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Donatello: persone con disabilita’ e Covid-19, amare sino alla fine

Una riflessione della responsabile del Servizio nazionale della CEI per la pastorale delle persone con disabilità, sulla intenzione di preghiera che Papa Francesco, alla Messa odierna a Casa Santa Marta, ha dedicato ai disabili e a quanti se ne prendono cura, specie in questo tempo segnato dalla pandemia.

Suor Veronica Donatello

CITTA’ DEL VATICANO. Con la preghiera il Santo Padre ha “sostenuto” come Mosè sul Monte chi in basso lotta una battaglia. Nella messa da Casa Santa Marta del 18 aprile sono stati ricordati medici e infermieri che operano presso le strutture residenziali per persone disabili spesso gravi e gravissimi. Il dono per questi Samaritani è il sorriso degli “scartati”: è un dono di Dio “mediato” da una relazione che ricorda quanto la vita sia preziosa e non un peso anche in questo tempo di Covid-19. Anche quando c’è fatica fisica il cuore ama, come un genitore ama i propri figli. Tra gli ospedali e le famiglie, tuttavia, esiste un “sistema parallelo”, una sorta di terza gamba che quotidianamente e da secoli si prende cura delle persone fragili, il cui stato di cronicità non prevede la presa in carico da parte degli ospedali.

Nelle Residenze Sanitarie e nei Centri Diurni vivono quotidianamente migliaia di persone. Che cosa sarebbe della loro vita e delle loro famiglie senza questa componente di solidarietà operosa e tenace nell’offerta di sostegni? Naturalmente anche in questi luoghi, più nascosti e discreti, il Coronavirus ha agito con la sua spietatezza, sia tra i residenti, in qualche caso già invecchiati e fragili, sia tra gli operatori, provocando contagi, positività e decessi. Non basta snocciolare numeri: è questo il tempo di raccontare storie, che narrano non la parola digitale del contagio o della guarigione, ma la parola analogica degli incontri e dei gesti che salvano.

Papa Francesco sostiene Lis

È infatti straordinario quanto sta avvenendo in questi giorni, anche se non trova grande spazio nei media. Ci sono operatori medici e infermieri, sacerdoti, religiose e laici, che rischiando la loro vita sostengono le persone, utilizzando al contempo le tecnologie per mantenere vivo il rapporto tra i residenti e le famiglie, generando momenti toccanti di reciprocità, di ascolto e di preghiera. Alcune persone con disabilità che vivono in queste strutture hanno convertito le loro attività occupazionali in laboratori per la produzione di mascherine, sopperendo alle necessità dei loro operatori e non solo, diventando, per così dire, da “assistiti” a “protettori”.

Ci sono centinaia di operatori dei centri diurni che quotidianamente, per sostenere le famiglie che hanno dimostrato grande forza e capacità di adattamento e iniziativa, le raggiungono a casa, o in modalità domiciliare o più spesso in remoto con il sostegno delle tecnologie, con la creatività di attività che sollevano le famiglie e mantengono attive le persone con disabilità, pregando assieme, cantando, facendo attività ludiche e motorie o altro ancora, perché la solitudine fa paura. Ci sono centri per persone con disabilità dove l’attività agricola si è evoluta nella possibilità di consegnare a domicilio generi di prima necessità alle famiglie vicine, con il permesso delle autorità locali.

Dai primi mesi di marzo sono stati realizzati moltissimi sussidi, testi, video in vari linguaggi per consentire alle persone con disabilità di pregare in casa e di pregare con gli altri. Un grande contributo di prossimità e di creatività messo a disposizione dalla Chiesa italiana sul sito https://chiciseparera.chiesacattolica.it. L’antivirus è pregare insieme, senza confini!

Viviamo ancora in un tempo di sofferenza, in cui sta emergendo sempre più una grande crisi antropologica: ogni vita è vita sempre? La persona non è più al centro. Si è imposta per anni un’antropologia funzionalista per la quale la dignità della vita è data dalla capacità funzionale. C’è tanto da lavorare… Abbiamo visto, grazie a chi si è fatto carico delle “periferie”, che le persone con disabilità non sono in realtà dei cronici assistiti, ma una componente preziosa della società di oggi e di domani, in grado di costruire “comunità di prossimità” assieme ai cosiddetti normali. Questo tempo è un Kairos, una grande scuola di Sapienza in cui ci si educa al “noi” (sono forse custode di mio fratello? Sì di ogni fratello): questa è la comunità! Ci salviamo insieme! È un tempo di rinascita e “relazione”.

Coronavirus 6

“Amare sino alla fine” è una cosa grande, che va oltre tutti noi. Come non pensare, in particolare, alle famiglie con figli con disabilità e agli operatori nelle strutture residenziali? “Amare sino alla fine” può suggerire anche una riflessione sulla dimensione temporale, cioè fino alla fine dei giorni, finche´ c’è una vita. Dobbiamo servire le persone al meglio tutti i giorni, che questo sia un giorno di benessere o l’ultimo giorno della vita. Amare fino alla fine della vita è un atteggiamento di profondo rispetto per la vita.

“Amare sino alla fine” può anche far riferimento al modo di amare, cioè servire l’altro fino in fondo, con tutti i modi che abbiamo, riconoscendo tutto l’uomo e provando a dare tutti noi stessi per rispondere alla specificità dell’altro in ogni modo. “Amare sino alla fine” in questi termini ci apre allo stupore per l’altro, vedendolo oltre i suoli limiti e disabilità e scoprendoci, spesso inaspettatamente, capaci di armonizzare i nostri comportamenti ai bisogni dell’altro.

“Amare sino alla fine” può, infine, far riferimento all’intensità dell’amare: un atteggiamento che non conta, non misura, non calcola ma si preoccupa di volere il bene dell’altro dando tutto ciò che si possiede, amando in modo disinteressato e incommensurato. Servendo l’altro solo per il desiderio di dargli, sino alla fine, ciò che si ha. Possiamo scegliere se essere come questi samaritani: “strumenti” a fianco degli “scartati” e degli “invisibili”, amando sino alla fine ogni uomo o lamentandoci e ripiegandoci, sognando l’isola che non c’è.
Fonte: Radiovaticana.va

Coronavirus, un cult le campane di suor Veronica: “Cosi’ traduco nella lingua dei segni le parole del Papa”

Religiosa francescana, in questo tempo di pandemia le sue traduzioni in simultanea vengono viste da milioni di persone. “Quando Francesco incontra le persone con disabilità è contento, parla di loro come maestri, amici, luoghi teologici”.

“Durante la celebrazione della Pasqua ho dovuto tradurre nella Lingua dei segni il suono delle campane. Le persone sorde, ovviamente, non le sentono. Ma io dovevo dire loro: sentitele! Gesù è risorto! E allora ho imitato un campanaro che tira le corde delle sue campane, tanto che mi hanno fatto poi anche una gif animata con il gesto. Io traduco nella Lingua dei segni, accompagnando le parole del Papa anche con il mio corpo, la mia postura”.

Suor Veronica Donatello, francescana alcantarina, 45 anni, abruzzese, responsabile del Servizio CEI per la pastorale delle persone con disabilità, è la religiosa che per Vatican media e Tv2000 traduce nella Lingua dei segni le parole del Papa durante le celebrazioni, gli incontri pubblici e tutti i momenti di preghiera. In questo tempo di pandemia, le sue traduzioni in simultanea vengono viste da milioni di persone. Tv2000, in questi giorni, ha raddoppiato l’ascolto medio raggiungendo l’1,43% di share con 5 milioni di contatti. “Siamo tutti nelle mani gli uni degli altri – dice citando José Tolentino -: in questo tempo poter pregare insieme, tutti, rende ancor più plastica e concreta questa consapevolezza”.

Da dove segue le celebrazioni del Papa?
“Da una camera di regia di Tv2000, che ripropone il segnale video da Vatican media. Ascolto il Papa e da lì traduco e partecipo. In simultanea, traduco la messa, i canti, gregoriano compreso. Questo per permettere una partecipazione attiva alla liturgia, accompagnando anche le parole in latino più difficili”.

L’abbiamo vista commuoversi durante una funzione.
“È così. Per me non è un lavoro. È la mia vita, esprime la mia vocazione. Mentre segno, prego, partecipo anch’io. Immagino dall’altra parte dello schermo le famiglie con i figli disabili che guardano e tutte le persone che hanno deficit di comunicazione. In questo tempo anche per le persone con altre disabilità sono stati sviluppati sussidi e strumenti che permettono una partecipazione attiva. Questa attenzione da parte della Chiesa in Italia è nata fin dal primo lockdown: la CEI ha fatto la scelta di rendere accessibili tutti gli eventi e i momenti di preghiera, Sussidi compresi. L’inclusione non è uno slogan, ma accade. Sul sito della CEI è stato reso fruibile tutto il materiale gratuito in più linguaggi per permettere alle famiglie e persone con disabilita di partecipare. Anche la liturgia, in questo senso, ha una grande capacità performativa. Io sono lì e sì, mi commuovo. Durante alcune stazioni della Via Crucis ho sgranato gli occhi, così anche durante la predicazione di padre Raniero Cantalamessa nel rito del Venerdì Santo”.

Cosa è accaduto in questi giorni di pandemia?
“Fin dalla prima fase di chiusura in Italia, la scelta della CEI è stata quella di accompagnare tutti, nessuno escluso, a vivere questo tempo nella prospettiva della prossimità e dell’inclusione. Con grande sorpresa il web ci ha aiutato a ‘fare rete’ oltre casa nostra! Ed è anche quanto avvenuto nella collaborazione con la Santa Sede. Il momento di preghiera presieduto dal Papa in Piazza San Pietro del 27 marzo è stato il primo evento reso accessibile, trasmesso a livello mondiale. Per tutti è stato un dono vedere persone che hanno inviato foto dall’Africa, dall’America, dall’Australia, da vari Paesi europei, in particolare dell’Est. Commovente l’immagine scattata da un operatore sanitario che lavora, in un reparto Covid di un ospedale, con dei sordi: mi ha inviato una foto con una stanza allestita con tablet al fine di permettere la partecipazione. Una delle sfide, oggi più che mai, è cogliere l’appello di Dio a creare ponti. Ognuno, del resto, come disse Agostino, ‘ha una porta per cui Cristo entra’. Ogni persona con disabilità, pur avendo un senso in meno ha gli altri sensi vicarianti che suppliscono e supportano. Il nostro compito è arare il terreno e facilitare le opportunità, ognuno con le competenze e le possibilità che Dio gli ha donato”.

Il Papa cosa le dice?
“Papa Francesco quando incontra le persone con disabilità è contento, parla di loro come maestri, amici, luoghi teologici. Quando incontra i sordi sa sempre come salutarli. Alza ambedue le mani e poi ha un’espressione del viso notevole. Col suo viso comunica tantissimo”.

Diceva che la lingua dei segni ha anche una sua postura in ambito religioso?
“Certo. Si accompagna la gestualità anche con il corpo per condurre l’altro nella comprensione. Durante la liturgia se la testa si abbassa, oppure se lo sguardo si alza significa che stanno accadendo cose diverse. Lo sguardo accompagna. Nella Lingua dei segni si usano non solo le mani, ma tutto il corpo, ed in particolare il volto. La nostra postura e il nostro modo di segnare costituiscono il ponte, aiutano a far entrare dentro la liturgia”.

Creare ponti, è questo il suo lavoro?
“Certamente. Diceva Jim Sinclair, una persona con disturbo dello spettro autistico: ‘Non ci aggiustate, ma lavorate con noi per costruire ponti fra noi e voi'”.

Come è arrivata a questo lavoro?
“La Lingua dei segni è la mia prima lingua. I miei genitori e alcuni miei parenti sono sordi. La disabilità fa parte della mia vita dal primo istante ed è un tratto di me. Penso e prego con la Lingua dei segni. La lingua italiana è per me la seconda lingua. Ho studiato sia in questo ambito che in ambito pedagogico-pastorale per poter servire la vocazione che il Signore mi ha dato. Attualmente sono specializzata in Lingua dei segni religiosa e con un gruppo di persone competenti, in questi anni, ci stiamo occupando di traduzione dei testi sacri e di supporti pastorali in video per accompagnare le persone con disabilità comunicative, tutto fruibile sul sito della CEI”.

Perché si è consacrata a Dio?
“Nell’età dell’adolescenza mi sono allontanata dalla Chiesa, ne ero scandalizzata. Il Signore, da bravo corteggiatore, ha saputo trovare delle strade per arrivare a me, e sicuramente la disabilità è stata un ‘gancio’. Mi chiesero per le mie competenze un servizio in una parrocchia dove c’era un gruppo di persone disabili… e come accade in amore, frequentandosi, conoscendosi, ci si innamora. Il cammino di discernimento è stato lungo e serio e si è concluso con l’ingresso nella mia congregazione, le Suore Francescane Alcantarine: così ho sperimentato e sperimento tuttora che Dio è fedele nel far fruttare i talenti di ciascuno”.
Paolo Rodari. Fonte: larepubblica.it

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