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Verso la canonizzazione del Beato Filippo Smaldone

Promulgazione di decreti della Congregazione delle cause dei Santi. Oggi, 28 aprile 2006, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza privata Sua Eminenza Rev.ma il Sig. Card. José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
Nel corso dell’Udienza il Santo Padre ha autorizzato la Congregazione a promulgare il Decreto riguardante:
– un miracolo, attribuito all’intercessione del Beato FILIPPO SMALDONE, Sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, nato il 27 luglio 1848 a Napoli (Italia) e morto il 4 giugno 1923 a Lecce (Italia)…”  Filippo Smaldome, apostolo e padre dei Sordomuti.

E’ stato dichiarato beato da Giovanni Paolo II il 12 maggio 1996.

Verso la canonizzazione di Filippo Smaldone e la sua storia vedere questo testo. Proclamato santo il 4 giugno 2006 clicca qui


I Sordomuti di Don Smaldone. La storia di Alberto Cencia
Il 12 maggio è stato proclamato “beato” il sacerdote Filippo Smaldone, fondatore delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, che si dedicano all’educazione dei giovani sordomuti. Non si sa di rapporti diretti tra Don Bosco e il nuovo “beato”, don Filippo Smaldone. Don Filippo era però certamente tra i sei preti che nel 1884, insieme con 25 confratelli coadiutori in abito talare, dirigevano le quattro case per sordomuti fondate da don Lorenzo Apicella a Napoli, Casoria e Molfetta. Possiamo perciò supporre che fosse a conoscenza dell’intenzione di don Apicella di affidare le sue opere a Don Bosco, per meglio assicurarne la continuità, come apprendiamo da una lettera partita da Napoli il 26 dicembre e giunta a Torino il giorno dopo (cfr Memorie Biografiche, XVII, 224-226).
Il “Capitolo” dei salesiani, con lodevole tempestività, esaminò la proposta nella seduta pomeridiana dello stesso giorno. Don Bosco sembrava orientato ad accettare la richiesta e concludeva così il suo discorso: «Si potrebbe scrivere a don Apicella che venga egli stesso a trattare in Torino… ma ora essendo troppo fredda la stagione, differisca la sua venuta dopo Pasqua». Notiamo qui la particolare delicatezza di Don Bosco. Gli altri membri del “Capitolo” si dichiararono contrari, soprattutto per la scarsità del personale, tenuto conto anche della preparazione necessaria per lavorare con i giovani sordomuti. Motivazioni certamente valide, ma non convincenti per, Don Bosco, che torna a insistere con molta discrezione e rispetto: «Tempo fa mi si fecero molte insistenze perché accettassi istituti di ciechi, ma io non volli mai accettare. Per i sordomuti invece la faccenda va bene altrimenti: avrei desiderio di fare tutto quello che so e posso in loro vantaggio. Si risponda all’Apicella in questi termini: “Presentemente non si potrebbe accettare l’offerta per mancanza di personale: in quest’anno si rifletterebbe sul da farsi: l’Apicella nel frattempo pensi pure in quale altro modo possa assicurare l’esistenza del suo istituto: se credesse di affidare i suoi ospizii alla congregazione salesiana, essa non avrebbe difficoltà di accettare ciò che dopo la sua morte le lascerebbe”». Ma don Rua suggerì invece una risposta molto secca: « Si risponda semplicemente che in genere il progetto ci piace, ma che non possiamo accettare ». E Don Bosco: «Si aggiunga almeno: per ora non possiamo accettare ».
IL DISCORSO VENNE RIPRESO dallo stesso don Rua, primo successore di Don Bosco, nel 1909, quando il cardinal Prisco di Napoli gli offrì la casa per sordomuti situata nel quartiere di Tarsia. Don Rua, fedele interprete del pensiero di Don Bosco, accettò. La casa ospitava appena 24 sordomuti. I salesiani introdussero subito alcune novità: -abolirono le questue per le chiese e le case private per le quali venivano impiegati due sordomuti “maleolenti e malvestiti da far pietà e ammaestrati in certe mimiche atte a toccare il cuore di coloro ai quali si avvicinavano, chiedendo la carità”; – organizzarono gli studi e il lavoro, trasformando la casa in un vero e proprio istituto professionale; – rinnovarono l’edificio con l’aiuto di persone generose, costruendo belle aule scolastiche, refettori allegri, vasti dormitori e officine ben fornite di macchinari. Il numero degli alunni passò presto da 80 a 120, più una decina di alunni esterni. Tralasciato il vecchio sistema dei gesti, i salesiani adottarono il metodo razionale, secondo il quale i giovani sordomuti dovevano sforzarsi di articolare la parola e di intendere il movimento delle labbra (cfr Annali della Società Salesiana III, 766-768). Fonte: sdb.it (1996) nw045 (2006)


Newsletter della Storia dei Sordi n.45 del 5 giugno 2006

Santuario di San Filippo Smaldone Lecce