifestazione di braccianti i banditi di Salvatore Giuliano spararono sulla folla uccidendo 11 persone.
Negli anni successivi le celebrazioni del primo maggio si intrecciano con le vicende interne alle confederazioni sindacali e agli svilupi della situazione politica, sociale ed economica dell’Italia.
Il primo maggio 1990, anno del centenario, CGIL, CISL e UIL organizzano una celebrazione a Milano, nell’area degli ex stabilimenti Ansaldo, alla quale partecipa, per la prima volta nella storia della Festa del Lavoro, il Presidente della Repubblica.

La strage di Portella della Ginestra
Nella storia del primo maggio la pagina più sanguinosa venne scritta nel 1947 a Portella della Ginestra.
Dopo anni di sottomissione a un potere feudale la sicilia stava vivendo una fase di rapida crescita sociale e politica. Un grande movimento organizzato aveva conquistato il diritto di occupare e avere in concessione le terre incolte.
L’offensiva del movimento contadino, insieme alla vittoria elettorale del blocco del popolo alle elezioni per l’assemblea regionale, suscitarono però l’allarme delle forze reazionarie. Intimidazioni contro sindacalisti e esponenti dei partiti della sinistra erano frequenti e affidate al banditismo separatista.
Il primo maggio del 1947, secondo una usanza che risaliva all’epoca dei fasci siciliani, circa 2000 contadini, uomini, donne, bambini ed anziani, si erano dati appuntamento nella piana di Portella della Ginestra. appostati sulle colline vicine, c’erano ad attenderli, armati di mitragliatrici, gli uomini della banda di Salvatore Giuliano, rinfoltita con alcuni elementi prezzolati. aveva appena iniziato a parlare il primo oratore, quando si sentirono i primi colpi. Per la folla non ci poteva essere scampo: alla fine si contarono 11 morti e più di 50 feriti.
La notizia della strage si diffuse in tutta italia e la cgil proclamò per il 3 maggio uno sciopero generale. purtroppo le indagini furono compromesse dalla volontà di una parte delle forze di governo ed in particolare del ministro dell’interno dell’epoca, Mario Scelba , di escludere in partenza la pista della strage politica.
Tutte le colpe furono addossate al bandito giuliano, malgrado il rapporto dei carabinieri indicasse come possibili mandanti, “elementi reazionari in computta con i mafiosi locali”.
Lo stesso Giuliano fu eliminato, 3 anni dopo, dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta che a sua volta fu avvelenato in carcere nel 1954 dopo aver preannunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella. una strage che sembra quindi inaugurare la lunga catena di misteri e di eccidi che insanguineranno l’Italia negli anni a venire.
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 Newsletter della Storia dei Sordi n.235 del 30 aprile 2007