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L’ Assistente all’autonomia e alla comunicazione (Newsletter della Storia dei Sordi n. 729 del 19 ottobre 2009)

L’ Assistente all’autonomia e alla comunicazione

Sono educatrice professionale e mi occupo da qualche anno di interventi in ambito scolastico ed extra scolastico a favore di ragazzi sordi, come assistente alla comunicazione.
Questo lavoro è infatti affidato spesso ad operatori la cui formazione è raggiunta attraverso percorsi eterogenei motivati dalla curiosità personale, legati a conoscenze e frequentazioni occasionali di persone sorde, o limitata all’acquisizione di competenze di Lingua dei Segni.
Io stessa ho fatto parte della categoria di operatori fai da te che ha costruito le sue competenze sul campo in modo autonomo, attraverso corsi universitari oltre che a seminari, corsi e aggiornamenti vari sul tema. I miei committenti e le persone sorde con cui ho lavorato hanno potuto valutare la qualità della mia preparazione e del mio operato solo a lavoro compiuto.

Le cause di tali modalità operative si ritrovano nelle infinite contraddizioni e difficoltà di applicazione delle politiche di assistenza e integrazione.

Solo da pochi anni si cerca di utilizzare la denominazione “Assistente alla comunicazione”  e a Bologna solo quest’anno si sono organizzati i primi corsi di formazione qualificata per il personale che lavora con le persone sorde: un Corso di Assistente all’autonomia e alla comunicazione  delle persone sorde era inserito all’interno del catalogo interregionale di Alta Formazione in Rete, mentre L’Educazione del bambino sordo è il titolo di un Corso di Alta Formazione dell’Università di Bologna.
Il lavoro comincia ad essere considerato una vera professione, ma… ” non esistono titoli riconosciuti a livello nazionale per l’accesso alla professione”( cfr. M.C. Soldati, Le professioni di base e manageriali nel lavoro sociale,. 2007 Maggioli ed.) anche se la figura è prevista già all’interno della ben nota legge n. 104 del 5 febbraio 1992.
Il ruolo dell’Assistente alla comunicazione sembra quindi ancora relegato dal sistema politico e formativo del nostro paese nella categoria delle professioni secondarie o di minore importanza . Di fatto invece, nelle singole situazioni reali sono richieste molte competenze specifiche e trasversali in ambito educativo, relazionale, formativo, sullo sviluppo del linguaggio, sulla situazione psicologica del non udente, sulla didattica speciale, oltre ad una grande capacità di lettura dei bisogni del singolo e dei sistemi, ed un’enorme elasticità nell’adattare il proprio compito e le proprie azioni a seconda nel contesto socio istituzionale nel quale si va a lavorare.
La mutabilità del ruolo è determinata  dalle tante variabili che definiscono e descrivono ogni persona ipoudente come unica, non descrivibile con il semplice aggettivo di Sordo.
Occorre poi confrontarsi con il grado di esperienza e conoscenza riguardo alla sordità che c’è nel contesto scolastico in cui si opera, con il  coinvolgimento  famigliare, con la cultura di appartenenza.

Tra le varie definizioni che vengono date a chi è assunto per questo lavoro, mi è toccata in sorte quella  di “mediatore sensoriale” definizione che in realtà sento molto vicina al ruolo da esercitare: stare nel mezzo , interporsi tra situazioni inizialmente distanti ed estranee per creare un ponte e far sì che le parti trovino un accordo e un linguaggio comune, che si raggiungano e imparino a vicenda strategie da utilizzare in maniera autonoma e in altri contesti anche in nostra assenza…..o, come si dice tra vecchi educatori, fare in modo che non abbiano più bisogno di noi.
Si deve poi essere capace di cambiare e modulare le azioni e soprattutto gli obiettivi a seconda dei docenti con cui collabori.
I docenti hanno diverse esperienze ed utilizzano diversi metodi didattici. Se il  docente utilizza tecniche e metodi che facilmente rispondono alle esigenze e ai limiti del bambino sordo (si spiega anche scrivendo, si scrive in maniera chiara, si disegna, si coinvolgono gli alunni con domande, si crea un dibattito sul tema, si parla di fronte all’interlocutore, ecc…) le azioni dall’assistente sono maggiormente rivolte al ragazzo sordo ed hanno l’obiettivo di facilitare l’accesso ai contenuti, fare in modo che sia raggiunta la maggiore comprensione possibile senza banalizzare, di ridurre al minimo il gap di competenze e conoscenze sul tema rispetto alla media dei compagni, di promuovere la partecipazione ai momenti di riflessione meta cognitiva sui diversi aspetti trattati, quindi di non essere esclusi dal confronto comune.
Questa situazione permette al sordo di lavorare bene, in maniera partecipata, direttamente in aula e consente all’assistente alla comunicazione di condividere metodi e contenuti con l’insegnante.

Ma le situazioni non sono sempre lineari, e per ogni insegnante ciò che è sempre stato adeguato può non rivelarsi altrettanto efficace con l’alunno sordo, mentre cambiare i propri metodi e le proprie impostazioni è un percorso lungo e difficoltoso .
In tali situazioni gli obiettivi del nostro lavoro sono rivolti di più al cambiamento della relazione tra studente e docente, alla riduzione delle distanze, per arrivare a raggiungere una relazione diretta tra le due parti .
In questo caso si tratta di suggerire al docente di sostegno strategie di comunicazione dei contenuti, di elaborare insieme ai diversi docenti una didattica di approfondimento e di semplificazione di alcuni argomenti,  per evitare di sostituirsi all’insegnante o di relegare lo studente in rapporti esclusivi con l’insegnante di sostegno o con l’assistente.
L’intervento è ben riuscito se nel tempo le strategie sono cambiate, sono state adattate, si sono evolute e riescono a raggiungere lo scopo con efficacia, se l’alunno fa domande dirette ai docenti, se si sente sicuro anche quando l’assistente non c’è. In quel caso ciascuno dei responsabili nel sistema educativo ha assunto un proprio ruolo, senza inutili sovrapposizioni, e potrebbe diminuire il bisogno di assistenza e sostegno.

Il nostro intervento si rivolge quindi tanto al ragazzo che ai collaboratori e ai docenti e si esprime all’interno degli aspetti formativi e della didattica.
Si interviene nel processo di informazione dei docenti sul tema sordità, per mostrare aspetti e caratteristiche non visibili delle persone sorde, da non dare per scontate.

Si interviene nella didattica che diventa speciale, innovativa, semplificata o forse solo chiarificata, depurata degli aspetti astratti e troppo artificiosi,  per trasmettere il concetto nella sua essenza, rendendolo evidente.
Da questo punto di vista la suddivisione o la scelta tra segnanti e oralisti non ha assolutamente senso, ogni strumento, ogni segno o parola è una risorsa per arrivare a capire e costruire la propria conoscenza, è un indizio in più, essenziale quando uno dei canali comunicativi è deficitario.

All’interno della relazione educativa, l’obiettivo è sempre di accompagnare il ragazzo verso un cambiamento di atteggiamento mentale, teso all’autonomia, facendolo imparare ad applicare un metodo non a seguire il mio, a prendere nota, non a usare i miei appunti, a cercare le informazioni che mancano non a chiederle a me, a riconoscere l’errore e valutare il proprio prodotto senza aspettare la soluzione o la correzione… a fare la propria parte .
Per far questo anche  l’Assistente deve essere disponibile a stare un passo indietro, a lasciar fare…..anche se non si ottengono subito successi (non sono i nostri successi !)  è qui che spesso troviamo le maggiori resistenze in noi stessi,  nei docenti e nello stesso bambino, o ragazzo. In genere è più facile condurre che promuovere autonomia, ci si sente più produttivi, più soddisfatti, ma il fine non si raggiunge.

Il nostro intervento si esprime all’interno di un  sistema di relazioni.
La relazione tra i diversi specialisti che si occupano della persona sorda è spesso una questione delicata che coinvolge le sensibilità professionale di molti ed anche il lavoro dell’assistente alla comunicazione è condizionato dalla qualità di tali relazioni  e può influire sui rapporti tra le parti.
Se i contesti sono separati, se ognuno si sente giudicato dal suggerimento dell’altro, se manca l’apporto attivo della famiglia, il lavoro dell’assistente rimane relegato alla pura traduzione di messaggi scolastici di per sé poco significativi, che non portano a vero progresso.

L’intervento dell’Assistente alla comunicazione dovrebbe potersi esprimere all’interno di tutti i contesti educativi familiari e sociali. Troppo spesso il sistema di sostegno alla sordità prevede invece interventi finalizzati prevalentemente al risultato scolastico, quindi finanziati all’interno di spazi e orari scolastici, mentre trascura la possibilità di intervento educativo nei contesti sociali e territoriali, dove si esercitano le autonomie di base, per conoscere ed utilizzare le risorse del territorio, per sperimentarsi e fruire dei servizi e delle offerte nella stessa misura e con la stessa libertà di tutti.

Felicia Todisco – Fonte: fondazionegualandi.it.

 


 

Newsletter della Storia dei Sordi n. 729 del 19 ottobre 2009

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“Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità”, ideato, fondato e diretto da Franco Zatini