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Rita Mazza, attrice sorda

Figli di un Dio minore. Rita Mazza, attrice sorda: “In Italia poche opportunità di lavoro”
Torinese di nascita, da anni vive a Berlino: “In Italia ti senti osservata come se fossi una persona sbagliata, che va aggiustata, ma io sono solo una persona che usa un’altra lingua”. In questi giorni è al teatro Duse con lo spettacolo ‘Figli di un Dio minore’, nel ruolo che fu di Sarah Norman

BOLOGNA – Sul grande schermo, l’interpretazione della Sarah Norman di ‘Figli di un Dio minore’ valse un Oscar come miglior attrice protagonista a Marlee Matlin, attrice americana sorda dall’età di 18 mesi. Nella versione teatrale italiana, con la regia di Marco Mattolini, la parte è sulle spalle di Rita Mazza, attrice nata a Torino ma da anni residente a Berlino. Rita è una segnante nativa, nata sorda da genitori sordi, in una famiglia in cui tutti erano udenti. Per scelta non legge il labiale e non usa la voce: una presa di posizione per convincere gli udenti a imparare la sua lingua, esattamente come si fa per una qualsiasi altra lingua straniera. Da venerdì 27 novembre sarà con Giorgio Lupano al teatro Duse di Bologna.

Quando ha deciso di fare l’attrice?
Quando ero piccola amavo guardare i film: all’epoca non c’erano i sottotitoli, così immaginavo tutti i dialoghi e imitavo gli attori che vedevo sullo schermo. La mia vocazione è nata lì, ma ho deciso di diventare attrice dopo aver letto ‘Il grido del gabbiano’ di Emmanuelle Laborit, prima attrice sorda ad aver vinto il premio Molière in Francia proprio per lo spettacolo ‘Figli di un Dio Minore’: il suo libro mi ha cambiata profondamente. Prima credevo che una persona sorda avesse poche possibilità nella società, ma dopo averlo letto ho pensato: ‘si può fare’. È lei il mio modello.

Perché se ne è andata dall’Italia?
Ho incontrato molte difficoltà e non sono riuscita a fare il lavoro che avrei voluto. Non mi trovavo bene, e ho deciso di partire per vivere in una società più aperta, dove potermi esprimere al meglio, com’è nel diritto di ogni cittadino. Soprattutto, volevo essere trattata con rispetto. Così, dopo aver vissuto in alcune città europee, sono arrivata a Berlino dove vivo adesso.

In Italia ha incontrato molti pregiudizi?
Sì, c’erano allora e in parte ci sono ancora oggi. Ti senti osservata come se fossi una persona sbagliata, che va aggiustata, ma io non sono una persona sbagliata, sono solamente una persona che usa un’altra lingua. Una nativa segnante, insomma. In Italia, poi, c’è un grande problema di formazione e di opportunità professionali: esistono pochi servizi di interpretariato. Faccio un esempio: mi ero iscritta al Dams dopo il liceo artistico, ma ho interrotto gli studi anche per questo motivo. C’era persino un professore che pensava che l’interprete facesse gli esami al posto mio: sosteneva che la lingua dei segni non mi permettesse di capire a fondo la mitologia greca. Non ci sono nemmeno corsi direttamente in Lis, e i sordi che vogliono diventare attori devono provvedere da soli, spendendo molti soldi, o rinunciare. Anche chi riesce a formarsi come attore incontra molti problemi: sono infatti pochissime le opportunità di lavoro per un’attrice sorda; all’estero, invece, ci sono compagnie teatrali professionali bilingue. Ed è stato con loro che ho potuto fare esperienza e crescere come attrice.

Come è lavorare con attori non sordi? È più o meno difficile che lavorare con attori sordi?
Lavorare con gli attori non sordi non è difficile, è solo diverso perché parliamo due lingue diverse e abbiamo diversi punti di vista culturali. Ma se siamo aperti alle nuove esperienze, accettiamo questo scambio, che si rivela essere bello e arricchente. Noi attori nativi segnanti usiamo molto gli sguardi, i movimenti e il corpo per esprimere emozioni, mentre gli altri attori lavorano molto sul tono della voce. Stare sul palco con Giorgio Lupano è stata un’esperienza per me fantastica: è un ottimo collega di lavoro, abbiamo una buona empatia e ogni difficoltà che incontriamo siamo pronti a superarla con un dialogo molto aperto.
Vi siete già esibiti a Roma, ora vi preparate per il resto della tournée. Un primo bilancio?
Per ora molto più che positivo: spero tanto che alle date già fissate se ne aggiungano altre. Perché questo spettacolo, finalmente, permette di mostrare che l’incontro di due mondi, di due culture, di due lingue diverse è sempre possibile. Ma non solo: visto che siamo in Italia, è importante per le persone native segnanti come me far conoscere alla società italiana che ancora non lo sa, che la Lingua dei segni è una lingua a tutti gli effetti ed è legata alla cultura del Paese. Ogni Paese ha una cultura ben precisa, che è riferimento per gli udenti e parlanti, certo, ma anche per i sordi che la esprimono in lingua dei segni. Per questo esistono molte lingue dei segni e ovunque è possibile portarle anche sul palcoscenico. Mi auguro perciò che questo spettacolo possa contribuire al riconoscimento della lingua dei segni da parte dello Stato italiano.
L’emozione più grande che le ha regalato, a oggi, ‘Figli di un Dio minore’?
Tante volte, dopo lo spettacolo, incontro persone udenti entusiaste di aver imparato qualche segno, come ‘grazie’ oppure ‘magnifico’. Me lo dicono senza usare la voce, vedo i loro occhi illuminarsi. È importante proporre al pubblico non sordo un’esperienza nuova, da vivere ascoltando anche con gli occhi: ci sono nuovi orizzonti da scoprire, nuovi modi di pensare e soprattutto nuove modalità di comunicazione esplorando il proprio corpo.
Ambra Notari. Fonte: redattore sociale.it

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