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Se l’orecchio sente bene e’ tutto il cervello a “lavorare” meglio

Si moltiplicano le prove di una stretta relazione fra percezione dei suoni e funzioni intellettive.

Il lobo occipitale per vedere, l’area di Broca per la produzione del linguaggio, il lobo temporale sede dell’udito: siamo abituati a credere che il cervello lavori a compartimenti stagni, ma si tratta di una semplificazione. Le funzioni cerebrali sono molto più complesse e interconnesse ed è sempre più chiaro, per esempio, il legame fra sensi e cognitività: ciò che udiamo, vediamo, odoriamo non accende solo aree localizzate ma riverbera in tutto il cervello, contribuendo a mantenerlo attivo. Un dato non privo di conseguenze.

Come sottolinea il rapporto “Il cervello in ascolto Lo stretto intreccio fra udito e abilità cognitive” appena diffuso, coordinato da un gruppo di esperti internazionali e realizzato attraverso la revisione degli ultimi dati sull’argomento, quando viene meno una corretta stimolazione sensoriale anche il cervello “si inceppa”, tanto che esiste un circolo vizioso a due direzioni che unisce il calo dell’udito e il declino cognitivo. I dati mostrano infatti che non sentire più bene aumenta di tre volte il rischio di deficit cognitivi, ma anche che in tre casi di demenza su quattro c’è un calo dell’udito.

Un legame spiegato almeno in parte proprio dall’estrema interconnessione delle funzioni cerebrali, come sottolinea Andrea Peracino della Fondazione Lorenzini di Milano Houston che ha partecipato alla stesura del documento: «Gli stimoli uditivi attivano molte aree cerebrali: una parola “accende” non solo le aree dove viene sentita ma anche quelle dove è compresa. Se ascolto dire “mamma” questo suscita ricordi, sensazioni e il cervello di conseguenza viene attivato al di là delle aree uditive; è però vero anche il contrario, ovvero che i processi cognitivi incidono sul modo in cui le persone sentono».

Si è scoperto infatti che per capire un discorso in un ambiente rumoroso elementi come la memoria a breve termine, l’elaborazione centrale o le esperienze di vita sono più cruciali delle capacità uditive, che influiscono solo per il 10 %. In caso di deficit si crea una sorta di intreccio pericoloso, perché un calo uditivo può provocare modifiche strutturali e funzionali nel cervello, mentre il declino cognitivo correlato all’età può a sua volta peggiorare le capacità di ascolto favorendo l’ipoacusia.

«Il deficit dell’udito si associa a una riduzione del volume della corteccia cerebrale uditiva e a una diminuzione delle diramazioni dei neuroni, che quindi hanno più difficoltà a comunicare fra loro e a svolgere le loro funzioni spiega Camillo Marra, neurologo dell’Università Cattolica di Roma e coautore del documento .

Inoltre i problemi di udito affaticano il cervello, perché aumentano l’impegno cognitivo necessario all’ascolto: si stima che un deficit uditivo possa incrementare del 24% il rischio di compromissione, di concentrazione, memoria, capacità di pianificazione». Le ipotesi che legano il calo dell’udito ai deficit cognitivi sono varie, come la ridotta stimolazione delle aree normalmente attivate dai suoni, che favorirebbe l’impoverimento cognitivo, oppure l’affaticamento del cervello che non sente bene, che per compensare la perdita dell’udito utilizzerebbe reti neuronali accessorie riducendo le risorse disponibili per altri compiti. È anche possibile che ci siano cause comuni, per esempio una patologia dei piccoli vasi cerebrali che favorisca la comparsa di alcune forme di demenza e di ipoacusia; non sentire bene, poi, aumenta il rischio di isolamento sociale, un fattore di rischio noto per i disturbi cognitivi. Qualunque sia la causa del circolo vizioso resta il dato, schiacciante: un deficit uditivo lieve, moderato o grave aumenta, rispettivamente, di 2, 3 e 5 volte la probabilità di deterioramento cognitivo.

Come intervenire? Riconoscere un calo dell’udito e porvi rimedio è senza dubbio il primo passo, anche se pochi lo fanno: in Italia ci sono 7 milioni di persone con difficoltà uditive ma solo 1,8 milioni usano gli apparecchi acustici che peraltro, visti i risultati delle più recenti ricerche, dovrebbero essere scelti e calibrati anche tenendo conto delle capacità cognitive del paziente.

«Interventi tempestivi con una giusta amplificazione oltre a migliorare la qualità di vita rallentano il declino cognitivo nell’arco di 25 anni interviene Gaetano Paludetti, direttore del Dipartimento di otorinolaringoiatria dell’Università Cattolica di Roma e coautore del rapporto . Secondo le stime ritardare di un solo anno l’evoluzione dell’ipoacusia potrebbe ridurre del 10% la prevalenza della demenza nella popolazione generale». Un risultato tutt’altro che secondario, vista la diffusione preoccupante delle patologie cognitive (si veda box). Naturalmente sarebbe altrettanto indispensabile salvaguardare l’udito a lungo, per esempio proteggendosi dall’eccesso di rumore che si sa essere negativo per la salute dell’apparato uditivo o magari “coltivandolo” con l’ascolto di note piacevoli: si è scoperto, infatti, che la musica classica a volume moderato riduce le alterazioni dell’udito correlate all’età e protegge dai deficit.
Alice Vigna. Fonte: corriere.it

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