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La scuola: opportunità e difficolta per i ragazzi sordi

La scuola: opportunità e difficoltà per i ragazzi sordi
Enrico Dolza

Incontrare a scuola la sordità
La sordità colpisce circa un italiano su mille. Anche in età pediatrica la stima dei nuovi nati con sordità è simile.
Questo significa che, dato il dimensionamento scolastico attuale, in media si potrebbe trovare quasi un bambino sordo in ogni scuola e quindi non è così improbabile che un insegnante possa incontrare nella sua carriera scolastica uno studente con difficoltà uditive.

E’ anche probabile  che gli studenti sordi che si potranno incontrare siano tanto diversi gli uni dagli altri da rendere quasi inutile la stessa definizione del termine Sordità,  concetto che descrive una situazione uditiva, cioè un deficit, che appare del tutto indifferente rispetto agli esiti, cioè rispetto ai diversi eventuali svantaggi che produce.

Si potranno incontrare bambini sordi che parranno udenti e che per certi versi lo sono, grazie ad un impianto cocleare fatto secondo i tempi e i modi giusti.

Si troveranno altri bambini che usano le mani per comunicare e che incanteranno con la loro Lingua dei Segni, oppure  insinueranno il dubbio che quest’ultima li isoli dalla società.

Altri ancora parleranno e segneranno insieme, oppure faranno entrambe le cose male, altri ancora non comunicheranno affatto.

Alcuni avranno le protesi acustiche, altri non le avranno, qualcuno le userà solo in un orecchio, altri avranno uno o due impianti cocleari. Qualcuno avrà genitori sordi. Altri potranno avere deficit associati, spesso cognitivi. Molti saranno migranti, arrivati in Italia anche per cercare risposte migliori rispetto a quelle offerte nei loro Paesi di origine.
Cosa accomuna dunque la presenza a scuola di uno studente sordo?

La fonte delle difficoltà scolastiche non è nell’orecchio
Dobbiamo avere chiaro che la radice del problema non è nell’orecchio ( ma nel cervello). Ciò su cui dobbiamo intervenire nella scuola non risiede nel suo sistema uditivo, né sulle compensazioni protesiche, bensì sull’esito che l’assenza o la parziale o la tardiva esposizione al linguaggio ha provocato sul linguaggio stesso.

Le difficoltà a scuola per i ragazzi sordi partono da qui: la Lingua Italiana, nella sua complessità ed interezza, è maneggiata con un certo grado di incertezza e frustrazione dallo studente sordo, sia verbalmente sia attraverso la scrittura.
Questo aspetto è molto importante: quando infatti un bambino sordo arriva a scuola, l’insegnante individua quasi subito una serie di difficoltà riguardanti sia l’area socio-affettiva, cioè del comportamento, sia l’area cognitiva, cioè dell’apprendimento, ma non sempre è in grado di metterle in relazione con il deficit e quindi di agire adeguatamente per aiutare il bambino a superare lo svantaggio.
Il fatto che la lingua italiana sia un ostacolo anche nella forma scritta (e in generale nelle sue strutture sintattiche, comunque si manifestino) e non sia solo un problema di cattiva pronuncia e carenti capacità di labiolettura, sono alcuni tra i fraintendimenti più comuni e più gravi che si incontrano.

Possedere e usare la lingua italiana
Spesso gli insegnanti si rendono conto abbastanza presto che il loro allievo sordo non ha una competenza linguistica adeguata alla sua età, nell’italiano scritto e parlato, e questo nonostante un prolungato intervento logopedico (che può durare anche 12-14 anni) e in assenza di deficit cognitivi specifici.
La sordità è infatti un deficit sensoriale che lascia integre le facoltà intellettive, ma intacca lo sviluppo naturale e istintivo del linguaggio: è necessario quindi un intervento precoce  che non lasci spazio all’insinuarsi, attraverso la deprivazione linguistica, di carenze nell’esperienza e nella crescita cognitiva.
Nella scuola quindi ci si rende presto conto che lo studente sordo:
– può non essere in grado di leggere da solo i libri di testo;
– può essere in difficoltà nel rielaborare i contenuti studiati, esprimerli in modo chiaro e coerente e quindi, in ultima istanza, essere incapace di gestire un’interrogazione;
– può produrre testi scritti inadeguati nel contenuto e nella forma.

La capacità di leggere e comprendere autonomamente un testo richiede infatti da parte di chi legge una competenza linguistica, soprattutto a livello sintattico e morfologico, unita alla capacità di fare inferenze, quasi analoga a quella di un parlante nativo in quella lingua. Condizione che non possiamo affatto dare per scontata per uno studente sordo.

Quest’ultimo infatti presenta in molti casi una minore padronanza di molti elementi della nostra lingua, in parte analogamente a quello che ci capita di osservare con giovani stranieri appena arrivati in Italia. Articoli, pronomi (in particolare i clitici), preposizioni, concordanze, flessioni verbali, frasi relative, frasi passive, discorso indiretto, sono alcuni dei punti di maggiore difficoltà sia per lo studente sordo sia per noi che cerchiamo di “insegnarglieli” e non sappiamo come fare.
Mentre può essere relativamente semplice fornire allo studente nuovo lessico (con rubriche, con immagini, con  la memorizzazione o con altre tecniche), appare molto più complesso fornirgli strutture sintattiche che gli consentano di arrivare ad una reale comprensione del testo.
Come fare a spiegare il ruolo sintattico, in frasi come quelle che seguono, di articoli, preposizioni e altre particelle che il nostro studente sordo a fatica avrà notato e con noncuranza avrà ignorato?
Domenica vado al cinema
La domenica vado al cinema

Ho paura da morire
Ho paura di morire

Non mangio più
Non ne mangio più
È chiaro che “non vedere” queste parti della lingua  può rendere la persona incapace di comprendere il contenuto di un testo; e  il problema  si somma a quello della povertà e rigidità lessicale, alla non-conoscenza e alla non-comprensione dei modi di dire e delle metafore, alla scarsa capacità di fare inferenze.

Le  inferenze

Il problema dell’inferenza è particolarmente significativo quando parliamo di comprensione del testo.  L’inferenza è infatti qualsiasi informazione aggiuntiva usata dal lettore (o dall’ascoltatore) per mettere in relazione ciò che viene detto con ciò che deve essere inteso.
Se diciamo Picasso è nel Museo della Città  stiamo naturalmente dicendo che nel museo c’è un quadro di Picasso. E quindi implicito che sappiamo che Picasso è un pittore, ma ciò nel testo non era scritto: il significato non è quindi interamente nel testo e al lettore è richiesto di ricavare informazioni aggiuntive. Ma questo passaggio è di nuovo tutt’altro che automatico per un ragazzo sordo: poiché talvolta le persone sorde hanno meno informazioni enciclopediche, a causa del deficit, hanno più difficoltà nel fare inferenze.

Il rischio di tutta questa situazione è che nonostante i nostri sforzi e la nostra e loro volontà, ci si scontri con quello che spesso è destinato a rimanere un vero e proprio obiettivo irraggiungibile: quello della competenza linguistica.

Interventi giusti al momento giusto
Uno dei motivi risiede senza dubbio nell’età del nostro studente: la lingua si sviluppa perfettamente ed integralmente nel bambino piccolo come un istinto senza bisogno di istruzione formale, ma ciò può avvenire solo entro una certa età, finché la sua mente è ancora in quella fase di sviluppo in cui è biologicamente programmata proprio per acquisire lingua.
Se interveniamo troppo tardi potremo solo più accompagnarli in un percorso di miglioramento, ma la loro competenza nella nostra lingua rimarrà deficitaria.

La scuola deve quindi attrezzarsi, prima per conoscere, poi per capire e infine per progettare un sistema didattico che abbatta le barriere della comunicazione e proponga attività che non emarginino lo studente sordo, ma vadano bene per tutti, compreso lo studente sordo.
Queste modalità dovranno essere riferite sia alle strategie didattiche per l’apprendimento, sia a quelle per la valutazione, soprattutto quando lo studente cresce e comincia a frequentare gli ordini di scuola superiore: più si va avanti nei gradi scolastici, maggiore è l’impegno che si chiede all’alunno sordo.
Nella scuola superiore, per esempio, proprio nel periodo in cui i genitori si aspettano di poter essere meno presenti, diventa maggiore la necessità per l’adolescente sordo di avere un supporto sia sul piano affettivo, in quanto i disagi psicologici dell’adolescenza sono spesso acuiti dalla sordità e dalle incertezze nella costruzione della propria identità, sia sul piano dell’apprendimento, perché i contenuti scolastici diventano più impegnativi e le difficoltà linguistiche più evidenti e , se persistenti, invalidanti sul profilo del profitto e disorientanti per i professori.

Entrare in relazione con gli altri
Come già si sarà intuito, la seconda più grande difficoltà per lo studente sordo risiede nella gestione dei suoi rapporti interpersonali e, correlato con questo, nella costruzione della propria personalità.

La scuola rappresenta spesso per il bambino sordo la prima vera e propria immersione nel mondo degli udenti senza la mediazione della famiglia, in un’età che spesso corrisponde alla scuola materna e che sarebbe preferibile anticipare ai nidi d’infanzia.
Una opportunità da considerare importantissima, di valore fondamentale,  proporzionato alla qualità dell’ambiente,  delle proposte  e delle attenzioni competenti che  esistono nella scuola.

Può accadere che il bambino viva un certo disagio e che si senta emarginato in un contesto di udenti, dove vive difficoltà di comunicazione e  di conseguenza di apprendimento e integrazione. Se questa situazione si concretizza, il rischio è che si innestino nel bambino sentimenti di scarsa fiducia in se stesso, frustrazione, insicurezza, bisogno costante di supporto e quindi, in ultima istanza, scarsa autonomia, il che è esattamente l’opposto dell’obiettivo principale che si deve raggiungere.

Per le difficoltà che l’alunno sordo riscontra nell’area socio-affettiva rischia di isolarsi in classe, non fa i compiti e non è autonomo nello studio, pare perennemente distratto, dice di aver capito anche quando non è vero, può avere atteggiamenti aggressivi e di rifiuto nei confronti dell’insegnante di sostegno o al contrario impegnarsi a scuola solo quando ha qualcuno vicino che lo sprona in ogni momento.

Il sostegno
Queste situazioni devono indurci a riflettere bene anche sul ruolo e sulla presenza degli insegnanti di sostegno e degli assistenti alla comunicazione, che, necessari e preziosi, devono però avere sempre chiaro che il loro ruolo è di sostegno alle autonomie e non alla dipendenza.

Il problema vero è che bisogna imparare a fare scuola in modo diverso quando si ha in classe un alunno sordo.
Lo studente sordo può peraltro rappresentare un’ottima opportunità per la classe e per la sperimentazione di nuove modalità didattiche e organizzative.
La scuola consapevole delle difficoltà  può diventare sede di opportunità per tutti e per lo studente sordo in particolare.

Solo una scuola “ripensata” trasforma il rischio di emarginazione in reale integrazione,  luogo di confronto tra i pari e con adulti diversi dai propri genitori.
Per trasformare la povertà comunicativa del sordo, l’accompagnamento  in un bagno linguistico naturale che lo aiuta ad acquisire spontaneamente la lingua è da approfondire quanto a modalità di proposta e di occasioni.  Si accompagna il bambino nel costruire la sua identità evitando frustrazioni e insicurezze.

Per fare tutto ciò dobbiamo però trasformare i due pilastri della nostra scuola: lezione frontale e verifiche orali.

Sin dalla prima infanzia i modelli didattici da seguire devono essere altri.
Soprattutto nella prima infanzia, con il bambino sordo più che con chiunque altro è necessario agire incisivamente, offrendo percorsi studiati e possibilità multiple, perché è nei primissimi anni che si gioca la sua futura autonomia linguistica e quindi, a cascata, l’autonomia sociale, civile e lavorativa.

Fonte: © Effeta 2011