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L’ultima gita di Giulio Tarra a Siena (Newsletter della Storia dei Sordi n. 264 dell’ 8 giugno 2007)

Usava Giulio Tarra di venire a Siena con una certa frequenza. Lo legava un forte vincolo d’amicizia al Pendola, a cui, oltre l’effetto, professava somma venerazione e stima grandissima. Né poteva essere diversamente: Pendola e Tarra erano due nobili e generosi spiriti, di gran cuore, di alto ingegno, consacratisi da lunghi anni alla causa dei sordomuti per migliorarne le sorti. Quindi oltre alla continua corrispondenza epistolare sentivano il bisogno di comunicarsi a voce le proprie idee, i progetti che vagheggiavano, i forti propositi da cui erano animati, i nobili intendimenti a quali miravano per creare, quasi direi, una nuova vita nell’infelice natura del sordomuto.
Tarra era assai più giovine del Pendola: Pendola poi per una certa nervosità, tutta sua speciale, non era al caso di lasciare nemmeno per poche ore l’abituale sua residenza in Siena; onde a fare il commesso viaggiatore toccava al Tarra. E le visite di questo, si fecero anche più frequenti qualche anno avanti al 1870. Fu in occasione di queste visite, nelle dotte e amichevoli conversazioni, nei famigliari colloqui, che tenevano fra loro i due illustri maestri allo scopo di dare un nuovo impulso ed un nuovo indirizzo all’istruzione dei sordomuti, che vennero nella determinazione di fondare in periodico intitolato l’Educazione del Sordomuto: e il periodico vide la luce in Siena nel 1872.
Fu questo un avvenimento nelle scuole italiane dei sordomuti: il periodico fu salutato con benigna e quasi entusiastica accoglienza e presto vi collaborarono i più valenti maestri dei sordomuti. Ma i due infaticabili ed egregi uomini non volevano fermarsi qui: avevano una più alta e grandiosa aspirazione, quella, cioè, di rinnovare il metodo d’istruzione nelle scuole dei sordomuti, di bandire i gesti, la mimica nell’insegnamento, di dare insomma la parola al sordomuto. L’impresa parve audace, segnatamente a quei vecchi maestri, che soltanto nella mimica riconoscevano la pietra filosofale per aprire la mente del sordomuto. Pendola e Tarra non si persero d’animo, ché agli audaci sorride la vittoria. Per mezzo del nuovo Periodico aprirono la campagna, acciò i maestri italiani dei sordomuti si riunissero in congresso a Siena per discutere sulla nuova riforma da introdursi nell’insegnamento dei sordomuti. Il  congresso si inaugurò a Siena il 15 settembre del 1873. Il Tarra contro valenti e dotti oppositori, contro maestri di alto valore e di lunga esperienza seppe sostenere con validi argomenti e con molta dottrina e con praticità di esempi la sua tesi, che in sostanza si riduceva alla possibilità di dare la parola al sordomuto. Il Congresso non pronunziò un vero e proprio verdetto, riserbato ad altro tempo, ma si limitò a dichiarare che si rimandasse ad ulteriori studi e ad una più lunga esperienza la soluzione di una così ardua e importante questione. Intanto nel periodico l’Educazione comparivano dotti e pensati scritti in favore e sostegno della parola articolata, s’indicavano vari processi o metodi da seguirsi nell’insegnamento della lingua al sordomuto e gagliardamente si confutavano le obbiezioni avanzate contro il nuovo sistema che voleva introdursi nelle scuole nostre; mentre in vari istituti italiani e segnatamente in quello dei sordomuti poveri di Campagna in Milano e nell’altro di Siena si avviavano con soddisfazione i sordomuti all’apprendimento della parola e con la parola s’impartiva loro l’istruzione.
Trascorsero così quasi sette anni, finché l’undici del Settembre 1880 si tenne in Milano il celebre Congresso internazionale dei maestri dei sordomuti, nel quale dopo lunghe e dotte discussioni, al suono di viva la parola, fu approvato il solenne verdetto, così formulato, che nelle scuole dei sordomuti il metodo orale-puro deve essere preferito. Tarra e Pendola avevano vinto.
Sventuratamente il Pendola non sopravvisse che poco tempo al trionfo della vittoria; ché il 12 del Febbraio 1883 serenamente si spense. Il Tarra volò subito a Siena, assisté ai funerali del grande estinto salutando in Lui il restauratore dell’istruzione dei sordomuti in Italia.
Dopo la lagrimata dipartita del Pendola da questa terra, l’Ab. Giulio Tarra sospese le sue gite a Siena per grave cordoglio. Quando nel 1888 assunsi la direzione del R. Istituto Pendola, io, che non conosceva di persona il Tarra, apersi con questo insigne maestro un’amichevole e rispettosa corrispondenza epistolare, alla quale gli per la sua squisita e innata gentilezza d’animo replicava con tutta l’effusione del suo cuor generoso. Bastò questa piccola favilla, perché in lui si riaccendesse vivo il desiderio di tornare a Siena e di far la mia personale conoscenza, come a un successore del Pendola: io non poteva che tenermi altamente onorato di tanta sua benevolenza verso un umile gregario nella causa dei sordomuti e averlo ospite mio desideratissimo. Ma quì credo opportuno e doveroso di cedere la parola ad un egregio e carissimo amico mio, ad un illustre discepolo del Tarra, al Chiarissimo Prof. Carlo Perini, tanto benemerito della scuola dei sordomuti e segnatamente di  quell’Istituto, che io, e  non credo di andar lungi dal vero, né di peccare di adulazione, considero creatura dell’Ab. Giulio Tarra. Nell’elaborata vita che il Prof. Perini scrisse del Tarra si legge queste parole:
«Nel Febbraio del 1889 il Tarra abbracciava in Siena il P. Vittorio Banchi, che aveva più volte seguito i suoi savi suggerimenti, ammirato le rettitudine delle sue idee, l’amore forte, e costante alla causa, che fino dai suoi vecchi anni aveva con giovanile ardore disposata. Le lunghe e dotte conversazioni di quei giorni sono tuttora ricordate da quell’esimo Direttore e sempre lo saranno…».
Si, è vero: io non potrò mai dimenticare i giorni passati in tanto amabile e proficua conversazione: non potrò mai dimenticare l’interesse da lui preso nella visita delle scuole, ove trattenevasi a lungo, qual padre amoroso, cogli alunni: non potrò mai dimenticare le sue parole di conforto, di plauso e di ammirazione rivolte ai bravi insegnanti pel metodo che seguivano nel dare la parola ai propri scolari. Ma nei privati e famigliari colloqui si conveniva di tutto fra noi due? Mi dispiace il dirlo, ma pur debbo confessare che no. Essendo già da qualche anno stata sospesa la pubblicazione del Periodico l’Educazione, un giorno mi feci animo per interrogarlo se non credesse opportuno e vantaggioso il ripristinarla: io ne avrei affidata a lui la direzione, come il maestro più autorevole e più degno di succedere in quella al compianto P.Pendola. Mi accorsi che non fece buon viso alla mia proposta: ormai, dicevami, è stato scritto abbastanza sul nuovo metodo d’insegnamento, né altro vi sarebbe da aggiungere: ormai molte scuole l’hanno adottato: basta che i maestri seguano, come ho visto che si fa qui, le norme già tracciate e ampiamente svolte in appositi e molteplici articoli pubblicati nell’Educazione e nelle dotte dissertazioni lette e discusse nei congressi.
Io replicava che per quanto grande fosse il passo che si era fatto, restava ancora di più oltre progredire: che restavano ancora molte difficoltà da vincere e superare sia nell’addestrare gli alunni nell’uso della parola, sia nell’apprendimento del comune linguaggio: che gli alunni presentavano quasi ogni giorno nuove sorprese ai maestri: che parevami ben fatto che i maestri fossero tra loro in un reciproco commercio d’idee, che si comunicassero gli espedienti ai quali ricorrevano per ottenere dagli alunni una parola fluida e chiara, per spianare la via a rendere il nuovo metodo d’insegnamento di un’indiscussa praticità; che infine era bene di uscire da quella onorata gara, in cui, dopo la sospensione del periodico, erano entrate le nostre scuole. Più non dissi, perché parvemi che le mie parole non producessero il desiderato effetto, e d’altra parte innanzi a tanto maestro e a tanta autorità più oltre insistere sarebbe stata irriverenza e audacia. In seguito il tempo mi dette ragione e il Periodico l’Educazione rivisse senza che il Tarra ne potesse vedere la nuova comparsa. Forse quando il Tarra mi parlava in quel modo sentiva già venirsi meno la vita: sentiva di non aver più l’energia di una volta: sentiva il bisogno di riposarsi sopra gli allori meritamente raccolti: sentiva il bisogno di quiete e non di nuove lotte, di nuovi combattimenti. Infatti fu quella l’ultima sua gita a Siena: che il 10 Giugno di quell’anno stesso s’involò dalla terra.
Fu gran lutto in tutte le scuole dei sordomuti: immenso nell’Istituto dei sordomuti poveri di Campagna. Oggi ne conforta il pensiero che in quell’Istituto vive tuttora lo spirito del Tarra. I Direttori, che a lui successero, gli insegnanti mantenendosi fedeli alle nobili e gloriose tradizioni lasciate in retaggio da quel grande Precettore conservano al suo Istituto la bella fama e reputazione, a cui il Tarra seppe innalzarlo.
Vittorio Banchi, Direttore del R. Istituto Pendola.
Fonte: Giulio Tarra n. 22 del 28 maggio 1914

Giulio Tarra – Cenni biografici
di U. Thalmann (Fonte: Giulio Tarra n.22 del 28 maggio 1914)
Giulio Tarra nacque a Milano il 25 aprile del 1832. Fece gli studi ginnasiali nel Collegio dei Barnabiti in Monza, quelli liceali nei Seminari di San Pietro Martire e di Monza, passando negli ultimi anni al Seminario Maggiore di Milano.
Prima ancora di essere ordinato sacerdote fu chiamato alla direzione dell’Istituto Sordomuti poveri di campagna allora fondato dal compianto Conte Paolo Taverna. Il desiderio vivo della missione fra i selvaggi che Tarra andava coltivando con tutto l’entusiasmo di un apostolo lo rese alquanto dubbioso dinnanzi alla proposta del Venerato Uomo.
Ma il Sacerdote Pietro Tacconi, al quale Tarra si era rivolto per consiglio gli scrisse: «… Senti desiderio di sacrificio? Accetta ed offri quello a cui Dio si è degnato chiamar te a preferenza di altri». Il Tarra allora si consacrò tutto alla redenzione dei sordomuti. Mezzo di comunicazione con questi infelici era la mimica, e il Tarra si applicò subito ad apprenderla prendendo lezioni da un sordomuto maestro dei suoi fratelli di sventura.
Nel 1855 è consacrato sacerdote ed assume la Direzione dell’Istituto dei Sordomuti Poveri. Divenne padre amoroso di questi infelici, passa con essi gran parte della giornata e s’unisce volentieri ai loro sollazzi.
Desideroso di maggior lumi circa il modo con cui si istruiscono i sordomuti, si reca a visitare, assieme al Conte Paolo Taverna, gli Istituti di Brescia, Verona, Modena e Bologna. Osservato nell’Istituto di Verona l’applicazione del metodo della parola nell’insegnamento ai sordomuti ne fu entusiasta ed anche per incitamento del Prof. Bianchi allora direttore dell’I.R. Istituto dei sordomuti, nel 1858 propone ed ottiene che anche nel suo Istituto sia istituita una scuola di articolazione, affidandone l’arduo incarico al giovane maestro Forni. Il Forni senza alcuna guida si mette all’opera con tutta volontà e traccia il metodo d’insegnare la parola ai sordomuti, metodo seguito ancora oggi nel nostro Istituto.
Nel 1860 l’Istituto retto dal Tarra è visitato dal Ministro della Pubblica Istruzione, che si commuove alla parola del sordomuto, e si meraviglia dinnanzi a tanto prodigio. Prima di allontanarsi da Milano conferisce al Tarra la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Il Tarra perorò sempre la causa dei sordomuti, interessandosi di quanto si faceva di buono per questi infelici, prendendo parte a tutti i Congressi. Lo si trova al Congresso di Siena del 1873, a quello Nazionale dei maestri dei sordomuti di Lione del 1879 e al Congresso internazionale di Milano nel 1880 dove fu eletto presidente e sostenne con entusiasmo e commozione la necessità che in tutti gli Istituti dei sordomuti si avesse ad applicare, mezzo di insegnamento, il metodo orale-puro.
Nel 1881 il Tarra è chiamato dal Ministro della Pubblica Istruzione a far parte di una Commissione per la compilazione di un progetto di legge per l’Istruzione obbligatoria dei sordomuti in Italia e nel 1883 lo stesso ministro manda il Tarra con altri insigni uomini, a rappresentarlo al Congresso di Bruxelles, dandogli incarico di visitare tutte le scuole del Belgio.
Troppo presto la vita di un così stimato e saggio uomo fu troncata! Il Tarra avrebbe ancora potuto fare molto e molto bene specialmente nel campo dei sordomuti. La sua fine avvenuta il 10 giugno 1889 fu da tutti sinceramente rimpianta.
È doveroso che nel 25° anniversario della sua morte non solo Milano, ma l’Italia tutta prende parte alle onoranze che vengono tributate all’Illustre uomo, che tanto impulso di amore e di sapere seppe dare all’educazione dei sordomuti, e tanto contributo portò all’applicazione del metodo intuitivo nelle scuole elementari, colla parola e coi libri, che tanta messe di lodi raccolsero ovunque!

Franco Zatini (a cura di) nw264 (1914-2007)


De L'Epee - Pendola - Tarra

Newsletter della Storia dei Sordi n.264 dell’8 giugno 2007

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