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Le nostre parole servono a manipolare la realtà… (Newsletter della Storia dei Sordi n. 597 del 1 dicembre 2008)

LE NOSTRE PAROLE SERVONO A MANIPOLARE LA REALTÀ.
In principio FU IL GESTO.
Lo psicologo neozelandese Michael Corballis nel suo saggio titolato Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, edito da Cortina, ripercorre in chiave evoluzionistica le abilità intrinseche al nostro comunicare.
Imbottigliati nel traffico dell’ora di punta è facile assistere a una scena del tutto ordinaria ma che non cessa di provocare un momento di genuina perplessità. Possiamo imbatterci, per esempio, in una ragazza che gesticola in modo convulso, anche se nessuno le siede accanto. Il tempo di mettere a fuoco la scena e il mistero si dissolve: l’auricolare, nascosto tra i capelli, tradisce il carattere telefonico di una conversazione all’apparenza solitaria. A pensarci bene, però, anche ora questo comportamento non cessa di essere enigmatico: perché gesticolare quando il tuo interlocutore non può vederti? Un recente libro dello psicologo neozelandese Michael Corballis, titolato Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio (Raffaele Cortina, 2008, 26 euro) cerca di rispondere all’interrogativo, riformulandolo in termini più generali: siamo sicuri di sapere quale sia il ruolo svolto dai gesti nella vita degli esseri umani? Il testo offre una ricostruzione del problema in chiave evoluzionistica: confronta le capacità linguistiche e gestuali degli umani con quelle di altre specie, soprattutto scimmie e ominidi (dagli Australopitechi fino ai nostri cugini più misteriosi, i Neanderthal). Corballis non si limita alla ricostruzione, chiara e aggiornata, dei dati oggi a disposizione circa le abilità comunicative degli scimpanzè e della morfologia dei nostri antenati. Piuttosto illustra il problema cercando di sostenere due tesi di fondo. La prima è di ordine generale e riguarda lo status del linguaggio verbale: le parole non servono semplicemente a etichettare le cose, come marcaprezzi al supermercato (idea, purtroppo, ancora molto in voga) ma a manipolare, costruire e distruggere realtà. In questo senso, più che di un terzo occhio il linguaggio sembra dotarci della manualità multiforme della dea Khalì: prima che a contemplare, le parole servono a esplorare e modificare quello che ci circonda. La seconda tesi prova ad andare più nel dettaglio, circostanziando la proposta per mezzo di un rovesciamento. Ritorniamo all’esempio col quale abbiamo cominciato.
Come un sintomo
La sorpresa di fronte al gesticolare della ragazza al telefono tradisce un assunto: il nostro comportamento verbale quotidiano tende a mettere in primo piano quel che diciamo a voce e a lasciare sullo sfondo, come mero commento emotivo ed enfatico, i gesti che accompagnano le nostre parole. Al contrario, secondo Corballis, alzare il pollice mentre diciamo «sì, va bene domani andiamo al mare» o indicare con la mano dove si trova il bar più vicino quando si fornisce un’informazione stradale sono comportamenti di primaria importanza perché hanno il carattere vestigiale ma decisivo del sintomo. Tradiscono un luogo di origine: è con le mani che gli umani (e alcune specie preumane) hanno cominciato a comunicare. Circa due milioni di anni fa, con l’aumento delle dimensioni cerebrali dell’Homo erectus, i nostri antenati avrebbero cominciato a sviluppare capacità linguistiche simili a quelle possedute ancora oggi da alcuni primati allevati in cattività: gesti formati da due o tre movimenti-parola legati tra loro da una sintassi molto elementare ma in grado di distinguere il senso di una frase secondo l’ordine degli elementi che la compongono (è questo a fare la differenza, tanto per fare un esempio, tra l’enunciato «alla Diaz i poliziotti hanno torturato i manifestanti» e l’enunciato «alla Diaz i manifestanti hanno torturato i poliziotti»). Circa 170.000 anni fa, con la comparsa dei primi Homo sapiens, gli umani avrebbero cominciato a sviluppare vere e proprie lingue gestuali, simili alle lingue dei segni impiegate oggi da molte persone sorde. Il passaggio all’oralità sarebbe avvenuto solo più tardi. Si tratta di una ipotesi descritta nel dettaglio: è proprio questo a costituire il maggior punto di forza ma anche, paradossalmente, di debolezza del libro. Corballis propone due serie di argomentazioni. La prima si basa su alcuni dati empirici: le vocalizzazioni degli scimpanzè sono molto più stereotipate dei loro gesti manuali che manifestano, invece, maggiore variabilità di gruppo (in alcuni casi vere e proprie variazioni culturali) e un carattere più marcatamente sociale. Mentre la laringe degli scimpanzè è strutturata in modo tale che per i nostri cugini è fisiologicamente impossibile scandire consonanti e vocali, i loro arti superiori sarebbero molto simili a braccia e mani umane. Dopo secoli di discriminazioni, infine, le lingue dei segni sono state riconosciute come delle lingue a tutti gli effetti e non un semplice scimmiottamento della parola orale. Morale della favola, i gesti esibiscono la complessità necessaria per fare da ponte tra il protolinguaggio degli ominidi e le lingue attuali.
Un interrogativo aperto
Il secondo ordine di argomentazioni si concentra su una stranezza della nostra storia evolutiva che può essere riassunta nell’interrogativo: perché le prime raffigurazioni rupestri, gli utensili tecnologicamente più sofisticati e le migrazioni massicce dall’Africa verso il resto del pianeta sono eventi che si sono realizzati approssimativamente 50.000 anni fa, visto che l’Homo sapiens è comparso sulla Terra molto tempo prima? A tal proposito, la risposta di Corballis è netta: questa estenuante attesa, lunga 120.000 anni, sarebbe servita per passare dalle lingue segnate a quelle orali. Fino a quel momento la comunicazione manuale avrebbe inibito le capacità tecniche umane.
Nella prima parte della loro storia, i sapiens avrebbero impiegato le mani più per parlare che per costruire. Solo l’oralità le avrebbe liberate da un pesante fardello, il carico comunicativo di una specie culturalmente sempre più sofisticata. L’ipotesi di Corballis è suggestiva perché può contribuire all’elaborazione di una teoria della natura umana materialista che prenda le mosse dalla frase del Faust di Goethe «in principio era l’azione»: una teoria capace di comprendere meglio il rapporto tra dimensione percettiva (tattile innanzitutto) e pratica, oltre che politica e linguistica, dell’animale umano. Da questo punto di vista, in futuro potrebbe essere fruttuoso discutere e riflettere su alcune delle difficoltà teoriche dalle quali il libro stenta a sottrarsi. Sono però proprio queste difficoltà a fornirci il materiale più prezioso: possono contribuire alla redazione di una agenda di ricerca che non si sottragga al compito di entrare, volta per volta, nel merito delle singole questioni senza accontentarsi né di slogan, né di proclami. Parte dei dati empirici a cui il testo fa riferimento, per fare solo un esempio, è controversa: a uno sguardo più attento la morfologia e la funzionalità delle mani umane presentano somiglianze solo superficiali con il loro analogo scimmiesco, molto più resistente ma meno versatile da un punto di vista sensomotorio.
Una misteriosa latenza
Di certo le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti ma Corballis in più di un’occasione sembra spingersi oltre: a suo giudizio, le lingue gestuali sarebbero più naturali di quelle vocali, cioè più facili da apprendere e più spontanee. Questo assunto, teoricamente molto forte, meriterebbe una verifica oltre che un approfondimento. In ultimo, la ricostruzione offerta dal libro purtroppo non riesce a sciogliere il mistero della latenza che sembra aver caratterizzato quella sorta di esplosione culturale dei sapiens risalente a circa 50.000 anni fa. Perché ci sarebbero voluti ben 120.000 anni, due terzi del tempo vissuto dai sapiens sulla terra, per passare dalle lingue gestuali a quelle orali visto che le prime sono così simili alle seconde? La partita, come si suol dire, è aperta.

Autore: Marco Mazzeo – Fonte: il manifesto del 23 Novembre 2008


PARLA MICHAEL CORBALLIS «Se devo intrattenere una conversazione significativa devo sapere che l’altro mi capisce e sa di capirmi»

Nel linguaggio una miscela di voce e azioni proiettate oltre il presente

Secondo Michael Corballis il linguaggio umano è una forma di azione, è un fare più che una forma del comunicare. Come scriveva Ludwig Wittgenstein, le «parole sono atti». Il cuore di questa proposta è il superamento del dualismo fra mente e corpo, fra pensiero e azione. Il linguaggio è «embodied», è incarnato. Ma lasciamo che a spiegarcelo sia Corballis.
Secondo la psicologia cognitiva il linguaggio ha essenzialmente due funzioni: comunicativa e cognitiva. Il linguaggio è uno strumento esterno rispetto alla mente/corpo del parlante. Lei invece non la pensa così…
Penso che il linguaggio potrebbe avere avuto origine nei movimenti delle mani, ma naturalmente oggigiorno è articolato primariamente mediante la voce. Anche il linguaggio verbale è gestuale, implica movimenti delle labbra, della lingua, della laringe. È pertanto ancora un modo di agire, indipendentemente dal fatto se sia espresso con le mani o attraverso la bocca.
Qual è, nella sua teoria, il ruolo della scoperta dei neuroni specchio, quei neuroni che si attivano sia quando compiamo una certa azione che quando vediamo qualcun altro compierla?
Insieme ad altri ho sviluppato la teoria dell’origine gestuale del linguaggio prima che i neuroni specchio fossero scoperti. Nondimeno la loro scoperta è stata determinante: ha mostrato che le aree del cervello della scimmia, corrispondenti nel cervello umano alle aree linguistiche, sono primariamente dedicate alle azioni manuali, non alle vocalizzazioni; i neuroni specchio fanno vedere come le azioni corporee siano percepite e comprese nel modo stesso in cui sarebbero messe in atto dall’osservatore. La stessa conclusione era già stata raggiunta rispetto alla percezione del parlato, sulla base di una teoria in virtù della quale la comprensione di un suono linguistico altrui avviene attraverso la simulazione dell’articolazione di quello stesso suono. In altre parole, il sistema dei neuroni specchio suggerisce che non c’è una differenza fondamentale fra il parlato e il gesto – entrambi sono sistemi incarnati.
Gli scimpanzé hanno mani molto simili alle nostre, ma non mostrano nulla di simile al linguaggio umano. Perché questa differenza?
Gli esperimenti con gli scimpanzé e le altre scimmie antropomorfe mostrano che possono essere addestrate a comunicare in modo più efficace attraverso gesti manuali o mediante segni su una tastiera che attraverso la vocalizzazione. La ragione per cui non hanno un vero linguaggio ha probabilmente più a che fare con le loro capacità mentali che con i loro mezzi espressivi. Gli scimpanzé hanno qualche capacità di capire le intenzioni altrui, ma il linguaggio richiede di condividere le intenzioni, in un modo ricorsivo. Per esempio, se io devo intrattenere una conversazione significativa con lei, devo sapere che lei mi capisce, ma devo anche sapere che lei sa di capirmi. Questo significa che la comunicazione simil-linguistica delle scimmie antropomorfe è limitata al fare richieste. Gli esseri umani possono andare oltre questo limite in modo da realizzare discorsi condivisi. Un altro problema è che le scimmie antropomorfe non hanno l’abilità di «viaggiare mentalmente nel tempo»: credo che il linguaggio sia evoluto negli esseri umani in parte perché possiamo condividere i nostri viaggi mentali e parlare del passato e del futuro. Questa è, per esempio, la ragione che spiega perché il linguaggio richieda rappresentazioni di cose che non sono fisicamente presenti, e perché le lingue dispongano di meccanismi (ad esempio i tempi) che collocano gli eventi nel tempo e nello e nello spazio. L’idea dell’origine manuale del linguaggio è valida solo da un punto di vista evolutivo, oppure ogni essere umano deve ripercorrere questa tappa?
Il lavoro recente di Michael Tomasello presso il Max Planck Institute mostra che i bambini imparano a comunicare attraverso i gesti (soprattutto l’indicare) prima di apprendere una lingua. Quindi sì, penso che ogni essere umano impari il linguaggio prima attraverso le proprie mani e il proprio corpo. Questo vale tanto per le lingue umane gestuali che per quelle verbali.
In ogni lingua ci sono espressioni metaforiche che esprimono nozioni incorporee mediante riferimenti corporei: ad esempio, «afferrare un pensiero». Ma una persona che non potesse muoversi sarebbe in grado di imparare ad usarle?
Penso che sarebbe molto difficile insegnare espressioni di questo tipo a una persona incapace di muovere il proprio corpo, forse anche impossibile, perché il linguaggio consiste essenzialmente di movimenti del corpo. Tuttavia, per esempio, lo scienziato Stephen Hawking mostra una straordinaria comprensione di profondi concetti della fisica acquisiti tardivamente nonostante la sua incapacità di muoversi; naturalmente, molti concetti basilari li ha introiettati prima di essere paralizzato.
Perché se il linguaggio nasce manuale poi è divento vocale?
Parlare ha molti vantaggi pratici. Lo si può fare di notte o quando la visione è impedita; libera le mani per altre attività come la costruzione di utensili; richiede uno sforzo minore e anche meno attenzione, dal momento che puoi ascoltare la voce senza dover guardare chi sta parlando. Non credo che il parlare porti un vantaggio linguistico, dal momento che le persone sorde comunicano in modo del tutto efficace mediante le lingue dei segni. Naturalmente usiamo le mani quando parliamo, sicché il linguaggio è realmente una miscela di vocale e gestuale.

Autore: Felice Cimatti Fonte: il manifesto del 23 Novembre 2008 – nw597


Newsletter della Storia dei Sordi n. 597  del 1 dicembre 2008