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La Lis va bene ma… alcuni spunti di riflessione

223La Lis va bene ma… alcuni spunti di riflessione. Qualche anno fa, a  Roma, alcuni sordi iscritti all’ENS (cfr  legge del 12 maggio 1942, n. 889 e  del 21 agosto 1950, n. 698). L’ENS ha personalità giuridica di diritto privato per effetto del DPR 31 marzo 1979, e a mente del proprio Statuto, art. 2, alzavano cartelli a piazza Montecitorio, a  Roma, sui quali a carattere cubitali era scritto LIS SUBITO!  Molti parlamentari, di ogni partito, incuriositi  si fermavano a chiedere  informazioni ma i sordi – appunti sordi alla verbalità – avevano difficoltà a capire le domande degli stessi.

I nostri politici sperimentavano il distacco incredibile fra il Palazzo e la base, per dire esplicitamente che ci trovavamo di fronte ad una prima  «barriera  di comunicazione». Ebbene grazie alla tenacia testarda  della  presidente di allora, Ida Collu, il Senato (badate bene il Senato!) approvò la proponendo legge che continuò l’iter legislativo alla Camera.

La LIS è lingua, ma
Linguisti e studiosi dell’evoluzione della lingua e del linguaggio (cfr Tullio De Mauro, F. Grosjean che ha  focalizzato la ricerca sul bilinguismo, Noam Chomsky studioso che si è occupato della ‘grammatica generativa – trasformazionale, Ferdinand de Saussure col suo celeberrimo Corso di linguistica generale testo nel quale si sono formate generazioni di studenti nelle facoltà linguistiche. Saussure distingue «langue» e «parole»;  E. Sapir in pieno periodo behaviorista afferma che il linguaggio è tipico dell’uomo. Scrive: «La lingua è un metodo puramente umano e non istintivo per comunicare idee, emozioni e desideri attraverso un sistema di simboli volontariamente prodotti.» (cfr E. Sapir, 1933, cit. a pag. 50 in J. Paulus, Linguaggio e funzione simbolica, Armando, Roma 1971). E appunto per il fatto che i sordi sono umani (!) generano simboli. Questa comune riflessione accende un dibattito che, toutcourt, va primariamente  valutato.

La LIS non va imposta per legge
L’esperienza d’essere stato udente sino a 12 anni mi ha favorito l’accesso ai processi psicolinguistici che, se dapprima mi hanno sollecitato alla comprensione appunto dell’azione sonoroacustica, in un secondo tempo spalancando orizzonti sulla psicologia visuomanuale   peculiarità propria della percezione del sordo con l’ambiente circostante. E questo io l’ho vissuto direttamente nelle scuole specializzate d’Italia.
In Italia non abbiamo personalità, almeno sino a cavallo degli anni Settanta del secolo scorso, che abbiano approfondito la doviziosità della lingua dei segni. Inutile ricordasre che ci sono sempre state divisioni fra “oralisti” e “segnanti”, ormai definizioni improprie (!). Questo paese ha pagato troppo il pregiudizio della scelta del “metodo orale” deciso dai convegnisti nel famoso Congresso di Milano del 1880. Mon Dieu non dobbiamo dare la croce al solo presidente del Congresso, Mons. Giulio Tarra, il quale – proprio perché esponente della Chiesa cattolica – si preoccupò di far focalizzare l’attenzione sul termine evangelico effata! (apriti). Le scuole erano gestite dale Congregazioni religiose e, ovviamente, le  antesignane suore delle logopediste d’oggi profondevano ogni energia «per far parlare i sordomuti» come solevano scrivere nelle loro relazioni. Termine restato inchiodato decenni e decenni sino a quando la legge del 25 febbraio 2006, n. 95 impose la modifica dell’art. 1 della legge 26 maggio 1970, n. 381.

La LIS va insegnata nelle scuole
Oggi ci avvediamo dall’esperienza del fenomeno immigratorio sia dai Paesi extraeuropei che del continente che – per natura – siamo amici della lingua e cultura perché da esse si sprigioni una comunità. Non possiamo fare il monologo, saremo soli e non si svilupperà nessuna lingua. Pertanto dobbiamo convivere con i nostri simili che sperimentano le nostre esperienze percettive che vanno studiate in primis nel periodo dello sviluppo sensomotorio. Qui dobbiamo fermarci per fare una distinzione:  anche l’otochirurgo propone, ai genitori con figli sordi, l’IC precoce perché è documentato che si ottiene il massimo nella plasticità cerebrale. Ma lo stesso vale per l’occhio necessità un’educazione appropriata alla visività (o educazione visiva).

La proposta della LIS è una scelta
Non è facile per i genitori udenti decidere. Daniele Bouvet logopedista e psicologo francese nel suo libro La parola nel bambino sordo, Masson edizioni,  Milano 1986, è molto efficace nel comparare  la relazione della mamma sorda col proprio bambino sordo e la mamma udente col proprio figlio. La prima conosce e stimola tutte le modalità relazionali al contrario della seconda che si ritrova – possiamo dire – handicappata e prigioniera nel comunicare col figlio. E’ opportuno pertanto che i genitori abbiano una specifica preparazione educativa e psicologica: per i primi è  necessario per i secondi fondamentale. Ricordiamo  infine che la mamma offrendo la comunicazione in LIS al suo piccolo è chiamata a valutare i processi dello sviluppo psicologico in quel bagno segnico (c frenato Pigliacampo, 1983, 2009) predisponendo tutto l’ambiente in modo appropriato per questo obiettivo. Ma sappiamo che il bambino sordo di oggi vive la maggior parte del tempo con i coetanei udenti forgiato quotidianamente col segno significativo verbale (la parola vocale) perciò affinché il bambino sordo possa fruire di contatti quotidiani gratificanti è opportuno estendere a tutta la class l’insegnamento della LIS. Ciò implica l’apertura a cloassi bilingue con insegnanti capaci a relazionare nelle due lingue memorizzate ed espresse con modalità differenti. Ecco che il bambino sordo ha due grammatiche in testa ma egli – se è esposto alla LIS – privilegerà la  comunicazione in LIS ma se ha a che fare con un docente limitato di conoscenze cognitive e/o psicolinguistiche (talvolta avviene!) si troverà a che fare con un bambino basito del processo di apprendimento altrui.

Basta col pressappochismo. Apriamo ai professionisti (anche territoriali)
Mi rendo conto delle cento difficoltà che ogni docente incontra nell’istruzione (affascinante  secondo me) dell’alunno ipoacusico e/o sordo. La questione si sposta sulla formazione dei docenti casus belli ormai da quarant’anni, dalla riforma Falcucci con la famosa Legge  517/1977.
Oggi a differenza dei ciechi ci sono pochissimi sordi insegnanti nella scuola statale. La LIS non sarà utile  al sordo con l’IC se non ci sono in aula valide  strumentazioni o personale insegnante qualificato  perché, nel nostro Paese, la definizione «insegnante di sostegno» ha  frenato il percorso di questo insegnante per raggiungere il riconoscimento d’essere «docente specializzato», umiliato nella  professione, in primis nell’insegnamento della scuola secondaria di 1° e 2°. Il MIUR  dovrebbe     riconoscere la  professionalità anche a livello economico. Il capo del governo d’oggi (Matteo Renzi) merita 1 (uno)  per voto, la Ministro dell’Istruzione,  professoressa Giannini,  uno 0 (zero) perché gli insegnanti sono formati male e qualcuno, con la male lingua – e c’è nel sindacato – afferma «perché spendere denaro formandoli meglio se sono destinati ai disabili?». Sì, ci sono queste sortite a vanvera che offendono le famiglie e gli stessi disabili,  gli studiosi e ricercatori seri, i docenti nei corsi di formazione che si impegnano con tenacia. Il prof. Dario Ianes nel suo libro L’evoluzione dell’insegnante di sostegno. Verso una didattica inclusiva, Erickson editore, Trento 2014, si è spinto a dire che l’insegnate di sostegno è inutile, dimostrandolo nelle province autonome di Trento e Bolzano allorché sono stati sostituiti con i cosiddetti «docenti specialisti» (cfr Dario Ianes, 2014).

Decidere con gli studiosi sordi
Alcuni decenni fa ebbe molto rumors nelle mie Marche quando,  protagonisti disabili, fecero proposte adeguate pro disabili d’udito. Le Marche fu la prima regione italiana a programmare, sugli schermi della terze Rete della RAI, un TG regionale d’informazione, obbligando alla RAI nazionale di destinare   cinque minuti (cfr durante l’assessorato regionale della sanità e dei servizi sociali del prof. Elio Capodaglio) all’informazione dei sordi; poi altre iniziative, per esempio, il Museo Omero di Ancona voluto tenacemente dal presidente dell’UIC regionale prof. Grassini e tanto altro per i disabili sensoriali nelle zone territoriali, l’insegnamento della LIS svolto dalla sorda  Rosanna Giovanditto nel territorio della provincia di Macerata su proposta dell’assessore Dr Alessandro Savi.

Attualmente in molte regioni d’Italia prevale il pressappochismo sull’istruzione dei sordi d’ogni ordine  e grado di scuola e di scelte nella modalità di comunicazione disomogenee anche perché il problema principale è che l’ENS (mi riferisco all’associazione più numerosa d’Italia, ha ricevuto la delega  – invero la vigilanza – dal Ministero del Lavoro e degli Affari sociali, a mente della legge 30 ottobre 2013, n. 125) per intervenire sui sordi. Un problema molto complesso che non può essere delegato dal Ministero perché l’istruzione  passa per la comunicazione; lo stesso ragionamento va fatto per il Ministero degli Affari sociali che deve occuparsi della formazione degli operatori, invece (pare) che il  tutto sia scaricato su un “ente associativo di diritto privato” (cfr Statuto dell’ENS, art. 1 e successivi articoli).

Conclusione

Nel nostro Paese i sordi e gli ipoacusici necessitano di  personale  qualificato che il governo deve formare nei rispettivi Ministeri mettendoli a disposizione nei propri Uffici o sezioni. Se non si fa nulla significa  non siamo ascoltati, considerati cittadini di serie B.
Renato Pigliacampo – nw098 (2014)

PER SAPERE DI PIU’
Renato Pigliacampo
Sito Lisubito
Legge 21 agosto 1950 n. 698
Riforma Falcucci Legge 517/77

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