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Lo stupore di un giornalista, l’anno 1881: «I muti parlano»

Lo stupore di un giornalista, l’anno 1881: «I muti parlano!». Ritrovo in un faldone, raccoglitore zeppo di documenti, rimasto celato da chissà quando nei meandri della ex “Biblioteca Storica” appartenuta al Pio Istituto Sordomuti di Milano, il ritaglio di un antico giornale, Il Secolo, risalente al 6 agosto 1881, dove un giornalista ignoto (non c’è il nome), sotto un titolo tutt’altro che esplicativo, «I sordo-parlanti», nel suo resoconto pare sapere quanto sarebbe stato poi convalidato dal Congresso Internazionale che si sarebbe tenuto un mese più tardi a Milano.

Così inizia quell’articolo: «”Dall’Istituto dei Sordo-Parlanti, il 4 agosto 1881″, questa era la data che un giovinetto sordo-muto scriveva ieri in testa alla lettera datagli per compito, e quella data dice tutto. Sì, i muti parlano: sapientia aperit as mutorum».

Oggi scopriamo, ammirati, che 132 anni or sono le scuole per sordi funzionavano anche in agosto. Ma seguiamo il resoconto giornalistico: l’articolista riferisce come ha scoperto che “i muti parlano”, passeggiando una sera per Via S. Vincenzo, nel centro di Milano fu «… colpito da un chiassoso rumore, come di molte persone che parlassero insieme ad alta voce …», e un amico gli rivelò che erano i muti «… a fare la conversazione della sera».

Il cronista prosegue il suo reportage costatando che al sordo-muto, «…gli occhi mostrano un ignoto che egli non sa spiegare, perché alla sua intelligenza non giunge la parola rivelatrice d’ogni cognizione, viveva quale fiera selvaggia nei campi e nelle case, aggirandosi mesto, iracondo, ora quasi fiaccato dalla sventura, ora impetuoso e crudele …», sembra quasi una poesia in prosa di Giovanni Pascoli, ma bisogna tener conto, io credo, che la storia dei sordi, quella scritta da loro stessi, avrebbe iniziato ad essere compresa e conosciuta  solo a partire 1932, e oggi può essere rammentata e commentata da noi seguaci ed epigoni degli avi sordi. Noi non ignoriamo di avere un difetto acustico, più o meno grave,  ma ritenerci “sventurati”, com’eravamo allora classificati, ci appare più che un’esagerazione.

Vita di Giulio Tarra spiegata da Carlo Perini

Il cronista del “Secolo”, prima di redigere quel testo, era stato certamente a colloquio con Don Giulio Tarra, al tempo Rettore del Pio Istituto Sordomuti che un mese dopo sarebbe stato chiamato a presiedere il Congresso Internazionale degli educatori dei sordi.

Infatti, nell’articolo ricorda che fu Gerolamo Cardano, nella prima metà del XVI Secolo, ad ideare un mezzo per istruire i “muti” «…facendo notare che i caratteri scritti e le idee possono essere connessi insieme senza intervento di suoni, come nei caratteri geroglifici…», poi gli spagnoli Pedro De Ponce e Giovanni Paolo Bonet mostrarono praticamente in qual modo tale istruzione potesse avviarsi. In seguito, l’abate Carlo Michele de l’Epèe fu uno dei più grandi  soccorritori di questi infelici e il suo metodo dei gesti si diffuse  per tutta l’Europa, e i suoi risultati parvero prodigiosi e impossibili superare, sennonché   «…ecco apparire la nuovissima riforma, la vera redenzione del sordo-muto», e l’abate Giulio Tarra è il più illustre rappresentante di quella riforma, ed è nelle sue scuole che quel giornalista «…ha assistito al risorgimento della intelligenza degli infelici»: appena il sordo-muto è condotto nella scuola, gli si insegna a respirare, e con ingegnosi eccitamenti lo abituano all’attenzione, a leggere i movimenti delle labbra, ad iniziarli. Il primo passo è fatto, poi con cura lenta, assidua, si giunge man mano a fargli  pronunciare le vocali, le sillabe, la parola. Ma il sordo-muto ignora ancora tutto, bisogna insegnargli i nomi delle cose, fargli fare i primi giudizi  pratici, insegnargli i verbi, i rapporti fra le varie parti del ragionamento, insegnarli a pensare, a comporre… e dopo lunghi anni di esercizi faticosi ed affettuosi, ecco finalmente il sordo che parla, che dà all’educatore il premio più sospirato, aprendo a lui il cuore, avendo risvegliato nell’allievo la vita, con quell’ineffabile sorriso, di cui cantava Virgilio:

Incipe, parve puer, cui non risere parentes
Risu conoscere matrem.

(Comincia, o piccolo fanciullo: a chi non sorrisero i genitori,
né un dio concesse la mensa, né una dea un letto).

Leggere oggi quel resoconto, dovrebbe far riflettere: è pur vero che l’abate don Giulio Tarra si era dimostrato contrario all’uso di quella che, a quel tempo, non poteva dirsi “Lingua dei Segni”, ma solo segni che neppure sapremmo oggi identificare, pur immaginando che, dai tempi dei tempi, i sordi sono sempre esistiti, pur se la storia nulla ci ha tramandato di loro. Importante è che dal XVI secolo qualcosa di sicuro sia cominciato a trapelare e se poi il Tarra ha in seguito creduto di dover abolire i segni – senza riuscirci, come sappiamo bene – per invogliare gli educatori dei sordi  a fare in modo che i sordomuti potessero dirsi anche “parlanti”, è una evoluzione di quel tempo, ma oggi che siamo nel Terzo Millennio, siamo convinti di poterci impadronire di un buon linguaggio verbale, ma per essere protagonisti nella Società contemporanea, è necessaria anche la padronanza della Lingua dei Segni,  come pure l’Unione Europea – che nel 1881 neppure era nei piani internazionali – ha solennemente riconosciuto nel 1988 e sollecitato nel 1998, ma ancora in Italia la LIS  pare una lingua clandestina, e noi sordi insistiamo che sia finalmente ufficializzata, il che non significa imporla a chi non la vuole usare.
Marco Luè – nw117 (2013)

PER SAPERE DI PIU’
Il Secolo (quotidiano)

Giulio Tarra e Pio Istituto dei Sordi di Milano

Giovanni Paolo Bonet

Pedro De Ponce

Carlo Michele De L’Epée

Congresso Internazionale degli Educatori dei Sordi di Milano 1880

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«La storia non è utile perché in essa si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire» (M.D’Azeglio)
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“Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità”, ideato, fondato e diretto da Franco Zatini