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Una argita lezione ai sacerdoti oralisti dell’800

Una arguta lezione ai sacerdoti «oralisti»dell’800.

Un amico «topo di biblioteca», nel suo ricercare fra antiche stampe, ha adocchiato «Alcune riflessioni sull’istruzione dei sordo-muti, in risposta al discorso del Sac. D. Lino Lazzeri», questi, al tempo – 1880 – rettore del Regio Istituto di Torino, in occasione di un saggio dato nel capoluogo piemontese il 27 giugno di quell’anno, per mostrare che alcuni sordo-muti sapevano parlare.

L’autore di quelle osservazioni critiche, che a quasi un secolo e mezzo di distanza noi «sordi protagonisti» della nostra storia certamente condividiamo, e suggerirei di far leggere a chi spregiudicatamente e irragionevolmente ancora contesta la Lingua dei Segni.

Non è chiaro chi fosse l’autore di quelle attente riflessioni, egli si firma «Suo dev.mo L.P.» e dichiara all’inizio, «…senza pretendere di recar vasi a Samo», di contestare l’affermazione del reverendo Lazzeri, secondo il quale «… la mimica non è il linguaggio naturale del sordo-muto… », e l’autore delle osservazioni, che per apprezzarle appieno è necessario leggerle dalla prima all’ultima riga, lo contraddice passo per passo, e sostiene che l’uso delle mani, e di qualunque altra parte del corpo, compresi occhi, le labbra, anche la sola espressione della fisionomia e l’atteggiamento della persona, possono equivalere a un discorso e quindi «serve a esprimere perfettamente l’idea da esso concepita», mentre il concetto oralista del tempo, secondo cui «…il sordo-muto non è reso completamente alla società se non quando gli è stato insegnato a esprimersi a viva voce…, e a leggere la parola dal movimento delle labbra», era un concetto che non teneva conto del fatto che la mimica è invece il linguaggio naturale e necessario per chi non può udire, e ostinarsi a usare solo il sistema fonico in una classe di sordo-muti è solo un’inutile perdita di tempo e un danno fisico e morale per gli infelici che lo subivano, e il noto educatore sordo francese del tempo, Ferdinand Berthier riteneva fosse un’assurdità e una barbarie escludere la mimica dall’insegnamento dei sordi, poiché con il linguaggio dei gesti, accompagnati da segni nuovi, si riusciva a dare una sana educazione morale ai sordi, e i risultati che allora si ottenevano in pochi mesi, superavano di gran lunga quelli che si possono sperare dall’irragionevole sistema puramente oralista. E per sostenere con dati di fatto questa sua osservazione, L.G.  indicava quali esempi da lui conosciuti, i sordo-muti italiani istruiti inizialmente col metodo segnico, che poi seppero formarsi una posizione nella società, come Lavagnino, Capo Sezione al Ministero della Marina, Bosso, Capitano dello stesso Ministero, Amaretti, Capitano del Genio militare, Paolo Basso, uomo dottissimo, Carbonieri, forbito scrittore, e tra i francesi enumera  F. Berthier, membro di varie Accademie, Forester, direttore di Istituto per sordo-muti, Pelissier, poeta e scrittore forbitissimo, Di Vigam, celebre fisico e matematico, e si chiede cosa potranno fare coloro che ora vengono educati solo verbalmente, tenendo presente «… che le parole, di per sé sole, non hanno alcun significato, e lo acquistano solamente allorquando servono a rappresentare un’idea». E se è pur vero, come afferma  D. Lazzeri, che il linguaggio mimico ridotto a metodo di istruzione è imperfetto e insufficiente, tanto più imperfetto e insufficiente non è il linguaggio orale per i sordo-muti?

Frontespizio dell'opuscolo di Lino Lazzeri

E il bellissimo saggio si conclude – dopo altre considerazioni – che la parola articolata, pel sordo-muto, a parer suo è un semplice ornamento, perché chi non ode ha a sua disposizione il linguaggio universale della mimica, col quale può esprimere interamente il suo sentimento e con esso, in qualsiasi parte si trovi, quando sia istruito sa sempre farsi intendere.